 |
| |
| |
| materiale didattico: link |
| |
| scuola dell'infanzia |
| |
| scuola primaria |
| |
| secondaria di I grado |
| |
| secondaria di II grado |
| |
| riviste |
| |
| religione a scuola |
| |
| l'esperto risponde |
| |
| formazione insegnanti |
| |
| anagrafica insegnanti |
| |
|
|

| Religione a scuola: IRC e handicap |
Un progetto d'integrazione dei portatori di handicap nell'Irc
Criteri di una sperimentazione in atto
Il perché di una sperimentazione
Un contesto di rapido cambiamento
È in atto da un anno, a cura del Settore Scuola
dell'UCN, un piano di sperimentazione scolastica dell'IRC
strutturata sulla ipotesi delle riforme in atto, in vista
di una nuova stesura dei «Programmi di religione».[1]
(nb. La sperimentazione si è conclusa, i programmi
sarebbe meglio i curricoli sono stati approvati
dai vescovi). La scuola italiana sta attraversando un
processo di cambiamento profondo e radicale, attraverso
una serie di riforme strutturali, davanti a cui gli addetti
ai lavori spesso si mettono con inquietudine e trepidazione.
Processi nuovi come «autonomia scolastica»,
«Innalzamento dell'obbligo scolastico», «riforma
dell'esame di stato», «riordino dei cicli»,
«saperi essenziali»... non possono lasciare
indifferenti gli insegnanti. Tali nuove realtà
hanno bisogno di mirati ripensamenti anche perché
la società stessa è in rapida trasformazione
e in essa sono evidenti conflitti interculturali ed esperienze
di presenze pluri-religiose a cui la scuola deve dare
risposte soddisfacenti.
Ciò, che pure era atteso da anni, per la sua
improvvisa repentinità obbliga gli inscenanti,
e soprattutto gli insegnanti di Religione, a un nuovo
modo di collocarsi dentro questo sistema scolastico
in rapida trasformazione, stimolandoli a ridefinire
la propria didattica ed a ricollocarsi in esso con efficacia,
dopo aver sperimentato in maniera seria le ipotesi da
cui partono anche le riforme.
È per tali motivazioni che lIRC non poteva
rimanere fuori da questi mutamenti. Pur essendo ancora
una disciplina controversa e contesa, viene provocata
a ridisegnare il proprio profilo disciplinare. Di qui
l'avvio di una sperimentazione per ridefinire i nuovi
programmi di religione cattolica, promossa dalla Conferenza
Episcopale Italiana - settore IRC - ed autorizzata dal
Ministro della Pubblica Istruzione.
Tratti della sperimentazione
Dopo un anno di lavoro (1998-99) in cui si sono impegnati
circa 130 insegnanti guidati da un comitato scientifico
e controllati da un Osservatorio, con il compito di monitorarne
gli esiti, la sperimentazione ha ripreso il camino per
un secondo anno (1999-2000). Rispetto allo «Strumento
per la sperimentazione» preparato per il primo anno,
la proposta attuale, rivista opportunamente dopo una verifica
da parte del comitato, presenta varie novità:
| - |
rende più essenziali i nuclei fondamentali
delle matrici progettuali; |
| - |
offre suggerimenti per l'utilizzo dello strumento
con adattamenti agli alunni in situazione di handicap
(per interpretare al meglio il concetto dell'integrazione); |
| - |
indica spunti di inserimento nell'indirizzo artistico
della secondaria superiore. |
Il cambiamento politico di questi ultimi anni e la
concreta possibilità di una riforma hanno richiesto
un serio confronto sull'IRC evidenziando la necessità
di riflettere sia sulle prospettive di rinnovamento
che sulla comprensione della società in evoluzione,
soprattutto nella dimensione interculturale e interreligiosa.
In particolare sta maturando la consapevolezza - da
parte degli insegnanti di Religione - di non dover giungere
impreparati all'appuntamento finale delle riforme, così
da collocarvisi in maniera disciplinarmente corretta.
L'attenzione all'handicap
Si deve riconoscere che è la prima volta che gli
insegnanti di Religione sono chiamati a partecipare attivamente
mettendo a frutto la loro competenza e professionalità
- nel cammino di trasformazione disciplinare che li coinvolge
da vicino. Qui ci interessa esplicitamente segnalare quanto
sta avvenendo in un settore specifico: quello dell'handicap.
