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| Scuola Secondaria di I grado |
Brani di approfondimento
Settembre 2008
Biennio
Le religioni
Le religioni sono una straordinaria potenza di pace. Quando vanno al fondo della loro genuina esperienza, si scoprono capaci di dialogo, di mutuo ascolto, capaci di favorire la fratellanza tra gli uomini e di contribuire al superamento delle barriere che li separano.
Come mostra la Sacra Scrittura nella storia di Giuseppe, quando i figli di Giacobbe si sono incontrati e riconosciuti quali fratelli di colui che avevano voluto uccidere, non c’è stato più posto per l’odio, ma per il pentimento e il perdono. Quando si prende davvero coscienza d un Padre comune, si pongono le premesse per un abbraccio fraterno.
Nei processi di pacificazione attualmente in atto in varie parti del mondo, le grandi religioni possono e debbono svolgere un importante compito; esse sono in grado di gettare ponti tra i singoli e i popoli. La loro forza è debole: non ha nulla a che vedere con la forza delle armi o dei sistemi economici. È una forza che trasforma l’uomo da di dentro per renderlo imitatore di Dio, giusto e misericordioso. Una forza che non è dagli uomini, ma viene dall’alto. Le religioni, nella loro povertà, hanno la ricchezza di un’aspirazione universale. Proprio perché deboli, non debbono incutere paura a nessuno, ma poter parlare a tutti con volto e con cuore amico. La loro forza sta nella libertà che esse, se sono fedeli alla loro originaria vocazione e ai loro fondatori, hanno dei grandi interessi che dominano le società umane. E la loro forza non viene dall’uomo ma da Dio.
La terra degli uomini nella quale viviamo è piena di sofferenze, ingiustizie, sopraffazioni. È uno spazio geografico conteso, nel quale vi sono molte coabitazioni difficili: politiche, etniche, religiose. È un pianeta che si sta guastando, il cui equilibrio è sempre più turbato dallo spreco delle risorse naturali e dell’inquinamento. La terra degli uomini è appesantita e greve, e sembra velare la vista del cielo.
Orbene, è da questa terra avvolta nella nebbia che salgono le invocazioni a Dio ed è su di essa che discende un fascio di luce dall’alto.
Le religioni sono questi fasci di luce. Le religioni purificano la terra, la rendono più leggera, dolce, vivibile, danno la forza di guardare in alto e di sperare a che aveva la faccia piegata nell’angoscia, nella nevrosi e nel lutto.
Tratto da: Carlo Maria Martini, Dizionario spirituale, Ed. Piemme
Terza
Un sacro senza volto né voce
La stessa fede religiosa viene spesso vissuta come una esperienza soggettiva, uno stato emotivo del tutto privato, il cui significato è di dare sicurezza e una felicità sganciante da ogni fondamento di verità.
Non solo. Ovunque si registra un ritorno del sacro. Ma quella che oggi trionfa, dopo un lungo processo di secolarizzazione, non è la concezione cristiana di Dio. Questo sacro, infatti, non si identifica con una Persona, non è «Qualcuno», ma «Qualcosa». I personaggi in cui si esprime ne sono solo manifestazioni passeggere, incomplete. Come i loro messaggi, e le loro parole. Questo sacro, di per sé, è muto. Esso non dice se stesso e non chiama per nome. Non coinvolge in una vicenda storica, in un impegno nel mondo, ma sottrae all'una e all'altro, evidenziandone la vanità.
Mentre da un lato pervade tutto il campo delle esperienze, risultando inseparabile da esse, dall'altro le annega in quella che Hegel sprezzantemente chiamava «la notte in cui tutte le vacche sono nere», dove ogni distinzione si dissolve nel tutto senza nome né volto. L'Oriente ha chiamato lo stato che ne deriva nirvana. Ed in esso l'uomo del nostro tempo cerca rifugio e liberazione quando la nevrosi del lavoro, dell'efficienza, dell'autoaffermazione, raggiunge il livello di guardia.
In questo senso, la fuga verso il sacro è l'altra faccia di una civiltà attivista e totalmente immersa nella frenetica ricerca del benessere e del successo. I due poli si richiamano a vicenda e si implicano, in una inevitabile oscillazione che dall'uno porta all'altro. Ed entrambi, nella loro unità, sono il segno che per il Dio della Parola e delle differenze non c'è più posto.
Alla fine de Il nome della rosa sono significative le parole del monaco Adso, il protagonista, che, ormai vecchio, sta per concludere la sua parabola terrena: «Non mi rimane che tacere (...) Tra poco mi ricongiungerò col mio principio, e non credo più che sia il Dio di gloria di cui mi avevano parlato gli abati del mio ordine, o di gioia, come credevano i minoriti di allora, forse neppure di pietà. Gott ist ein lautes Nichts, ihn rührt kein Nun noch Hier... (Dio è un nulla risonante, né un “qui” né un' “ora” lo toccano). Mi inoltrerò presto in questo deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile, in cui il cuore veramente pio soccombe beato. Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in una unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza, e in quell'abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né l'uguale né il disuguale, né altro: e saranno dimenticate tutte le differenze, sarò nel fondamento semplice, nel deserto silenzioso dove mai si vide diversità, nell'intimo dove nessuno si trova nel proprio luogo. Cadrò nella divinità silenziosa dove non c'è opera né immagine» - né possiamo aggiungere, parola.
Nessuna meraviglia che, in questo precipitare delle identità nell'indistinzione, anche le culture rischino oggi di perdere la loro. È l'ambiguo fenomeno della globalizzazione, che minaccia di cancellare, o almeno di contaminare e banalizzare, tradizioni secolari di popoli che vantano una civiltà ben più antica di quella dell'Europa, per non parlare di quella, a confronto bambina, degli Stati Uniti. E non manca chi interpreta il fenomeno del fondamentalismo come una comprensibile (che non vuol dire giustificabile) reazione difensiva a questa omologazione, spesso attuata in nome degli standard dell'economia capitalista.
Il problema si pone anche all'interno dei singoli Paesi, dove le tradizioni caratteristiche delle culture locali – per esempio i rispettivi dialetti – rischiano di scomparire sotto l'urto livellatore del linguaggio televisivo, oppure di rimanere nella forma ingessata e un po' artificiosa di un folklore ad uso e consumo dei turisti.
Tratto da: Savagnone Giuseppe, La stella dei Magi, ed. Elledici
Il materiale didattico per la Scuola Secondaria di I grado è curato da Leonardo Fiandaca.
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