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1. Letture – 26 gennaio 2020

PRIMA LETTURA
Nella Galilea delle genti,
il popolo vide una grande luce.

Dal libro del profeta Isaìa 8,23b – 9,3

In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon
e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa
la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti.
Il popolo che camminava nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.
Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te
come si gioisce quando si miete
e come si esulta quando si divide la preda.
Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,
la sbarra sulle sue spalle,
e il bastone del suo aguzzino,
come nel giorno di Màdian.
Parola di Dio.


SALMO RESPONSORIALE Dal Salmo 26 (27)

Rit. Il Signore è mia luce e mia salvezza.

Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?

Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.


SECONDA LETTURA
Siate tutti unanimi nel parlare,
perché non vi siano divisioni tra voi.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1,10-13.17

Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire.
Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo». È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?
Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.
Parola di Dio.


CANTO AL VANGELO Cf. Mt 4,23

Alleluia, alleluia.
Gesù predicava il vangelo del Regno
e guariva ogni sorta di infermità nel popolo.
Alleluia.


VANGELO
Venne a Cafàrnao perché si compisse
ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa.

Dal Vangelo secondo Matteo 4,12-23

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli,
Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Parola del Signore


(tratto da: Nuovo Messale della comunità, Domeniche e feste – Elledici 2008)

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2. Esegesi – 26 gennaio 2020

VEDI

Is 8,23b – 9,3 Hai spezzato il giogo che l’opprimeva
1 Cor 1,10-13.17 Non vi siano divisioni tra voi
Mt 4,12-23 Vi farò pescatori di uomini

Contro le divisioni
I testi biblici di questa domenica mettono in evidenza un pericolo di grande attualità per noi, quello di trasformare la ricerca dell’identità in una sostanziale chiusura di autodifesa, e quindi nella negazione del carattere universale della proposta cristiana. I brani di oggi mostrano che questo fenomeno di chiusura può manifestarsi all’interno della comunità stessa, come anche nei confronti i altre comunità umane, civili e religiose. Il «movimentismo» può provocare questa divisione-chiusura nel popolo di Dio quando, enfatizzando un’intuizione magari giusta e bella e un’appartenenza – «io sono di Paolo», «io invece sono di Cefa» –, non solo ci si distingue ma di fatto ci si divide da chi non condivide, inaugurando un clima di reciproche «scomuniche». Cristo Gesù che si manifesta può vincere queste divisioni.

Ritirarsi per manifestarsi
Nel Vangelo non si parla in realtà di una apparizione di Gesù, ma di un suo ritirarsi, dopo che ha saputo dell’arresto di Giovanni Battista, un ritirarsi che evoca il nascondimento più che la rivelazione. Ma il ritiro di Gesù è come un segno che è venuto il tempo per Gesù di rivelarsi alle genti e dare inizio alla vicenda di salvezza. Di fatto non c’è apparizione senza nascondimento. Le rivelazioni di Dio comportano sempre un aspetto di velamento, perché una piena rivelazione di Dio significherebbe la morte dell’uomo. La rivelazione nel nascondimento ci dice che Dio davvero opera in Gesù. Ma non solo Gesù si ritira in Galilea, lo fa abbandonando Nazaret, e abbandonare richiama quello che avviene nel matrimonio: «L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie» (Mt 19,5). Il rischio di chiusure tra cristianesimo e altre culture è simbolicamente allontanato dalla scelta di Cafarnao, che attua la profezia di Isaia circa «la via del mare, oltre il Giordano e il territorio dei Gentili». Questa collocazione di Gesù in una tipica città di confine abitata e attraversata da popolazioni e culture diverse conferma la vocazione e la destinazione della nuova sapienza cristiana sino ai confini della terra. L’invito a conversione è assolutamente universale. Qui inizia il cammino che porterà alle nozze dell’Agnello, e qui si intravede che la sposa non sarà solo Israele. Cafarnao è città di frontiera che evoca quella terra di Zabulon e Neftali, terra umiliata e poi visitata, e quindi terra attraversata da Lui che è cammino, luce, novità; terra della nostra vita a volte tenebrosa, ma chiamata alla conversione dal Dio della vita.