Valorizzando la concretezza del loro vissuto didattico
e esperienziale, diversi insegnanti sono stati coinvolti
nella realizzazione e nella verifica delle ipotesi di
sperimentazione della proposta di integrazione degli handicappati
nell'IRC.
L'ipotesi da sperimentare, concreta ed essenziale, viene
riportata nel dossier citato al fondo delle matrici concettuali
riproposte. Tale aggiunta integrativa è stata studiata
e messa a punto in un convegno di un centinaio di insegnanti,
organizzato dall'Ufficio Scuola della CEI, in collaborazione
con l'Istituto di Catechetica dell'Università Salesiana
(Costa di Folgaria, Trento, 5-7 luglio 1999).
In quella sede, guidati da esperti del settore, essi hanno
riletto lo strumento della sperimentazione nazionale,
con una attenzione particolare agli alunni in situazione
di handicap. E significativo che non si siano stilati
appositi programmi di Religione per i portatori di handicap,
ma che si sia scelta la via dell'adattamento degli obiettivi
didattici previsti per gli alunni di ogni ordine e grado
di scuola, essenzializzandoli. Ciò fa pensare a
una didattica di integrazione e di valorizzazione della
«diversità».
La sperimentazione parte da questo anno scolastico in
quelle scuole in cui insegnano i docenti partecipanti
al convegno; avrà nel corso dell'anno qualche momento
di verifica, che diverrà definitiva con la prossima
estate. Dal punto di vista didattico, per un primo e concreto
adattamento dei nuclei tematici agli alunni in situazione
di handicap, gli insegnanti:
| - |
devono evidenziare le «parole-chiave»
delle matrici progettuali dell'ipotesi generale; |
| - |
sono invitati a prevedere e costruire dei «percorsi
differenziati»; |
| - |
hanno l'impegno di precisare esemplificazioni
in modo che le programmazioni didattiche si adattino
alle diverse situazioni degli alunni. |
La presenza di «alunni disabili» in classi
«normali» non è certamente una novità
di oggi nella scuola italiana e tutta una documentazione
lo dimostra. Ma forse una riflessione guidata rende giustizia
a ciò che finora nella scuola, a riguardo, è
stato fatto, come frutto di iniziative personali di docenti
che non hanno atteso per comprendere la necessità
di coinvolgere nelle attività didattiche anche
gli alunni più svantaggiati. Chi ha saputo leggere
nei programmi di religione cattolica l'invito a «valorizzare
la diversità» ha inteso bene, poiché
l'handicap è soprattutto una «diversità»
che va prima valorizzata, e poi integrata.
Così questi insegnanti sono incoraggiati a proseguire,
stimolati anche da una visione che coinvolge in modo più
scientifico altri docenti; e ciò favorirà
certamente l'integrazione scolastica degli alunni in difficoltà,
evitando il più possibile il rischio della loro
emarginazione.
Una didattica dellirc per i portatori
di handicap
Il valore della diversità
Se la «diversità» è un potenziale
da valorizzare, ci si chiede allora come poter favorire
l'insegnamento-apprendimento degli alunni in situazione
di handicap, da «integrati» nelle classi normali.
Il concetto di uguaglianza molto spesso è sinonimo
di «omologazione»; e perciò va ribadito
che ciascuno, come persona, è se stessa, «diversa».
È l'insieme delle diversità che rende più
ricca di umanità e di maturità una classe
di allievi.
Questo principio, acquisito e affermato dalle conquiste
della cultura emergente, non sembra così pacifico
nelle conseguenze didattiche. Esso deve far pensare ad
una didattica per la/le diversità, che non vuol
dire che l'insegnante adotta in classe in presenza del
«diverso» una didattica differente da quella
dei soggetti «normali». Si tratta, invece,
di operare una seria analisi delle varie «diversità»
esistenti nel contesto-classe e programmare percorsi resi
più «individualizzati», didatticamente
percorribili da ciascuno nella misura delle proprie capacità,
abilità, potenzialità.
È proprio in questo che la cosiddetta «didattica
speciale» fonda il suo principio. Il diverso non
è uno scarto della «normalità»
né una negatività; egli ha un potenziale
positivo da valorizzare, una identità ben precisa
in cui si racchiude una libertà: quella di essere
sé stesso e non altri.
Va ribadito, perciò, il valore della persona come
potenziale da cui attingere e come dinamica da valorizzare.
