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| Scuola Secondaria di I grado |
Il personaggio
Novembre 2008
Don Pino Puglisi parroco
A Brancaccio c’era nato, don Puglisi, nel 1937. Suo padre Carmelo faceva il calzolaio e sua madre Giuseppina la sarta. Usciva a giocare nel cortiletto con i due fratelli maggiori di lui, Gaetano e Nicola, circondato dalle case modeste della zona più povera di Palermo. Giocavano a riparare le scarpe accanto a papà. […]
Lungo la via del mare, Pino incontrava la chiesa di San Giovanni Bosco, tutt’intorno gli alloggi popolari. Nel 1950 conosce il vecchio parroco don Calogero, diventa chierichetto, si impegna nell’Azione Cattolica. Per due anni frequenta l’istituto magistrale De Cosmi per diventare maestro. All’oratorio salesiano l’arcivescovo di Palermo Ruffini lo vede circondato dai ragazzi e butta là: «Perché non ti fai prete?». Risponde rispettoso: «Per ora è impossibile». […]
Nell’estate don Calogero andò ad irrobustirlo di latino e greco sedendosi tra papà e Pino, mentre entrambi battevano suole e foravano il cuoio con la lesina. Irrobustì anche il portafogli di papà Carmelo con «contributi» suoi e di brave persone. La domanda al Seminario fu scritta a mano da Pino: « … il Signore mi ha illuminato sulla vanità delle cose terrene… Ho deciso di dedicarmi al Suo servizio e al bene delle anime». […]
Fu ordinato sacerdote il 2 luglio 1960, a 23 anni. Disse la prima Messa nella chiesa di Don Bosco. Sull’immaginetta-ricordo condensò il suo programma in 15 parole: « O Signore, che io sia strumento valido nelle tue mani per la salvezza del mondo».
Nei 32 anni successivi non dimenticò quel programma. La prima nomina lo manda vice-parroco a Settecannoli, limitrofo a Brancaccio, il luogo dove darà la vita «per la salvezza del mondo», e rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi, a un centinaio di metri. Da San Giovanni dei Lebbrosi don Pino assiste «al sacco di Palermo», cioè allo stravolgimento della città, lasciata senza piano regolatore per vent’anni. […]
Nel 1967 per il «viceparroco scomodo» Pino Puglisi cominciano i trasferimenti. Chi li chiama «la carriera», chi li chiama «esilio».
Viene nominato cappellano presso l’Istituto per orfani di lavoratori «Roosvelt», e vicario presso la parrocchia di Maria Assunta alla stazione balneare di Mondello (10 chilometri da Palermo).
Il 1° ottobre 1970 viene nominato parroco di Godrano, un piccolo paese arrampicato su un cocuzzolo di montagna, 750 m sul mare, a 27 chilometri da Corleone (di cui in quel momento è «frazione») e a 39 da Palermo, dove continua ad insegnare. […]
Nel 1977 a Palermo è cardinale Salvatore Pappalardo, che vuole don Pino direttore spirituale del Seminario Maggiore, perché formi preti come lui. Don Pino parla a lungo con lui, cerca di rifiutare. […] Un anno dopo Pappalardo torna alla carica, questa volta chiede l’obbedienza. Alla fine del settembre ’78 don Pino se ne va da Godrano quasi alla chetichella, non gli piacciono i lunghi addii. Un giornalista che sale dopo alcune settimane lassù, scrive che «il paese è in lutto».
Don Pino, a Palermo, insegna religione al liceo classico Vittorio Emanuele II (lo farà fino alla morte), è prorettore del Seminario e direttore del «Centro diocesano vocazioni».
Il 29 settembre 19990 (ha 53 anni) è parroco a Brancaccio, presso la chiesa di San Gaetano, e continua ad essere «direttore spirituale del Seminario».