Viandanti per il regno
Il «convertitevi» è passato dalla bocca di Giovanni Battista a quella di Gesù; l’urgenza è diventata enorme perché il regno dei cieli è già presente: è Gesù che è già fra noi. Mentre Giovanni Battista usciva nel deserto e là andavano ad ascoltarlo, Gesù cammina di villaggio in villaggio, passa, vede e stabilisce un rapporto profondo con le persone. La stessa chiamata dei primi discepoli e quel loro trasferimento professionale da pescatori di pesci a pescatori di uomini esprimono bene la disponibilità a una trasmigrazione perenne che è chiesta all’uomo nuovo e che ne fa un viandante e un emigrante, e non uno stabile possessore di terre e di culture. Non c’è nessuna presentazione, solo un invito ad andare, e loro subito, con un’urgenza che dà carattere nuziale alla chiamata, lo seguono. La chiamata di Gesù tocca corde non razionali: seguono uno sconosciuto e, più che una conversione, la loro sembra una spoliazione perché lasciano tutto senza nulla in cambio.

Il Signore mi vuole creatura nuova
Conversione che non è penitenza, rinuncia, mortificazione, ma apertura alla gioia che si moltiplica, alla letizia che invade il cuore. Conversione che prepara la venuta del Regno che dà alla vita la possibilità di lasciare tutto e seguire il Signore, non perché si è incoscienti e superficiali, ma perché il cuore diventa capace di riconoscere ciò che vale e scegliere con libertà. Conversione che avviene in un quotidiano apparentemente ripetitivo e monotono, che avviene in una cornice familiare. Il Signore mi chiama con i miei affetti, con le cose di sempre, con le debolezze e gli affanni di ogni giorno, mi chiama nella mia terra di Zabulon e Neftali e lì, proprio lì in quella realtà, con quella storia vuole farmi creatura nuova.

PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO

– Tu sei stato chiamato: riesci a dire quando e per che cosa?
– Che cosa provoca in te la consapevolezza che il Signore ti chiama così come sei e dà nuovo valore alla tua quotidianità?

IN FAMIGLIA

Ogni volta che nella giornata sono interpellato o chiamato, mi esercito a:
– guardare chi mi chiama;
– lasciare che la sua voce entri in me;
– ascoltare in profondità la richiesta.


(tratto da R. Paganelli – Entrare nella domenica dalla porta della Parola, anno A, Elledici 2015)

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3. Annunciare la Parola – 26 gennaio 2020

• Sof 2,3; 3,12-13 – Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero.
• Dal Salmo 145 – Rit.: Beati i poveri in spirito.
• 1 Cor 1,26-31 – Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole.
• Canto al Vangelo – Alleluia, alleluia. Rallegratevi, esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Alleluia.
• Mt 5,1-12a – Beati i poveri in spirito.

PER COMPRENDERE LA PAROLA

Una cosa è evidente: la sapienza di Dio è l’opposto di quella degli uomini; egli sceglie gli umili e i poveri e promette loro la beatitudine: è una follia. La 2a lettura offre lo stesso insegnamento.

PRIMA LETTURA
Sofonia, contemporaneo di Geremia, visse in Giuda prima della presa di Gerusalemme, è il profeta dell’ira di Iahvè, ma invita a cercare Dio e promette un popolo nuovo. Questo popolo nuovo sarà un «resto», sopravvissuto a una terribile purificazione; resteranno solo gli umili e i poveri e questi saranno beati: si troveranno «al riparo nel giorno dell’ira del Signore». «Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti».

SALMO
Il Signore preferisce «i giusti» alle persone che hanno successo. Sono giusti coloro che continuano ad avere fiducia in Dio nell’oppressione, nella prigionia, nel dolore, nella fame. Fare il confronto col salmo 22 o 90,7-11.

SECONDA LETTURA
Paolo stigmatizza le cricche di Corinto che dividono la comunità: liti fondate su prefe-renze, preferenze fondate sulla vanità. Eppure, qual è l’origine di questi primi cristiani? Se lo ricordino e moderino il loro orgoglio. Notare l’ironia pungente di s. Paolo per inculcare l’idea. Dio ha scelto queste persone modeste per confondere i sapienti. Un’unica fierezza: Cristo; è la citazione di Geremia (9,22-23), è già l’annuncio della follia della croce.