L'essere «diverso» organicamente, biologicamente,
psicologicamente, non deve intaccare l'originalità
della persona, ma accentuarla e renderla più «originale».
In questo senso e per salvaguardare questo principio una
didattica per l'handicap deve prima di tutto valorizzare
il bagaglio umano e il potenziale formativo di cui l'allievo
è titolare. Le varie diversità contribuiscono
a definire nella persona un rapporto positivo con gli
altri, poiché i processi personali sono meglio
garantiti dall'aiuto educativo, rieducativo, terapeutico.
Un impegno particolare
Non possiamo, tuttavia, pensare che il problema della
presenza del diverso sia di facile soluzione, né
alimentare falsi ottimismi. I problemi reali, connessi
alla presenza in classe di soggetti in situazione di handicap,
rimangono innumerevoli e variano per situazione e contesti.
Il nodo da sciogliere resta quello della didattica (rapporto
insegnamento-apprendimento) che risulta già essere
difficile in situazioni di normalità; lo è
ancora di più in presenza di soggetti con handicap,
i quali pongono alla scuola una domanda più complessa
di aiuto educativo e di sostegno didattico. Ciò
è spesso causa di difficoltà che condizionano
l'azione dell'insegnante, poiché l'intervento educativo
richiede maggiore impegno rispetto a soggetti normodotati.
| - |
Una prima difficoltà da sottolineare e
risolvere è quella di conoscere in modo corretto
ed analitico i problemi evidenziati dai condizionamenti
(fisici, psichici, socio-culturali) che sono alla
base di uno stato di «diversità».
Perciò entrare con piena sicurezza nella
realtà dell'handicap, con tutta la sua atipicità
e singolarità. richiede la capacità
di risolvere una serie di problemi estremamente
complessi[2]. |
| - |
Una seconda difficoltà è quella
di individuare il potenziale formativo, al preciso
scopo di misurare lo sforzo che viene richiesto
a ogni allievo «diverso» nelle sue varie
esperienze di apprendimento. Spesso si cade nell'errore
di pretendere quello che a livello mentale, fisico,
sensoriale il deficit non consente di comprendere.
sentire, fare, interagire. |
| - |
Una terza difficoltà sta nella differenza
dei codici comunicativi (cioè i vari linguaggi)
fra insegnante e alunno portatore di handicap. Spesso
l'insegnante usa un codice diverso da quello che
l'allievo può comprendere. Egli ha bisogno
di linguaggi il cui codice gli deve apparire comprensibile,
perché non si manifestino disagi che si ripercuotono
pesantemente sul processo di apprendimento. |
| - |
Una quarta difficoltà va individuata nei
disturbi di ricezione (visiva, uditiva o cognitiva)
che impediscono concretamente all'alunno che ne
è affetto di entrare in sintonia con la fonte
della comunicazione. L'insegnante dovrà fare
preventivamente i conti con questi deficit, cercando
modalità alternative di comunica. |
| - |
Una quinta difficoltà si può trovare
nella motivazione dell'apprendimento. In genere
un apprendimento è dipendente dalla legge
dell'interesse, che può essere innato o da
suscitare. Se questo problema in soggetti normodotati
pone già difficoltà di partecipazione,
diventa molto più critico in quelli in situazioni
di handicap, per gli svantaggi naturali di partenza.
|
Primi elementi di didattica dell'irc
A partire dalla coscienza dei problemi didattici appena
accennati, vogliamo aiutare a riflettere per ora su alcune
linee-guida, che sono state offerte agli insegnanti impegnati
nella sperimentazione per l'integrazione.
Chi ha avuto a che fare già con questo problema
didattico, ne sarà certamente già a conoscenza
e potrà confermare le sue esperienze.
Facilitare un «normale» rapporto con gli
altri
Prescindendo da qualsiasi metodo o didattica, alla base
dell'integrazione dell'alunno in situazione di handicap,
l'insegnante deve organizzare il modo di aiutarlo, facilitandogli
un «normale» rapporto con gli altri, prima
di farlo interagire con il proprio handicap.
Questo primo obiettivo, perciò, non può
essere demandato alla responsabilità della sola
figura dell'insegnante di sostegno (dove c'è):
coinvolge prima di tutto il consiglio di una classe in
cui è integrato l'alunno, nella sua globalità
pedagogica e didattica; e richiede la cosciente collaborazione
di tutta la classe, per non espropriare l'allievo del
contatto con il gruppo dei suoi compagni.