Don Pino riprende a Palermo la sua vita povera come quella dei poveri. Indossa maglietta e pantaloni recuperati alla san Vincenzo. Regala tutto il suo tempo agli altri, non ha conto in banca, ha le tasche vuote e la casa (popolare) con lo scaldabagno rotto e i rubinetti che schizzano acqua dappertutto. Ma ha la parete occupata da uno scaffale pieno di libri, e il tempo che riesce a rubare al sonno lo passa studiando. […]
Tra i suoi allievi ed ex-allievi, e tra i cristiani che vedevano in lui non un prete a mezzo servizio, burocrate e funzionario, ma un testimone delle realtà soprannaturali e del comandamento della carità, ne trovò parecchi. […]
Ad essi espose alcune linee scarne del programma che occorreva realizzare perché i poveri potessero vivere, e con fiducia si incominciò:
- Primo obiettivo: le fogne per la via Hazon. Bisogna assolutamente mettere fine alla faccenda che spurghi, acqua inquinata e topi siano il luogo dove giocano i bambini. I lavori di fognatura, cominciati prima di una consultazione elettorale (le amministrative del 1990), si erano poi come al solito bloccati. Ripresero soltanto dopo che i volontari presentarono un esposto in pretura, guadagnandosi le ire dei politici locali «sempre ossequienti alla Chiesa».
- Nell’aprile del ‘ 92 partì per la campagna per chiedere l’istituzione del distretto socio-sanitario. Non era tollerabile che Brancaccio fosse lontano dall’assistenza medica e dagli assistenti sociali come fosse una zona Burundi. […]
- 21 settembre 19992. il gruppo di volontari si reca dall’assessore del comune al Patrimonio. Chiede un’altra volta la realizzazione della scuola media del rione Brancaccio. Sarà la prima in un rione di ottomila abitanti. Don Pino sa che una scuola media significa togliere dalla strada i ragazzi negli anni in cui cominciano a ricevere le offerte di manovalanza mafiosa. […]
Don Pino capisce che ora occorre occuparsi urgentemente del lavoro delle famiglie, del pane quotidiano. Tirerà fuori altre iniziative, manderà i suoi volontari a bussare di nuovo alla coscienza dei politici, dei rari industriali.
Il piccolo e mite prete comincia a dar fastidio. Don Pino se ne accorge, e comincia a lavorare in silenzio. Non fa clamore, non va sui giornali, ma scava nelle coscienze, non dà pace agli amici che possono influire sulla situazione. […]
Il 15 settembre era il suo 56simo compleanno. La «cupola» aveva condannato a morte don Pino Puglisi.
Nell’aula del processo, Salvatore Grigoli, il killer incaricato che aveva già eseguito 39 omicidi, il 7 luglio 19997 raccontò sotto giuramento: « Ci fecero sapere (Giuseppe e Filippo Graviano, capi della mafia di Brancaccio, oggi entrambi all’ergastolo) che l’omicidio non doveva apparire un delitto di mafia, bensì come l’opera di un tossicodipendente o di un rapinatore: per tale motivo fu usata una pistola di piccolo calibro. […]Decidemmo di attenderlo sotto casa. Lui arrivò. E io e Gaspare Spatuzza siamo scesi dalle auto mentre gli altri due aspettavano. Il padre si stava accingendo ad aprire il portoncino di casa. Aveva il borsello nelle mani. Fu una questione di pochi secondi: io ebbi il tempo di notare che lo Spatuzza si avvicinò, gli mise la mano nella mano per prendergli il borsello. E gli disse piano: “Padre, questa è una rapina”.
Lui si girò, lo guardò, sorrise – una cosa questa che non posso dimenticare, che non ci ho dormito la notte – e disse: “Me l’aspettavo”. Non si era accorto di me, che ero alle sue spalle. Io allora gli sparai un colpo alla nuca» (Verbale 7 luglio 1997 e Sentenza pp. 117-118).
Tratto da: Bosco Teresio, Un colpo alla nuca per Pino Puglisi firmato "mafia", Collana liberi e forti, Ed. Elledici, 2002.
Il materiale didattico per la Scuola Secondaria di I grado è curato da Leonardo Fiandaca.
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