VANGELO
• Le beatitudini che Gesù, «nuovo Mosè», proclama dal monte,1 indicano fino a qual punto lo spirito del nuovo regno (la giustizia del regno) si differenzia da quello dell’antico.

L’Antico Testamento, specialmente la letteratura sapienziale, aveva già offerto esempi di beatitudini; ma esse si riferivano prevalentemente a uomini timorati di Dio, cioè onesti e religiosi. La benedizione consisteva nella salute, ricchezza, prole numerosa, moglie saggia e prudente, vita longeva e felice. La 1a lettura di oggi suggerisce già un superamento di questa prospettiva, ma il testo evangelico compie un vero capovolgimento di situazione: Gesù proclama beati nel regno che è venuto a inaugurare coloro che non lo sono affatto secondo i comuni criteri di giudizio.
• La prima beatitudine è, in certo senso, la sintesi di tutte quelle che seguono:
– secondo alcuni testi profetici (cf p. es. Is 57,15; 61,1) i poveri sarebbero stati i beneficiari dei beni messianici;
– la beatitudine dei «poveri» annunciata da Gesù conferma che il tempo della salvezza messianica è ormai in atto;
– è però importante notare la sottolineatura della povertà che fa Matteo: «Beati i poveri in spirito» (v. 2): la povertà non è più vista come condizione sociale, ma come disposizione dell’anima e del cuore, come atteggiamento spirituale interiore.
Povero non è soltanto colui che non possiede ricchezze; chiunque è privato di qualche cosa (amore, libertà, giustizia…) e soffre per questa privazione è messo nella condizione di sperimentare la fragilità umana, e, quindi, di non cercare più nulla dal mondo, ma di aspettarsi tutto da Dio, di stare davanti a lui come un povero che ha bisogno. Scopo dell’evangelista non è quello di esaltare la povertà o altre situazioni limite dell’esistenza umana: in se stessa la povertà non è beata, rimane un male e una privazione; ma rivela che il regno di Dio va al di là delle concezioni umane di felicità, di potere e di successo; le cose più deboli servono a Dio per manifestare la sua forza ed egli è presente e si fa presente in chiunque e per chiunque ha bisogno di lui. È in ciascuna di queste situazioni che il regno di Dio viene; perciò non è più tempo di tristezza, ma di esultanza e di gioia (v. 12a). Il regno di Dio presente in coloro a cui si rivolge il discorso («Beati voi», v. 11) è in questa povertà di spirito vissuta con un cuore che esulta nella gioia perché sa elevarsi a Dio e sperare in lui. Di qui nascono le beatitudini della mitezza, della misericordia, della purità di cuore (cioè della semplicità e libertà interiore), della sollecitudine per la pace…
• Il rapporto fra il discorso delle beatitudini e il successivo sviluppo del vangelo di s. Matteo mette in luce che Cristo stesso ha vissuto il suo insegnamento: ognuna delle beatitudini diventa una caratteristica di Gesù e potrebbe essere spiegata e illustrata con qualche esempio della sua vita.
Chi non si sente in queste categorie, deve farsi, come Gesù Cristo, di queste categorie, per ricevere il regno. Ma poiché in Gesù Cristo è Dio che liberamente e gratuitamente viene a portare la salvezza del regno, sotto il tema delle beatitudini sta anche una profonda teologia della grazia: senza Gesù Cristo, senza il suo aiuto e la sua grazia non è possibile mettere in pratica la sua Parola e realizzare la giustizia del regno, la quale non è nient’altro se non la potenza creatrice di Dio, che ci rigenera e, in Gesù Cristo, ci rende giusti e buoni.


PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

I chiamati a far parte del regno
Gesù dopo aver inaugurato la sua predicazione con l’annuncio del regno, esplicita le caratteristiche di coloro che ne fanno parte: è la proclamazione delle beatitudini. Queste, mentre rovesciano la gerarchia dei valori comunemente accettata, sono la pubblica e precisa designazione di coloro che egli chiama a far parte del suo regno. I «poveri di Iahvè», che nelle avversità della vita hanno affinato il loro spirito, distaccandosi dalle speranze terrene per porre in Dio solo tutta la loro fiducia, sono, a titolo di privilegio, i primi chiamati. Nel corteo di questi «poveri» entrano quanti, a giudizio del mondo, non sono beati: gli afflitti, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i pacifici, i perseguitati (cf Mt 5,1-12 – Vangelo).
Il mondo li disprezza e li considera infelici, Gesù li proclama «beati». Si realizza così l’antica promessa: «I poveri mangeranno e saranno saziati» (Sal 21,27 e 145,7-10 – Sal resp.). Gesù appare come il Messia venuto per annunciare il Vangelo ai poveri: questo è il segno che il regno di Dio è ormai in atto.