Perciò, ordinariamente bisognerebbe scoraggiare
l'uscita dell'alunno durante le ore di lezione per recarsi
nell'apposita aula di sostegno. A questa scelta sono legati
rischi non sottovalutabili come la deresponsabilizzazione
degli insegnanti curricolari e l'ampliamento del vissuto
di emarginazione dell'alunno con handicap. Questo non
comporta che l'insegnante di sostegno non debba programmare
attività didattiche che richiedono l'uscita dell'alunno
dalla classe, ma che l'eventuale uscita dal gruppo-classe
deve essere spiegata e motivata sia al soggetto che al
gruppo, e avvenire solo per particolari necessità.
Gestire adeguatamente il lavoro di gruppo
Per una più efficace integrazione dell'alunno svantaggiato
con il gruppo-classe, si deve mettere in atto anche una
più efficace strategia metodologica del lavoro
a piccoli gruppi, con l'avvertenza che l'aiuto ai membri
del gruppo più deboli può essere dato da
chi è più capace di comunicazione.
| - |
favorisce la formazione delle persone che fanno
parte del gruppo formato non in funzione di scelte
più o meno spontanee o conformistiche, ma
su criteri che contribuiscano a potenziare lo sviluppo
sociale e individuale dei singoli; |
| - |
fornisce a tutti i membri dei gruppo, compreso
all'alunno in difficoltà, una traccia su
cui lavorare, coerente e complementare a quella
fornita agli altri gruppi della classe ma preparata
collettivamente dai docenti è adeguatamente
commentata; |
| - |
richiede una conclusione «materiale»
della riflessione fatta, ben organizzata in una
sintesi «finita», così da evitare
dispersione; dovrebbe essere frutto della partecipazione
dei singoli, anche se ciascuno ha potuto dare solo
quello di cui è capace; |
| - |
consiglia ai membri del gruppo di responsabilizzarsi: |
| |
a) fissando regole interne, al fine di far partecipare
tutti democraticamente;
b) dandosi dei ruoli per gestire meglio il lavoro
da fare (analizzare, sintetizzare, riporta re, semplificare,
essenzializzare, verbalizzare, valutare l'attività,
per accertare il reale coinvolgimento dei singoli
elementi al suo interno);
c) lasciando ampio spazio per la presentazione agli
altri del proprio lavoro.
|
Il compito dell'insegnante, in questa didattica di coinvolgimento
degli allievi nella lezione attraverso il gruppo, è
quello di seguire i loro lavori da vicino, offrendo elementi
per la scoperta e l'utilizzazione di strumenti per raccogliere
o concretizzare i risultati dei lavoro, aiutando a superare
difficoltà eli percorso, illuminando lungo la pista
tracciata. Sì ti-atta di una metodologia che può
veramente favorire il raggiungimento dell'obiettivo della
integrazione: Può essere iniziata comunque, e si
sviluppa in condizioni ottimali quando è presente
l'insegnante di sostegno.
Una volta divenuta familiare all'insegnante curricolare,
può continuare anche quando non c'è l'insegnante
di sostegno.
Questo può portare ad una diffusa consapevolezza.
sorretta da una solidarietà, che può mettere
in moto i dinamismi della crescita generale delle coscienze,
sviluppando la convinzione che le persone svantaggiate
per natura non appartengono ad una categoria differenziale
che allontana, ma sono «diverse» e possono,
a partire dalla loro diversità, offrire il potenziale
di cui dispongono, mettendolo in comune con gli altri.
È evidente che l'integrazione non si esaurisce
nell'ambito scolastico e deve continuare nella società.
Ma intanto lo sforzo della scuola, oltre che essere di
stimolo alle persone per «migliorarsi», dovrà
anche pensare ad una certa capacità di orientare.
La figura dell'insegnante
In questi ultimi anni, uno degli obiettivi perseguiti
dalla scuola è stato quello di aiutare a prevenire
il disagio offrendo agli alunni in difficoltà migliori
condizioni di benessere: dalla normativa sulla integrazione
scolastica ai diffusi progetti sperimentali, alle figure
da coinvolgere. Tutto è stato predisposto ed offerto
dalla legislazione per attivare delle strategie che facessero
interagire la scuola con il personale specializzato dei
servizi socio-sanitari o di altri enti presenti sul territorio.
