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SCUOLA Chi è l'IdRC? L’insegnante di religione, risorsa per la società e per la Chiesa

Chi è l'IdRC?

L’insegnante di religione, risorsa per la società e per la Chiesa
Intervento di Mons. Giuseppe Betori, Segretario Generale della CEI, al primo meeting degli insegnanti di religione cattolica


1. Una triplice connotazione
La presenza in questo meeting di insegnanti di religione cattolica di ogni parte d’Italia, provenienti da diocesi diverse e operanti in tutti i gradi e cicli scolastici è un’opportuna occasione per mettere a fuoco la figura del docente di religione come risorsa per la scuola stessa e, attraverso di essa, per la società e per la Chiesa. Si intrecciano infatti in voi tre connotati che contribuiscono a formare la vostra identità di persone della scuola, della società e della Chiesa, e da cui scaturisce il vostro atteso contributo per tutti e tre questi ambiti di vita.
Lasciando ad altri mettere in rilievo il vostro servizio alla scuola in quanto tale, ma riconoscendo la vostra continua crescita in competenza e partecipazione, vorrei mettere qui in risalto come proprio il vostro compito di insegnanti di religione nella scuola vada oltre i confini dell’aula scolastica, ed entri nel nostro Paese e nella stessa Chiesa come un rilevante e originale apporto di umanità.
Chiaramente queste mie riflessioni non vogliono essere pensieri in astratto. Sono resi possibili guardando alla concreta realtà degli insegnanti di religione cattolica oggi in Italia, perché un nuovo percorso identitario si va sempre più delineando, mano a mano che la vostra dignità professionale viene riconosciuta con i diritti che vi spettano, ed insieme mentre si sta profilando una riforma della scuola in cui, proprio attraverso l’insegnamento della vostra disciplina, potete dare – e ricevere – impulsi sempre nuovi per il bene comune.
Sviluppo il mio pensiero toccando successivamente i referenti, i contenuti e competenze dell’insegnamento della religione cattolica. Ovvero: a chi si rivolge il vostro servizio, che cosa si può attendere da esso e come esso si attua.


2. I referenti del servizio
Voi sapete che entrare nella scuola non è entrare affatto in un ambiente chiuso, in un ghetto del sapere, ma penetrare nel cuore del mondo sociale, ascoltarlo, farsene competenti, comprenderlo, ripresentarlo nelle sue diverse articolazioni civili, ecclesiali, familiari e sociali in genere. Ebbene vi siete mai chiesti quali sono le risorse di cui voi disponete, e quindi qual’è il contributo, che società e Chiesa possono aspettarsi da voi?
Dicendo società e Chiesa dico anzitutto i referenti globali del vostro servizio, entrambi riconosciuti e accolti senza confusione, ma anche senza reciproca esclusione o indifferenza.

2.1. Un bene per la società
Ho detto, nell’ordine, società e Chiesa, perché appaia chiaro che la vostra docenza, con ciò che essa comporta, ha certamente una finalità ecclesiale, ma potremmo dire che la comunità ecclesiale vi si riconosce se il vostro intervento mira a una ben definita finalità sociale, essendo la scuola in cui operate scuola pubblica, sia statale che non statale, cioè bene pubblico, comune, di cui la Chiesa non si appropria, ma che intende servire con le proprie risorse, anzitutto con gli insegnanti di religione che essa riconosce, forma ed aiuta.
Siamo convinti, e bisognerà sempre più dimostrarlo con i fatti, che l’insegnamento della religione cattolica, secondo la sua natura che ben conoscete, contribuisce veramente al «bene del Paese» (cfr Accordo di revisione del Concordato lateranense [1984], art. 9, 2), a quei valori che la Costituzione esprime e che la riforma scolastica in atto riconosce quando afferma la centralità della persona, quella del ragazzo anzitutto, ma necessariamente anche quella delle altre persone che fanno la scuola. Contributo che si pone insieme, non in disparte, alle diverse dimensioni formative, finalizzato alla dimensione religiosa, concepita e voluta come dimensione intrinsecamente pertinente all’uomo.
Tale riferimento sostanziale all’ordine civile si sviluppa tramite quegli obiettivi formativi di cui la “convivenza civile” tende ad essere una cifra riassuntiva e il Profilo educativo culturale e professionale (Pecup) la carta direttiva. Potremmo sintetizzare tale risorsa nel termine di “umanesimo cristiano”, ossia come contributo alla formazione dell’uomo e del cittadino secondo l’ottica originale e storicamente riconosciuta che proviene dal Vangelo secondo l’annuncio della Chiesa.
A quanto fin qui detto vorrei soltanto aggiungere che, chiaramente, la risorsa dell’umanesimo cristiano nel polo sociale intende penetrare specificamente nella cellula primaria della società che è la famiglia. E proprio il contributo offerto alla famiglia, tramite l’alunno e la vostra stessa relazione diretta con essa, si propone come specifico bene sociale.

