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CEC DON BOSCO Scuola Religione a scuola: IRC e handicap Elementi di didattica per l'handicap

Religione a scuola: IRC e handicap

Elementi di didattica per l'handicap
Anche l’IRC ha bisogno di una didattica per integrare gli alunni in situazione di handicap in classi normali: una didattica per la/le diversità. In tale prospettiva la didattica assume la medesima configurazione sia che si insegni a soggetti “normali” che a quelli “diversi.

1. La diversità come potenziale educativo
La “didattica speciale” si fonda sul fatto che la diversità del soggetto con handicap non è solo “scarto dalla norma”, né si configura come una negatività, ma costituisce addirittura un potenziale positivo da valorizzare: un soggetto identificato nella sua specificità di essere se stesso e non altri.
Il principio da mettere a fondamento di tutta la didattica dell’IRC è il valore della persona. Esso consiste nel poter disporre di potenzialità proprie per raggiungere il fine specifico della natura umana anche nella sua trascendenza. La diversità organica, psico-biologica, sensoriale non intacca la sua originalità ma l’accentua e la rende più “originale”, se il processo garantisce l’aiuto educativo, rieducativo e terapeutico.
L’articolo 3 della Legge-quadro sull’handicap (1992) afferma: “É persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”.
Al riconoscimento del valore della diversità uno specifico e prezioso contributo viene dalle scienze umane. Evidenziata nel campo socio-antropologico, la categoria “diversità” va acquistando sempre più cittadinanza nella psicologia, nella sociologia, nella pedagogia[1]. Decisivo è l’apporto dell’antropologia culturale: non esistono culture superiori, non esistono lingue inferiori o superiori, non esiste opposizione fra infanzia e maturità, fra bambino e adulto, non esistono distinzioni nette fra normalità e a-normalità. Il guadagno di questo nuovo concetto di cultura è che, svincolando ogni espressione culturale dell’uomo da schemi di tipo gerarchico, legittima anche nella scuola un nuovo rapporto didattico.

2. I problemi didattici
Il nodo della didattica è e rimane quello della personalizzazione del rapporto tra insegnamento e apprendimento. Però questo principio non intende ignorare che un alunno con handicap pone alla scuola una domanda più complessa di aiuto educativo e di sostegno didattico[2], per cui vi sono alcuni problemi-difficoltà che rendono l’insegnamento con questi alunni particolarmente difficile.
2.1. Il problema principale è quello relativo alla non mai precisa e definitiva conoscenza del complesso dei condizionamenti (fisici, psichici, socio-culturali) determinanti uno stato di anormalità (cioè di difficile prevedibilità) nell’alunno. Comprendere la dinamica completa e complessa della persona con handicap, in sé e nella sua realtà differenziata, atipica, e nelle sue relazioni, comporta il poter risolvere una serie di difficoltà complesse e non sempre facilmente e totalmente risolvibili.
2.2. Un secondo problema consiste nel saper individuare il potenziale formativo, per misurare lo sforzo richiesto al soggetto “più diverso”, nelle sue varie esperienze di apprendimento, senza pretendere ciò che il suo livello mentale, le sue anomalie fisiche e i deficit sensoriali non possono permettergli di capire, di sentire, di fare, d’interagire.
2.3. Un terzo problema è individuabile nello scarto di codice esistente fra insegnante e allievo. Il codice del primo non è sempre identico a quello del secondo, anzi sovente quest’ultimo, nell’atto stesso in cui riceve - ed elabora - informazioni, sta costruendo, di solito con fatica, a volte con veri e propri stenti, altre volte con pause più o meno lunghe e con errori non rari, il codice. Il passaggio d’informazione può interferire pesantemente sul processo di costituzione del codice o intaccare non raramente la stessa intelligibilità del messaggio veicolato dal docente.
2.4. Un quarto problema, legato al precedente, riguarda i disturbi di ricezione (visiva, uditiva, o soltanto cognitiva) e le difficoltà di comprensione di un messaggio specifico da parte del soggetto con deficit (sensoriale, percettivo, neurofisiologico, mentale).
2.5. Un quinto problema è relativo alla debole motivazione del soggetto con difficoltà di apprendimento all’interazione didattica. Essa infatti è correlata alla struttura psico-fisica (grado di curiosità intellettiva, disponibilità del singolo alla comunicazione, tempi di saturazione di ascolto) ed è fortemente influenzata dalle variabili situazionali (come l’attività in corso, un momento particolare della giornata, delle circostanze peculiari): elementi che postulano una buona capacità di analisi-diagnosi conoscitive, puntuali, approfondite e continue.
Questi (ed altri) problemi richiedono - evidentemente - un maggiore impegno nella direzione della calibratura dell’insegnare. Sono chiare le indicazioni dei Programmi[3] descritte a tale proposito per la “scuola media” (1979); per quella “elementare” (1985), e per la “materna”(1991).