Il Messia dei poveri
Cristo è il perfetto esemplare di questi «poveri»; è il «povero» per eccellenza, l’umiliato fino allo spogliamento totale. Ha realizzato in pieno l’oracolo del «Servo sofferente di Iahvè» (Is 53).
Le tappe della sua vita mortale rispondono ad altrettanti aspetti della sua «povertà», accettata in piena adesione alla volontà del Padre: la nascita a Betlemme, l’esilio in Egitto, la vita nascosta a Nazaret, la vita pubblica, la passione e il sacrificio della croce.
Alle caratteristiche della povertà del Messia corrispondono le beatitudini che egli annuncia ai «chiamati» nel regno. La legge delle beatitudini evangeliche è la legge della partecipazione al mistero di Gesù «povero». Si entra nel «regno» nella misura in cui si entra nella «povertà» proclamata e vissuta da Gesù.
Partecipando al mistero della povertà di Cristo, i «chiamati» avranno parte agli infiniti tesori della sua liberalità divina, poiché egli «da ricco si è fatto povero per arricchire noi mediante la sua povertà» (cf 2 Cor 8,9; Fil 2,5ss.).

Il «resto», fermento di santità
Piccole cause possono produrre grandi effetti… Un po’ di polvere può bloccare la macchina più perfetta e far fallire una missione su Marte. «Se il naso di Cleopatra…», diceva Pascal. Così pure, un piccolo germe (il granellino di senapa del Vangelo, il frumento che produce il centuplo), l’azione di alcune persone decise (i Dodici nel mondo pagano, i compagni di Mao dopo la lunga marcia) possono provocare reazioni a catena. Così avviene per il «piccolo resto».
È necessario distinguere il resto «storico», il piccolo numero dei superstiti delle prove dell’esilio, non necessariamente migliori dei morti, e il resto «fedele», cioè la comunità pia e purificata che pone la sua speranza nella salvezza messianica. È la frazione del popolo vivente agli occhi di Dio, è l’élite religiosa e il lievito della santità; la qualità prevale sempre sul numero (cf l’esercito di Gedeone: Gdc 7).
A poco a poco il popolo di Dio si identificherà con «i poveri di Iahvè». Iahvè si compiace del suo popolo: incorona gli umili di vittoria (Sal 149,4), salva il popolo degli umili (Sal 17,28), ha pietà dei suoi miseri (Is 49,13), anche se vengono da lontano e dal paese d’Egitto (cf Is 12).
Gli scampati saranno mandati a portare la loro testimonianza «ai lidi lontani che non hanno udito parlare di me… essi annunzieranno la mia gloria alle nazioni» (Is 66,19). Nel Nuovo Testamento, coloro che si stringeranno a Cristo con tutto il cuore – provenienti dal giudaismo o dalle nazioni – formeranno il nuovo lievito, il nuovo resto. Questo resto sarà la Chiesa. Ma anche la Chiesa nel corso della sua storia rischierà di sclerotizzarsi e avrà sempre bisogno di essere scossa, spolverata. È questo il ruolo dei veri «poveri», chierici o laici, grandi ordini o piccole comunità, individui di statura eccezionale…, che prendono sul serio la lettera e lo spirito del Vangelo, che mettono in evidenza le esigenze della santità di cui le beatitudini sono lo statuto.
Ciascuno di noi può essere questo piccolo resto, e far risplendere qualcosa delle beatitudini e della follia dell’Amore di Dio per noi. È ancora un paradosso del Vangelo che i migliori provengano dalla massa e non abbiano bisogno di onori o di potere per svolgere una funzione trainante.