2.2. Un bene che riguarda pure la Chiesa
Ma in che senso l’insegnante di religione è risorsa anche per la Chiesa? Non dovremmo dimenticare, in quanto credenti, che nella scuola noi incontriamo tante persone e la maggior parte sono dei battezzati, sia tra i ragazzi che tra i colleghi, e non pochi di loro sono anche praticanti. Ma anche qui va chiarito che il contributo atteso non avviene in forza di un IRC come servizio diretto di catechesi, ma proprio proponendo quell’umanesimo ispirato al Vangelo, di cui abbiamo appena parlato, come dato antropologico culturale che giova in misura rilevante anche al credente per maturare la propria fede.
Non dimentichiamo mai che quando una istituzione, nella educazione, ma anche nel lavoro, nello sport, mette al centro, come fine, la persona nella sua integralità di diritti e doveri, la fede vi vede sempre un’immagine di Dio (cfr Gen 1,26) e, rispettando la persona, facendola crescere, onora la propria fede. Anche qui la saggezza e lealtà del docente di religione hanno tante possibilità di connettere la scuola con la pastorale della comunità.
È un servizio che, ovviamente, vale per tutti gli studenti, credenti e non credenti, e si realizza come rendere ragione alla fede: nel mostrarne le ragioni, storiche e ontologiche, esso chiarifica per gli uni il linguaggio della fede e esplicita i motivi di credibilità ovvero di plausibilità per gli altri, dando cittadinanza alla fede nell’ambito dell’esperienza umana.


3. Contenuti
Che cosa società e Chiesa possono aspettarsi in concreto dal docente di religione? Vedo nella vostra azione una risorsa che si dispone su tre livelli, che possiamo argomentare in questo modo: una rilevante risorsa educativa, in chiave religiosa, secondo una cercata sinergia scolastica ed extrascolastica. Se si dovesse riassumere in una immagine tutto ciò, si potrebbe parlare di un docente di IRC come costruttore di ponti contro ghetti e barriere, “uomo e donna della sintesi” per usare una bella definizione della Nota dei Vescovi del 1991, Insegnare religione cattolica oggi.