3. Indicazioni operative
* Quanto al contenuto della proposta disciplinare sembrano utili due brevi annotazioni prima di passare alle indicazioni metodologiche che rivestono estrema rilevanza:
-è opportuno che essa sia contestualizzata in una esperienza scolastica pratica, nel senso che la presentazione di conoscenze o informazioni siano in relazione a precise necessità: avvalersi della presenza di un interesse o di un bisogno, di un’aspirazione, di una tendenza realmente esistente ed effettivamente suscitata;
-è necessario con soggetti con handicap procedere dal semplice al complesso. L’impiego della triade scelta-gradazione-presentazione può costituire una procedura proficua nello sforzo di tenere conto delle esigenze psicologiche specifiche dell’handicap.

* Quanto ai metodi è necessario:
- equilibrare un continuo e delicato rapporto fra l’intervento e il non-intervento didattico. Un insegnante cioè non deve mettere in alternativa l’approccio radicalmente centrato sull’alunno con difficoltà con l’accentuazione della sua funzione direttiva, di guida e di controllo. Accanto alla comprensione del soggetto con handicap (sensoriale, motorio, locutorio; e così via) va previsto il momento “direttivo” del docente, secondo modi-gradi diversi, in funzione di circostanze particolari o di situazioni individuali. Una realistica azione didattica deve essere guidata, per un verso, dalla volontà di rispettare l’alunno, testimoniandogli l’intenzione di stimolarne l’iniziativa e di evitarne i condizionamenti che lo possono rendere passivo; e, dall’altro, dal proposito di garantire allo stesso una serie di reali condizioni (indicazioni, suggerimenti, proposte) congruenti con la sua crescita personale, ovviamente quella a lui possibile. Crescita, questa, che ha comunque per lui il valore della piena realizzazione, perché si tratta della misura a lui propria, quella per cui esiste. In questa dimensione metodologica le strategie più utili sono la suddivisione, l’articolazione e la scansione del compito formativo; l’indicazione di modelli di comportamento; l’accompagnamento progressivo con suggerimenti, incoraggiamenti tutoriali. L’esaltazione di presunti interventi terapeutici, alimentanti da attese miracolistiche, va sostituita con la costruttiva prospettiva dei piccoli passi, che permette la crescita - quella possibile - a ciascun soggetto “diverso”;
- saper perdere tempo (di evangelica memoria) come modalità di contrastare l’efficientismo didattico della tecnica programmatoria. Può essere utile opporre il valore dell’indugio, dell’attesa, della riflessione, come ricerca del tempo giusto. Rousseau affermava che talvolta il "perdere tempo" poteva essere “un guadagno” dal punto di vista pedagogico. Il differire, il saper attendere, il non essere frettoloso si configura come il riconoscimento del primato del tempo dell’allievo, ossia della crescita non subordinata a punti di arrivo che trascendono la presenzialità dinamica dello sviluppo personale;

* saper essere “prossimi” e “incoraggianti”[4]. L’alunno con difficoltà di apprendimento va considerato sempre un soggetto da “coinvolgere”, nel senso che occorre sostenerlo, aiutarlo, stargli dietro, sollecitarlo in ogni modo, perché egli possa capire, decodificare, interagire ecc. Da qui l’opportunità di imparare a dare spazio ad una dose complementare dei due tipi di comportamenti: quelli di tipo cognitivo e di quelli più strettamente connessi con i rapporti interpersonali e con gli aspetti emozionali e affettivi. Bisogna saper scartare ogni strategia univoca, puntante unicamente sui meccanismi di un solo codice verbale, che al massimo farà apprendere elementi isolati, oppure si risolve in un accumulo di parole prive di significato. Bisogna proporre interventi integrativi, fondati su una visione dinamica e realistica della situazione e delle possibilità del soggetto con handicap: puntare cioè sempre alla integrazione circolare di facoltà, potenzialità e funzioni, al riadattamento globale della personalità, alla ristrutturazione del quadro dell’esperienza unitaria del comportamento; di saper vivere una relazionalità di riscontro. Connessa con la precedente realtà, questa relazionalità può essere individuata nel dimostrare attenzione all’alunno con handicap, nel rivolgersi a lui sempre in termini di rispetto e di interesse, nel riconoscergli un’esistenza diversa.