Le beatitudini oggi
Le beatitudini ci interpellano come interpellavano i farisei – quando ci comportiamo come loro, soddisfatti di noi – e come interpellano gli umili che cercano Dio, invitandoci a uno spogliamento interiore.
Si possono vivere le beatitudini soltanto se si prende sul serio il loro significato concreto: non c’è spirito di povertà se non si capiscono coloro che sono provati dalla povertà materiale (mancanza di denaro, di alloggio, di nutrimento…, cf Mt 25: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…»). «Beati i poveri» significa anzitutto agire perché i poveri vivano meglio: che non ci siano più le bidonvilles, i vecchi abbandonati, i proletari schiacciati dalla macchina economica… Il regno dei cieli è già iniziato dove c’è l’amore. L’amore non spinge soltanto ad avvicinarsi ai poveri, a chinarsi su di loro, a occuparsi di loro; l’amore autentico cerca l’identificazione. Fa ricercare la povertà a motivo di Gesù Cristo, rende effettivamente povero in spirito; fa comprendere i poveri e consente un’azione efficace.
Certo, la vastità dei problemi della povertà, della giustizia, della pace, del perdono ci supera: ma «Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (2a lettura). Cosa c’era di più debole del neonato di Betlemme, del carpentiere di Nazaret, del crocifisso del Golgota? E dei pescatori del lago? E di s. Vincenzo de’ Paoli, parroco di Chàtillon? E di tanti altri?…


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 2, anno A, tempo ordinario – Elledici 2003)

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4. Parola da Vivere – 26 gennaio 2020

VEDI

Occorre convertirsi a Dio per permettere a Dio di regnare su di noi: così «viene» il Regno di Dio. E l’invito è così vero, così attraente, così personale e personalizzato che la risposta può essere solo generosa. Ma ciò avverrà se quella terra la attraverso, se quelle reti le getto in mare sapendo che sono solo un pescatore… se ho la pazienza di ripararle, quelle reti… se il mio sguardo è oltre l’orizzonte.


(tratto da R. Paganelli – Entrare nella domenica dalla porta della Parola, anno A, Elledici 2015)

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5. Preghiere dei Fedeli – 26 gennaio 2020

Gesù luce del mondo

Celebrante. Gesù operante in Galilea appariva come una grande luce per il popolo, e fonte di grande gioia. Nella Preghiera dei fedeli domandiamo al Signore che rinnovi la fede e la gioia in noi, cristiani del Terzo Millennio.

Lettore. Preghiamo insieme e diciamo: Signore, fonte della nostra gioia, ascoltaci.

1. Preghiamo per la santa Chiesa di Dio. Il Signore Gesù le ha affidato il compito di essere – sul suo esempio – portatrice di luce e gioia.
Perché gli uomini non ancora credenti, guardando ai cristiani operanti nel mondo, trovino in loro motivi di ispirazione, uno stimolo alla speranza, e un orientamento per le scelte della vita, preghiamo.

2. Per i missionari, testimoni del Vangelo. Con la loro presenza sulle frontiere della fede sono chiamati a essere i pastori saggi che precedono e orientano sulla via della conversione.
Perché sull’esempio degli apostoli sappiano presentare il progetto di Dio sul mondo con convinzione, e testimoniarlo nella gioia, preghiamo.

3. Per coloro che cercano la felicità lontano dal Signore. Non sono pochi quelli che la inseguono lungo strade contorte e senza sbocchi, e si portano nel cuore delle ferite difficili da rimarginare.
Perché non ristagnino «nelle tenebre e nell’ombra di morte», ma possano giungere alla luce e incontrarsi col Signore che è anche per loro via, verità e vita, preghiamo.

4. Per quanti vivono situazioni di malattia, di indigenza, di abbandono. È compito dei cristiani sapersi chinare su ogni dolore, per condividerlo e lenirlo.
Perché chi è nell’afflizione trovi in noi cristiani una solidarietà fraterna, e l’aiuto a realizzarsi nella dignità di figli di Dio, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale), che il Signore sollecita ad accogliere il Vangelo, e a viverlo in perfetta unione di pensiero e di intenti.
Perché chi ci è accanto possa condividere nel contatto con noi i frutti dello Spirito: la fede, la gioia e la pace, preghiamo.

Celebrante. Mandaci, Padre, il tuo Spirito di verità, perché la lieta notizia che il tuo Figlio ha portato al mondo trasformi i nostri cuori, e rinnovi le nostre esistenze. Te lo chiediamo per lo stesso Cristo nostro Signore.