3.1. Una sincera, intenzionale, competente pratica educativa...
Qui consideriamo il cuore della scuola che non sono i saperi, ma le persone, i ragazzi anzitutto, tramite certamente i saperi. Ci troviamo dunque a livello di bambini, di ragazzi e di giovani cui si dirige il vostro servizio. Accostare questi nostri destinatari con vera passione educativa è una pre-comprensione, un atteggiamento spirituale, prima ancora che mentale, che al docente di religione si chiede e che egli può donare in misura originale.
Noi sappiamo come questo dell’educazione, nel più vasto campo della formazione, sia oggi un’esigenza prioritaria nella famiglia, nella Chiesa e nella società, per le tante ragioni che conosciamo, in particolare per la carenza di adulti credibili e significativi, e di messaggi anch’essi credibili e significativi. In fondo, ciò sta alla base e si pone come uno degli scopi significativi della riforma scolastica in atto, cioè il passaggio dal primato dell’insegnamento a quello dell’apprendimento. Il vostro è dunque un intervento educante, che si attua certamente nei limiti della scuola, né è vostro compito esclusivo, ma nel quale avete risorse in proprio anche per aiutare i vostri colleghi, credenti e non.
Tali risorse vi vengono offerte dalla componente religiosa in chiave cristiana di cui trattate, che intrinsecamente si muove sull’asse di una relazione tra Dio e l’uomo in Gesù Cristo, per cui si ha sempre a che fare con delle persone che non sono oggetto, ma sono un volto che porta in sé la traccia del mistero. Quel mistero del volto che viene oggi valutato anche fuori dell’ambito religioso, per superare omologazioni e schiavizzazioni.
Chiaramente tutta questa energia educativa non sta tanto nelle parole della vostra lezione, ma nella professionalità docente che si presenta come relazione interpersonale per ciascun ragazzo, uno ad uno, specialmente con gli adolescenti, così in difficoltà di vita. In forza di questa finalità educativa l’insegnante di religione svolge il programma come rivelazione e maturazione del ragazzo a se stesso, alla luce dell’interpretazione cristiana della vita. Si noterà come gli Obiettivi specifici di apprendimento (Osa) di religione, ormai giunti a definizione, ma anche quelli di altre discipline, per ogni ciclo di scuola offrono notevoli spunti di questa antropologia formativa.
Questo è il primo ponte da lanciare, la prima sintesi da creare e mantenere. Così l’esprimono i Vescovi nella Nota del 1991: «L’IRC si rivolge a tutti coloro che intendono avvalersene, senza alcuna limitazione o preclusione a priori. Ciò comporta che il docente di religione debba saper favorire un dialogo e un confronto aperti e costruttivi tra gli alunni e con gli alunni, per promuovere, nel rispetto della coscienza di ciascuno, l’apertura al senso religioso; e nello stesso tempo che egli sappia proporre quei punti di riferimento che permettono agli alunni una comprensione unitaria e sintetica dei contenuti e dei valori della religione cattolica, in vista di scelte libere e responsabili» (Insegnare religione cattolica oggi, 23).

3.2. … in chiave religiosa...
In questa prospettiva educante, proprio il contenuto religioso si propone non certamente in termini banali o di basso profilo e nemmeno come introduzione surrettizia di valori altrimenti non spendibili sul pubblico mercato. Detto in altre parole, risorsa originale dell’insegnante di religione sta nel mettere in gioco, più precisamente nell’iniziare al binomio “fede e cultura”, dasempre considerato vitale nell’ambito della religione ebraico-cristiana e perciò approfondito nei secoli dai migliori pensatori, diventato cruciale nell’età moderna con la nascita dello spirito critico scientifico e che va ripreso oggi in tempo di postmodernità, quando il binomio non rischia forse la reciproca esclusione dei termini, ma una grande confusione dei medesimi. è il binomio “fede e cultura”, “vangelo e storia”, ordine della rivelazione e ordine della ragione, causa prima o ultima e causa seconda o penultima…, insomma il tema posto al centro dalla Fides et ratio di Giovanni Paolo II.
Ecco dispiegarsi il contributo del docente di religione, originale e valido anche all’interno della comunità credente, in cui questo binomio rischia di essere più affermato che praticato nella pastorale ordinaria. Si tratta, continuando l’immagine del ponte, di costituire un unico ponte con più terminali. Ne enumero brevemente alcuni.