* É chiara l’incompatibilità di tale riscontro con le preoccupazioni con essa incompatibili quali: evidenziare l’errore, correggere continuamente, proporre un modello unico di comportamento. Deve prevalere la preoccupazione di evitare ulteriori frustrazioni al soggetto con handicap, e quindi di risparmiargli valutazioni negative (e punizioni). Non si tratta di lassismo, di poca importanza del docente, perdita della possibilità di fornire l’aiuto (cognitivo e affettivo) che l’insegnamento comporta. Questo riscontro va condotto con intelligenza didattica, cimentandosi, a seconda delle circostanze e in relazione al deficit del soggetto, in un’ipotesi di soluzione, che:
- rispetti gli atti di rifiuto più recenti dell’allievo, dimostrando così comunque attenzione ed accettazione non valutativa nei confronti di quegli atti stessi;
- ricapitoli l’interazione insegnante-allievo, assicurandosi che egli possa tenere presente nel momento in cui l’insegnante gli sta fornendo la risposta, la soluzione del problema;
- informi l’allievo circa i sentimenti che quella interazione ha provocato nell’insegnante e quindi circa lo stato di esasperazione che la situazione stessa gli ha procurato;
- annuncia la decisione presa in base ai primi tre scopi, che dovrebbero agire come premesse che rendano argomentato il “provvedimento finale dell’insegnante”[5].

* Bisogna acquisire una fine sensibilità alterocentrica. É un’attitudine basilare dell’insegnante quella sua capacità di “trascendersi”, di uscire da se stesso, senza mai dimenticare il proprio sé, con un movimento verso la diversità dell’allievo in difficoltà, tale da superare ogni ottica superficiale e, comunque, riduttiva. Tale atteggiamento esclude la valutazione, che si esprime sempre per mezzo di giudizi schematizzanti la dimensione umana ed esistenziale del soggetto con handicap, per cui di fronte a quest’ultimo si è portati ad assumere una posizione di distanza, pensando o peggio dicendo talvolta, anche pubblicamente: “non è capace di niente”; “non ce la farà mai”; “queste e scarsissime sono le sue possibilità”; e così via. Da qui l’esigenza di un rapporto in grado appunto di stabilire una relazione che, per un verso, si preoccupa di creare situazioni di sicurezza, incoraggiando l’alunno nelle sue manifestazioni espressive e comunicative, e rafforzandolo nel suo pur faticoso processo di apprendimento; e, per un altro verso, aiuta lo stesso docente ad essere più interagente con se stesso.

