Don Bosco

Don Bosco

Testimonianze

Don Bosco mi lavò i piedi al Giovedì Santo

di Giovanni Villa

Giovanni Villa, da Ponderano presso Biella, nacque nel 1839. Emigrato giovanissimo a Torino in cerca di lavoro, andò da Don Bosco e frequentò il suo Oratorio festivo per undici anni. Si confessò da lui per tutto quel tempo. Tornato a Biella' incontrò nuovamente Don Bosco che lo invitò ancora a Torino. Qui riprese a frequentare l'Oratorio e Don Bosco, mentre si faceva una bella posizione come dolciario. Divenuto padre di famiglia, pose due figli nel collegio salesiano di Lanzo. Aiutò anche finanziariamente Don Bosco, che gli fu paternamente riconoscente. Testimoniò al "processo di santità" di Don Bosco sotto giuramento dal 16 al 26 gennaio 1894. I giudici ecclesiastici furono i canonici Carlo Morozzo, Marco Pechenino, Gaspare Alasia. Le sue testimonianze sono contenute nel manoscritto del processo ordinario, copia pubblica, nei fogli 1505-1555.

Sono Giovanni Villa, d'anni 55, nativo di Ponderano (Biella), confettiere (= dolciario) con esercizio (= azienda, negozio) proprio. Ho conosciuto Don Bosco nel luglio 1855 in Torino (aveva 16 anni). Però ne avevo già sentito parlare. Il mio parroco aveva detto in una predica che molti dei giovani che andavano a Torino per fare il muratore, nelle feste si trovavano in pericolo e senz'assistenza. Ora egli sapeva che un buon prete giovane si era messo a raccogliere tutti quei poveri giovani, e mentre dava loro campo a divertirsi, li istruiva e li tratteneva onestamente. Ci raccomandò di fare un'abbondante elemosina per aiutarlo. Da quel momento desideravo conoscerlo, e tre anni dopo, venuto a Torino per circostanze di famiglia, mi sono fatto premura di andare a trovarlo. Da quel momento non mancai mai di frequentare l'Oratorio festivo, ed ebbi sempre modo di parlare con Don Bosco.

Mamma Margherita

Ho conosciuto la madre di Don Bosco, che noi giovani dell'Oratorio chiamavamo mamma Margherita. Era il tipo di una buona massaia, di spirito veramente cristiano. All'Oratorio faceva veramente l'ufficio di una buona e pia madre, e in essa noi giovani avevamo confidenza filiale. Tutti eravamo molto edificati dalle sue virtù. In quel 1855 vidi Don Bosco attorniato da circa 200 giovani interni, alcuni dei quali già chierici, e da un 600 giovani esterni che frequentavano l'Oratorio festivo. Quando Don Bosco veniva in cortile, tutti ci assiepavamo attorno a lui, fortunato chi poteva avvicinarlo e baciargli la mano. Diceva una parolina nell'orecchio che faceva una santa impressione.

Più si faceva chiasso, più era contento

Don Bosco dava ai giovani la comodità di divertirsi, di giocare, di cantare, scorrazzare, suonare... Più si faceva chiasso nel cortile e più ne era contento. Quando vedeva che eravamo alquanto malinconici, o anche non troppo vivi, egli stesso si dava attorno per rianimarci con mille industrie, con giochi nuovi, per cui noi tutti eravamo pieni di contentezza. E quando veniva il tempo opportuno, egli suonava il campanello o lo faceva suonare, cessava in un istante ogni gioco e ci portavamo in chiesa.

Pani, salami e bottiglie appese

In alcune feste dava a tutti colazione con pane e salame. Ricordo che un anno, nella festa dello Statuto, perché noi non andassimo in città a prendere parte a divertimenti pericolosi, comprò salami, pane e piccole bottiglie di vino, e appese tutto a una corda. Poi disse: "Un signore mi ha dato qualche cosa per far un po' d'illuminazione per la festa dello Statuto. E io ho pensato di comprare questo per voi. Ora ognuno estrarrà un numero: il primo prenderà il pane, il secondo il salame, il terzo la bottiglietta del vino". Così abbiamo fatto, e per gruppi di tre, lieti e contenti facemmo merenda. Con queste industrie egli ci chiamava attorno a sé.