3.2.1. Si tratta di introdurre a una conoscenza elementare, tanto correttamente proposta quanto gustosamente detta, di un’area del sapere che ha fatto le radici di Europa, anzi che è stato ed è per tantissimi scelta di fede, ma che di fatto viene profondamente non conosciuto e ancora peggio misconosciuto: la religione cristiana come oggetto appreso tramite un approccio culturale, con il suo denso carico di umanità e quindi di capacità formativa. Se nella scuola di religione non avviene tale comunicazione del sapere religioso cristiano in termini minimamente organici, chi potrà supplirvi, non solo nella società, ma anche nella stessa catechesi?
Proporre la religione e, in specie, la religione cattolica come dato culturale significa potenziare decisamente quello che nella postmodernità sta crescendo tra lo sbalorditivo, il promettente ed insieme l’inquietante, cioè la fame di “religioso”, proprio a livello anche pubblico sociale. Proponendo la religione cristiana, vi è la reale possibilità di indicare la naturalità della sete dell’esperienza religiosa (homo naturaliter religiosus) ed insieme sia la plausibilità di una rivelazione sia che un evento di rivelazione è storicamente accaduto.

3.2.2. L’intreccio “fede e cultura” porta necessariamente a non pensare un sapere religioso a sé stante. La condizione dell’alunno, ma anche del progetto educativo della scuola, così intrecciato di vari fili, richiede al docente di religione il contributo di «verificare e armonizzare i diversi e complementari piani della realtà: teologico, culturale, pedagogico, didattico» (Insegnare religione cattolica oggi, 23), in maniera tale da risolvere il conflitto sempre latente tra parola di Dio e parola dell’uomo, per stabilirvi un dialogo fecondo.
Vi sarete accorti che è l’istanza insistente di Benedetto XVI, in particolare per il continente europeo. Lo ha detto in vari modi in diverse occasioni e, con una formula fortemente esistenziale, nell’Omelia del giorno d’inizio del suo ministero petrino: «Solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita».

3.2.3. Un terzo terminale di cui si fa carico il docente di religione ha oggi i caratteri del contributo forse più inedito e che, se non è dello stesso rilievo delle esigenze precedenti, assumerà sempre più peso: il confronto con il pluralismo religioso. è una scelta che si può definire ardita, ma giusta, quella fatta dagli Osa dell’IRC di tematizzare ampiamente tale confronto, dalla scuola primaria alla secondaria di secondo grado.
Ne viene un contributo alla società, ma anche alla stessa Chiesa, altrove non rintracciabile. Ne nascono di conseguenza compiti non facili, ma la cui esecuzione fa passare il discorso dalla teoria alla pratica: conoscere le religioni di cui si parla, saperle confrontare senza banalizzare o falsare, indicare il ricco potenziale di umanità, esercitare su di esse un sereno giudizio evangelico, imparare gli atteggiamenti congrui di prassi. Ecco un itinerario di cui farsi competenti e in cui introdurre gli alunni.

3.2.4. Tutto ciò, con la tensione che ne deriva – di risolvere cioè il processo di identità e differenza –, entra di peso nella prospettiva educativa che fa da orizzonte agli altri scopi ora detti. Completiamo quindi tale orizzonte con il quarto terminale la cui costruzione spetta al docente: siamo nella verità se diciamo che è educativo ciò che è anche critico, correttivo.Lo è a maggior ragione quando lo standard di valutazione dell’uomo assume le dimensioni dell’assoluto, di Dio, come è proprio della tradizione religiosa cristiana. Ma in questo la religione biblica, più di ogni altra, è una religione di liberazione dal caos, dalla schiavitù anche sociale e, prima ancora, dalla schiavitù del male che pesa nel cuore. Proporre il Dio della Bibbia, i suoi profeti e, al vertice, Gesù Cristo, significa aprire orizzonti inauditi di libertà e di vita.
Sintetizza così, questo bene prezioso della disposizione critica, la Nota dei Vescovi: «L’opera educativa del docente di religione tende a far acquisire ai giovani, nella loro ricerca della verità, la capacità di valutare i messaggi religiosi, morali e culturali che la società offre, aiutandoli a coglierne il senso per la vita» (Insegnare religione cattolica oggi, 23).