(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)

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7. Aforismi – 26 gennaio 2020

Raccolta di aforismi o testi utili per la riflessione o l’approfondimento

GLI INGENUI CHE VEDONO TUTTO ROSA
– Tutto va nel migliore dei modi, nel migliore dei mondi possibili. Gottfried Wilhelm Leibniz
– Tutto è buono, tutto va bene, tutto va nel miglior modo possibile. Voltaire (in «Candido ovvero l’ottimismo»)
– Ottimista è uno che cade dal decimo piano, e giunto al secondo piano dice: «Fin qui tutto bene». Anonimo
– L’ottimista non sa quel che l’aspetta. Roberto Gervaso

GLI INGENUI CHE VEDONO TUTTO NERO
– Le leggi di Arthur Bloch. Se qualcosa può andar male, lo farà – Se sai che una cosa andrà male e prendi le precauzioni per evitare che accada, andrà male qualcos’altro – Sorridi… domani sarà peggio.
– Ci sono dei momenti in cui tutto va a gonfie vele, ma non bisogna impressionarsi. Passa presto. Jules Renard
– L’ottimista è uno che non ha ancora letto il giornale del mattino. Jean Valois
– Le cose vanno male prima di andare malissimo. Lily Tomlin
– L’ottimista guarda un’ostrica e si aspetta di trovare una perla. Il pessimista guarda un’ostrica e si aspetta un’epatite virale. Barbara Johnson
– Anche i chiaroveggenti possono vedere tutto nero. Stanislaw J. Lec
– Non chiedetevi dove andremo a finire. Perché ci siamo già. Ennio Flaiano
– L’ottimista vede una luce che forse non c’è. Ma perchè il pessimista corre subito a spegnerla? Michel Saint-Pierre

L’OTTIMISMO CRISTIANO
– Grazie Signore, per avermi invitato alla festa di questo mondo. Pino Pellegrino
– Se qualcuno presenta novantanove lati difettosi e uno solo buono, preferisco considerarlo da quest’ultimo. San Francesco di Sales
– Il pessimista in ogni opportunità vede una difficoltà. L’ottimista in ogni difficoltà vede un’opportunità. Winston Churchill
– Il cristiano in un certo senso è prigioniero della speranza: non siamo noi ad avere speranza, è la speranza che ha noi. Joergen Moltmann
– Il mondo è degli ottimisti: i pessimisti non sono che degli spettatori. François-Pierre Guizot
– In me la conoscenza è pessimistica, ma il volere e la speranza sono ottimistici. Albert Schweitzer
– La speranza è una sorgente di gioia, e la gioia una sorgente di forza. Henry Edward Manning
– I pessimisti vedono difficoltà in tutte le occasioni; gli ottimisti vedono occasioni in tutte le difficoltà. Eugéne Tisserant
– L’ottimista ha spesso torto quanto il pessimista, ma è più felice. Anonimo
– Ottimisti e pessimisti sono ambedue utili alla società: i primi inventano l’aeroplano, e i secondi il paracadute. Anonimo
– La speranza vede ciò che ancora non è. Charles Péguy
– L’ottimismo è una scelta intellettuale. Diana Schneider
– I pessimisti ci ricordano che i gigli appartengono alla famiglia delle cipolle, e gli ottimisti che le cipolle appartengono alla famiglia dei gigli. Yolaine Dippenweiler
– Se nonostante tutto io sono ottimista, è perché Cristo è risorto. Francesco Delpiano


(tratto da: E. Bianco, All’altare di Dio – Anno A – Elledici 2009)

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8. Canto Liturgico – 26 gennaio 2020

Ecco a voi questa settimana un canto per la COMUNIONE

PANE VIVO SPEZZATO PER NOI – J. Akepsimas, E.Costa
(Nella Casa del Padre, n. 699 – Elledici)

Rit. Pane vivo, spezzato per noi,
a te gloria, Gesù!
Pane nuovo, vivente per noi,
tu ci salvi da morte!