* La stessa comunicazione didattica deve assumere alcune strategie:
- il ricorso intelligente alla ridondanza. Nel processo comunicativo questa reiterazione serve a consentire ai soggetti in difficoltà di apprendimento di ritrovare, senza dilazioni eccessive, l’orientamento informativo, di capire meglio e più facilmente le nuove informazioni, di consolidare più agevolmente le conoscenze possedute e gli incrementi di codice che via via essi realizzano. Ridondanza non significa ripetizione delle parole. Alcune volte, perché l’alunno con handicap possa comprendere, si è indotti a ripetere più volte la stessa parola: non si deve allora dimenticare che la ripetizione eccessiva di determinati significanti finisce col creare le condizioni per l’alienazione del loro significato o, addirittura, per il loro consumo, inteso come degegenerazione del significato del termine. È perciò utile riformulare l’informazione, quando essi vengono sollecitati verbalmente sul piano della comprensione, in occasione e con modalità diverse e ripetere con frasi molto semplici, in cui la struttura linguistica sia facilmente intelligibile;
- l’uso studiato di “discorsi di appoggio”. Misurare la produzione verbale sulle facoltà mentali del soggetto è un modo per consentirgli la comprensione, e quindi per rispettarlo in quanto persona-ricevente. Tale esito migliora la comunicazione perché il testo viene accompagnato da spiegazioni, da rimandi, da integrazioni… tendenti ad agevolare la ricostruzione corretta delle informazioni e a rendere adeguate le inferenze che l’alunno compie, le conoscenze che richiama...;
- l’utilizzo articolato di una pluralità di codici. I comportamenti non-verbali svolgono un ruolo di rilievo nell’interazione didattica, perché modellano, arricchiscono, completano, precisano il significato del linguaggio verbale. Comportamenti, questi, che hanno una maggiore incidenza nel caso della comunicazione di tipo relazionale (accettazione, approvazione, rifiuto...) piuttosto che in quella di tipo cognitivo, anche se si tratta di preponderanza, non di esclusività, perché si esprimono sentimenti con la parola e idee col gesto. Tuttavia va richiamata la necessità didattica che alcuni comportamenti paraverbali e non-verbali non debbono mai esprimere atteggiamenti valutativi di rifiuto o di minacce (mimica facciale, tono della voce...). É il caso classico del “doppio legame” che tratta di un comportamento in cui la comunicazione esplicita, per lo più verbale, è in contrasto con quella implicita, per lo più non-verbale;
- la rilevanza di codici non-verbali di cui va sollecitato l’uso nell’interazione didattica. Questo non significa trascurare il codice verbale, ma soltanto che le forme comunicative non-verbali non vanno disgiunte da quelle verbali, che a loro volta devono essere varie e differenziate (registri diversi, modalità stilistiche molteplici, uso del dialetto). Vale a dire pluralità e varietà delle forme di comunicazione nella loro complementarità; dal comunicare al far comunicare. Questo tipo di attenzione deve essere rivolta anche alla produzione e allo sviluppo della comunicazione da parte dei soggetti con deficit, per non obbligare tutti ad esprimersi nello stesso modo.
 
tratto da: AAVV, "Notiziario UCN", n. 3 - luglio 2001

[1] Per l’acquisizione di questi principi cfr.: VICO G., Handicappati, Brescia, La Scuola Editrice, 1984; VICO G., Handicap diversità scuola, Brescia, La Scuola Editrice, 1994. Per un primo orientamento sull’insegnare a soggetti in difficoltà fondamentale è il volume: TRISCIUZZI L., Manuale di didattica per l’handicap, Bari, Laterza, 1993.
[2] Cfr "Premessa" ai Programmi della Scuola Elementare (1985).
[3] "Dopo oltre un ventennio dall’emanazione della Legge n. 118 del 1971, la problematica relativa alla presenza, nella scuola, dei soggetti con difficoltà a fruire del servizio educativo di base incomincia a delinearsi nei suoi aspetti, acquisendo caratteri di sano realismo, contorni meglio definiti, più ampia congruenza operativa, maggiore obiettività di impostazione. La legge 517 del 1977, i Programmi per la scuola media del 1979, quelli per la scuola primaria del 1985, gli Orientamenti per la scuola materna dei 1991 e soprattutto la Legge quadro sugli handicappati, n. 104, dei 5 febbraio del 1992, sono macroindicatori dei processo di assestamento nella configurazione del problema. Con tali provvedimenti infatti i presupposti e le condizioni dell’integrazione scolastica dei soggetti con problemi sono stati riconsiderati in termini certamente più rispondenti alla realtà, senza nulla togliere al progetto originario di voler dare fondamento ed alimento ad una cultura dell’integrazione. Al riguardo cfr. M. TORTELLO, Integrazione degli handicappati, Brescia, La Scuola Editrice, 1996.
[4] Al riguardo v. H. FRANTA-A.R. COLASANTI, L’arte dell’incoraggiamento, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1995. Dello stesso autore v. Relazioni sociali a scuola. Promozione di un clima umano positivo, SEI, Torino 1987 e Atteggiamenti dell’educatore, LAS, Roma, 1988.
[5] Cfr L. LUMBELLI, Il pedagogista e l’operatore: dalla teoria alla prassi della formazione, in “Scuola e Città”, agosto 1995, p. 360.

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