3.3 ... in sinergia scolastica ed extrascolastica
3.3.1. Non si può tacere di quelle risorse che il docente di religione, proprio perché docente di una disciplina pienamente scolastica, può apportare sia nell’incontro con i colleghi docenti come persone sia nel rapporto con le varie discipline. Si delinea un duplice possibile apporto.
Il primo consiste nell’aiutare alla concertazione delle finalità della scuola, con la partecipazione competente: l’insegnante di religione, credendo alla scuola, sta nella scuola e lo fa nel segno della vocazione cristiana. Piace registrare che, proprio in relazione dell’attuale riforma, i docenti di religione si mostrano più preparati e soprattutto pronti a portarla a realizzazione aiutando i colleghi.
Un secondo contributo riguarda il profilo interdisciplinare che siete chiamati a dare alla vostra docenza. Significa apportare un contributo ulteriore al binomio “fede e cultura”, che specifica il vostro lavoro. Qui si entra nel dialogo concreto che la religione cristiana può avere – in ricevere e dare – con le discipline di ordine umanistico, scientifico, tecnico ed artistico, in forza anche della incomparabile storia degli effetti della rivelazione ebraico cristiana, da valorizzare con competenza. Afferma la citata Nota della CEI: «L’IRC con la proposta di valori cristiani, insieme originali e profondamente umani, arricchisce la vocazione della scuola a essere luogo di ricerca della verità e del senso della vita personale e comunitaria» (Insegnare religione cattolica oggi, 28).

3.3.2. E infine, ma non ultimo, il servizio del docente di religione alla Chiesa. Se così non fosse, questa sarebbe privata di risorse altrimenti non disponibili.
Ho già accennato come l’insegnante di religione impatta con la comunità: proprio facendo il buon insegnante di religione, proponendo il binomio “fede e cultura” in forma corretta, assumendo il proprio ruolo educativo. Ma questo è possibile proprio solo se l’insegnante non vive ai margini della comunità cristiana, ma vi sta da protagonista e in considerazione della sua competenza in ordine alla comunicazione della fede. Tirarsi fuori, quasi ignorando la comunità, riducendo la propria presenza alla sola partecipazione alla messa domenicale, è privarla di un bene che le spetta. Ma sarebbe anche manchevole quella comunità che privasse l’insegnante di religione del dovuto riconoscimento del servizio che egli rende alla fede mediante la sua presenza nella scuola.
Vi è una gamma di rapporti di non piccolo valore su cui si dovrà fare un processo di migliore chiarificazione, comunicazione e comunione tra comunità cristiana ed insegnanti di religione, sulla quale il Convegno dei direttori e dei responsabili degli Uffici scuola diocesani, che si è svolto a Taranto nel marzo scorso, ha già espresso alcune indicazioni operative.


4. Competenze
Le risorse si manifestano non con etichette pubblicitarie, ma con compiti precisi che le rendono reali. Ma questo richiede delle competenze. Capaci di insegnare religione “non si nasce, ma si diventa”, o meglio lo si diventa di continuo secondo le sfide che si presentano e le innovazioni che si richiedono. Occorre coniugare insieme due verbi: possedere e comunicare e, tramite l’esercizio, riprovare e perfezionare.

4.1. Possedere le risorse che altri attendono, richiede un’operazione di convincimento e di acquisizione. Il docente di religione, per questo e per altri settori, deve restare aperto alla realtà, dunque all’innovazione, al cambiamento. Che se ne farebbe la società e la Chiesa di risorse inadeguate perché vecchie, fuori tempo o superficiali o fuori di un reale convincimento interiore?
Alla base deve esserci la convinzione che insegnare religione è veramente un grande potenziale positivo che si mette in circolazione, a patto che diventi vocazione ed impegno corrispondente. Anche il docente di religione ha bisogno di conversione. Dentro cui si innesta il processo di acquisizione, che è tale se si fa attenzione allo studio dei contenuti e dei metodi, attenzione al contesto della scuola, attenzione sollecita alla riforma.