Ma la scuola, nel progetto di integrazione, ha forse dato
eccessiva importanza all'insegnante te di sostegno, a
cui è stato riconosciuto un ruolo-guida in un concreto
processo di accoglienza. di ascolto. di identificazione
di problemi e difficoltà della sfera psico-relaziona
le; nonché di recupero delle lacune disciplinari,
almeno quelle ritenute più importanti. Si tratta
di un intervento configurato come un rapporto di natura
tutoriale.
L'insegnante di sostegno svolge certamente un ruolo importante,
anche se non sempre con un'adeguata competenza e preparazione
pedagogico-didattica. Ma su di lui non si può far
ricadere la responsabilità principale dell'integrazione
scolastica degli alunni in difficoltà e in situazione
di handicap. La didattica speciale richiede infatti la
convergenza di diverse forze (insegnanti curricolari,
insegnanti di sostegno, compagni di classe), come anche
il coordinamento delle competenze specifiche, come condizioni
per una buona integrazione:
| - |
il conoscere la diversità dell'handicap; |
| - |
l'acquisizione della consapevolezza che faccia
superare il rischio della «certezza»,
per imparare a coltivare il pensiero «migrante»,
«nomade», «plurale», disseminativo; |
| - |
il rispetto dei vissuti degli altri e dunque le
loro «storie di vita»; |
| - |
il sapersi misurare con la pratica della tolleranza,
del pudore, della «pietas»; |
| - |
l'impegno nell'esercizio della solidarietà; |
| - |
il farsi testimone e promotore di una cultura
del rispetto della dignità di ogni alunno... |
Ciò comporta che l'insegnante debba ridescriversi
professionalmente non solo intorno al principio della
«competenza disciplinare», ma anche attorno
al metodo della comunicazione didattica, dipendente dalle
dimensioni personali dell'handicap, che sono prima di
tutto relative alle sue valenze emotive.
Bisogna intanto riconoscere che è maturata la mentalità-cultura
degli insegnanti relativa alle problematiche della diversità;
e ciò sta a significare qualche passo avanti nella
riforma più cosciente della scuola e nel rispetto
di tutte le sue componenti orientate ad un serio processo
educativo, esteso a tutti gli alunni, compresi quindi
anche quelli in situazione di handicap.
Nota bibliografica
| - |
CEI, Stato sociale ed educazione alla socialità.
Nota Pastorale, 1995. |
| - |
CHIAROMONTE C. (et alii), E la vita esploderà.
Itinerari didattico-educativi per l'insegnamento
della religione cattolica nella scuola dell'obbligo,
anche con alunni portatori di handicap, Elledici,
Leumann (To) 1992. |
| - |
MORANTE G., L'educazione religiosa dei disabili.
Dispense ad uso degli studenti, Università
Pontificia Salesiana, Roma 1998. |
| - |
CEI, Notiziario dell'Ufficio Catechistico Nazionale.
Quaderni della Segreteria Generale CEI, 2, Anno
III n. 24, agosto 1999. |
| - |
TENUTA U., Individualizzazione. Autonomia e flessibilità
nell'azione educativa e didattica, La Scuola, Brescia
1998. |
| - |
VIANELLO R.-BOLZONELLA G. F., Il bambino portatore
di handicap e la sua integrazione scolastica, Juvenilia,
Bergamo 1998. |
| - |
IANES D.-TORTELLO M., La Qualità dell'integrazione
scolastica. Disabilità, disturbi dell'apprendimento
e differenze individuali, Erickson, Trento 1999. |
| - |
GALLOTTA V.-VITALE C., Codice per l'integrazione
scolastica, Giuffrè, Milano 1997. |
| - |
TRISCIUZZI L., Manuale di didattica per l'handicap,
Laterza, Roma-Bari 1996. |
[1] CEL Notiziario dell'Ufficio
Catechistico Nazionale. Quaderni della Segreteria Generale
CEL Anno III, n. 24, agosto 1999. [2] In questo primo intervento
sulla sperimentazione didattica dell'IRC con alunni in
situazione di handicap, intendiamo fare una panoramica
della situazione ed evidenziare gli elementi più
significativi della loro integrazione scolastica. Negli
altri che seguiranno durante l'anno riprenderemo i «nodi»
più problematici e offriremo strumenti per la sperimentazione
e indicazioni per la soluzione dei problemi relativi al
processo didattico differenziato.
 |
|