Il segreto di Don Bosco

Mi ricordo che nel 1862, trovandomi in Osimo nel 10° fanteria (per il servizio militare) fui interpellato da un buon prete giovane di colà, don Salvatore, qual segreto avesse Don Bosco per attirarsi il cuore dei giovani così potentemente, e mi incaricò di chiederglielo. Venuto poco dopo in licenza, gli riferii l'incarico ricevuto, e Don Bosco mi disse che non lo sapeva, e che quel buon prete, se amava Dio, sarebbe pure riuscito meglio di lui. Il metodo di educazione di Don Bosco era tutto paterno. Insomma era un padre amoroso in mezzo ai suoi figli. Li assisteva continuamente egli stesso, e non potendo, incaricava altra persona di sua fiducia, o chierici o laici.

Don Bosco in prigione?

Nel 1860 Don Bosco ebbe una perquisizione domiciliare per opera del Governo, il quale credeva che Don Bosco tramasse qualche cosa contro lo Stato. (Era appena finita la seconda guerra d'indipendenza, e gran parte dello Stato Pontificio si staccava dal Papa e veniva annesso al Piemonte). Si sparse la voce in Torino, portata dai giornali, che Don Bosco era stato messo in prigione. Alla domenica io corsi all'Oratorio, e lo trovai in chiesa che confessava. Dopo pranzo vi tornai presto per vederlo e sentire da lui quello che gli era successo. Don Bosco era attorniato da un duecento giovani circa, e ricordo che disse: "In Torino dicono che Don Bosco è in prigione, e invece Don Bosco è qui prigioniero in mezzo ai suoi giovani". I miei compagni poi mi narrarono che vi erano state varie guardie di questura e un delegato, che entrarono nella sua camera, e rovistarono ogni cosa, però invano.

Un falò di libri cattivi in cortile

Tutte le opere di Don Bosco avevano unicamente questo fine: la salvezza delle anime. Difatti teneva nella sua camera un cartello su cui aveva scritto a grossi caratteri: Da mihi animas, coetera tolle (Dammi le anime e prenditi tutto il resto), e questa massima Don Bosco ce la spiegava sovente.
Ricordo che nell'anno 1859 veniva all'Oratorio un giovinetto il cui padre faceva il mestiere di vendere in città dei giornali quasi tutti cattivi, contrari alla santa religione. Don Bosco odiava questo mestiere, perché, come ci diceva, con esso si coopera direttamente al male.
Perciò un giorno si recò dinanzi al banco dei giornali tenuto da quel padre, e tanto disse e fece che lo persuase a farsi cedere tutti quei libri e giornali cattivi, che erano bibbie dei protestanti e libri e giornali cattivi. Se li fece portare all'Oratorio, e in contraccambio gli mandò un'altrettanta quantità, un carretto, di libri buoni, tra i quali "II Giovane Provveduto", "II Cattolico" (manuali di preghiere e di vita cristiana scritti da Don Bosco) ed opuscoli delle Letture Cattoliche (mensili di lettura cristiana e divertente).
Di quei libri dei protestanti e giornali cattivi, Don Bosco ne fece poi un mucchio nel cortile dell'Oratorio, e li incendiò e ridusse in cenere alla nostra presenza.

Quando mi lavò i piedi

Si conosceva da tutti che egli camminava alla presenza di Dio. Un mio compagno mi diceva un giorno che non si poteva negare, nel contemplare Don Bosco in tutto il suo esteriore contegno, che fosse sempre per così dire in faccia a Dio. Sempre raccomandava a noi giovani la stessa cosa, ossia l'esercizio della presenza di Dio.
Voleva che tutti i giovani s'accostassero con frequenza ai sacramenti della Penitenza e della Comunione, ed egli si prestava volentieri a confessarci, impiegando varie ore successive. Chiamava pure in aiuto vari sacerdoti estranei, ma la maggior parte desiderava confessarsi da Don Bosco, e io stesso per poter confessarmi al mio turno, ho dovuto varie volte aspettare sino alle 10 di sera.
Nella Settimana Santa celebrava egli stesso le sacre funzioni. Faceva pure la lavanda dei piedi, e una volta fra i dodici giovani scelti fui pure io chiamato da lui medesimo, e ricordo che egli fece quella lavanda con uno spirito di fede, umiltà e semplicità, che inteneriva e commuoveva i nostri cuori.
Lo sentii più volte dire: "Che piacere quando saremo tutti in Paradiso! ". Egli mi diresse spiritualmente per undici anni, e se attualmente sono quel che sono e per riguardo all'anima e per la posizione, devo tutto a Don Bosco.

tratto da: Teresio Bosco
Don Bosco VISTO da vicino
Elledici, Rivoli-Cascine Vica (TO) 1996, p. 57-60
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