4.2. Dopo la competenza della acquisizione vi è la competenza della comunicazione, ossia della capacità e volontà di entrare in dialogo fraterno con il mondo della scuola e quello che vi sta attorno: famiglia, società, comunità. Sono risorse, quelle che siamo venuti affermando, che a prima vista possono interessare pochi e da non pochi possono venire boicottate e non considerate, ma verso le quali però vi sono altri che sono sensibili. Bisogna guadagnarsi i galloni sul campo con i tratti del sapere, del dialogare, del collaborare. Il collegio docenti ed altre riunioni formali ed informali, i rapporti di amicizia sono determinanti per un’accoglienza.
Pensare ad una situazione, anche di fatto, che separi gli insegnanti di religione come corpo autonomo, potrebbe produrre più attenzione, ma creerebbe inutili lacerazioni, anzi aumenterebbe quelle che già ci sono. Piuttosto è bene che i docenti di religione di un ciclo, di un’intera scuola, e prima ancora nella comunità (diocesana e locale) si incontrino per programmare insieme gli obiettivi prefissati. Insieme si cresce.


5. Conclusioni
Inevitabilmente, come ogni discorso di principio, anche il nostro non deve far perdere il senso delle reali possibilità. Ci rendiamo conto che è difficile stendere la mano per un dono, le risorse cioè del docente di religione offerte a società e Chiesa, se società e comunità cristiane non fanno alcun passo verso il docente di religione o nemmeno si accorgono che esista. Come anche il tempo limitato costringe i grandi sogni, ma non li spegne, soprattutto se si agisce con una progettazione di un respiro che vada oltre l’annualità.
La Nota dei Vescovi del 1991, terminava con un binomio, “realismo e fiducia” che mi piace riportare per l’intatta attualità e per la lucidità ed insieme il coraggio che dona: «I molti e complessi problemi che stanno di fronte a noi ci chiedono di guardare con realismo all’evolversi della situazione dell’insegnamento della religione cattolica e della figura del docente di religione nella scuola. Il realismo deve però essere accompagnato da grande fiducia. Anche per l’insegnamento della religione cattolica al tempo della semina seguirà certamente il tempo di un’abbondante mietitura». Dobbiamo dire che distanza di quasi quindici anni qualche raccolto l’abbiamo fatto.
Continua la Nota: «Un atteggiamento, in ogni caso, deve essere conservato soprattutto dai docenti di religione: quello di non lasciarsi imprigionare nella rete delle difficoltà quotidiane che generano solo conflittualità e impediscono di valorizzare le concrete possibilità del proprio servizio scolastico. Accettare la sfida che oggi emerge dall’insegnamento della religione cattolica significa capacità di convivere con tensioni e difficoltà e di rispondervi con un supplemento di preparazione e di qualità nell’insegnamento. Infatti è in gioco non solo la presenza dell’insegnamento della religione cattolica e del docente di religione nella scuola, ma anche la sussistenza di un patrimonio di valori spirituali, culturali ed educativi prezioso per il domani delle nuove generazioni e per il futuro del nostro paese» (Insegnare religione cattolica oggi, 36).
A distanza di venti anni dagli Accordi concordatari, parlando del docente di religione come risorsa della società e della Chiesa, possiamo dire con serena convinzione, suffragata dai fatti, che non stiamo ripetendo desolati il ritornello per un compito mancato, ma affermiamo la presenza di un dato reale. C’è nella scuola italiana un corpo di docenti di religione sempre più qualificato e dedito al loro compito formativo, anche con personali sacrifici, disponibile a procedere con generosità e competenza, sapendo così di «amare Dio e il prossimo con un unico gesto di amore» (Il rinnovamento della catechesi, 10). è bello per me constatarlo oggi con voi. Questa gioiosa consapevolezza si fa vivo ringraziamento a nome di tutti i Vescovi italiani.
  + Giuseppe Betori
Segretario Generale della CEI




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