1. Ti sei donato a tutti, corpo crocifisso;
hai dato la tua vita, pace per il mondo.

2. Hai condiviso il pane che rinnova l’uomo;
a quelli che hanno fame tu prometti il regno.

3. Tu sei fermento vivo per la vita eterna.
Tu semini il Vangelo nelle nostre mani.

4. Venuta la tua ora di passare al Padre,
tu apri le tue braccia per morire in croce.

5. Per chi ha vera sete cambi l’acqua in vino.
Per chi si è fatto schiavo spezzi le catene.

6. A chi non ha più nulla offri il vero amore:
il cuore può cambiare se rimani in noi.

7. In te riconciliati, cielo e terra cantano!
Mistero della fede: Cristo, ti annunciamo!

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9. Narrazione – 26 gennaio 2020

IL SANTO

Un sant’uomo passeggiava per la città quando si imbatté in una bambina dagli abiti laceri che chiedeva l’elemosina.
Rivolse il pensiero al Signore: «Dio, come puoi permettere una cosa del genere? Ti prego, fa’ qualcosa».
Alla sera il telegiornale gli mostrò scene di morte, occhi di bambini moribondi e corpi straziati.
Di nuovo pregò: «Signore, quanta miseria. Fai qualcosa!».
Nella notte, il Signore gli disse chiaramente: «Io ho già fatto qualcosa: ho fatto te!».

Tocca a te.


(tratto da: B. Ferrero, 365 Piccole Storie per l’anima, Vol. 1, pag. 231 – Elledici 2016)

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10. Anche Noi Vogliamo Capire – 26 gennaio 2020

Per aiutare i nostri piccoli a vivere meglio la Liturgia della Parola 

 

 

PRIMA LETTURA (Is 8,23b–9,3)
Il profeta scrive in un momento critico per le tribù del nord di Israele, attraversate dagli eserciti invasori e che hanno conosciuto l’esilio per opera degli Assiri. Ma annuncia che «il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce», la libertà dagli oppressori e la pace.

Capire le parole
* Zabulon e Neftali. Neftali è il quinto figlio di Giacobbe-Israele, Zabulon il decimo. Nei loro territori erano stati commessi peccati raccapriccianti. Il messaggio che Gesù porta è straordinario: Dio ti si è fatto vicino, convertiti! Non è nel sontuoso tempio di Gerusalemme che si incontra Dio, ma là dove qualcuno accoglie l’inaudito annuncio del Signore.


SECONDA LETTURA (1 Cor 1,10-13.17)
Un ambiente difficile quello di Corinto, anche per la predicazione del Vangelo e la vita dei nuovi cristiani. Paolo condanna le divisioni che si sono create a favore dei vari predicatori, che danno adito a simpatie ideologiche e a schieramenti. Egli afferma di essere stato inviato a predicare, ma si vanta di non fare «un discorso sapiente», di mettere al centro la croce di Cristo, crocifisso per tutti.

Capire le parole
* Discordie. Letteralmente significa “disunione dei cuori”. Gesù nell’Ultima Cena si raccomanda molto e prega che gli apostoli restino uniti e Paolo trasmette lo stesso sentimento a tutte le comunità.


VANGELO (Mt 4,12-23)
Gesù comincia la sua predicazione pubblica nella Galilea, dove è vissuto finora. Sceglie Cafarnao, la cittadina più importante presso il lago di Tiberiade, nel territorio di Zabulon e Neftali, realizzando le parole del profeta Isaia. Qui proclama il regno di Dio, invita a cambiare vita e a convertirsi e costituisce il gruppo dei suoi primi discepoli.

Capire le parole
* Insegnando nelle loro sinagoghe. La sinagoga era ed è abitualmente il luogo dello studio e della preghiera della Parola di Dio.
* E guarendo ogni sorta di malattie. La predicazione di Gesù è accompagnata e confermata da miracoli di guarigione.


IN SINTESI… Abbiamo cominciato domenica scorsa il primo anno del tempo ordinario, che per semplicità viene chiamato anno A, e oggi inizia la lettura continua del Vangelo secondo Matteo. Gesù ha appena ricevuto il battesimo e lo Spirito lo conduce nel deserto, dove supera le tentazioni. Quindi comincia la vita pubblica, proclama il regno di Dio, invita tutti alla conversione e sceglie i suoi primi apostoli.


Le parole da capire sono curate dall’autore del sito liturgico; le parti in corsivo sono un libero adattamento da “Messale delle Domeniche e feste 2020 – LDC”