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Velo e Islam: una raccolta di articoli e approfondimenti
La lettera del presidente di An
FINI: «SBAGLIATA UNA LEGGE ANTI-VELO»
Caro direttore, può una discussione difficile e problematica come quella sull'integrazione e sulla libertà religiosa coincidere con le dimensioni di un velo? Senza negare il carattere simbolico del copricapo femminile e condannando ogni forma di costrizione a indossarlo (andare con il volto coperto è già vietato dalle leggi italiane vigenti, vietare l'ostentazione di simboli religiosi, quali essi siano, è profondamente sbagliato) giova ricordare la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
La Dichiarazione, all'articolo 18, recita: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di religione; questo diritto implica la libertà di manifestare la propria religione, da sola o in comune, tanto in pubblico quanto in privato, con l'insegnamento, le pratiche, il culto e l'adempimento dei riti». Ma può la libertà di culto rappresentare una minaccia alla identità di un popolo, di una nazione? Molti ne parlano, ma pochi si chiedono quale sarà la prospettiva per il millennio che si è appena aperto in un contesto di pulsioni e contrapposizioni religiose acuite dal fenomeno imponente dei flussi migratori e dal decadimento valoriale e demografico dell'Occidente. Secondo André Malraux, il secolo ventunesimo «sarà religioso o non lo sarà». Se è vero, sarà come noi lo sapremo modellare e l'Islam, che riappare in maniera incisiva sulla scena universale dopo un'assenza di diversi secoli, giocherà certamente un ruolo non trascurabile.
Ma quale Islam? L'integralismo, secondo il professor Mohamed Talbi, docente presso l'Università di Tunisi, non consiste nel portare la barba o vestire un chador: in un mondo libero ognuno deve essere libero di vestirsi come crede. L'essenza dell'integralismo non è nel modo di vestire e ancor meno nella stretta osservanza del culto. Non si è integralisti perché si prega o perché si crede in Allah, benché alcuni su questo punto facciano una confusione raramente innocente. Essere integralisti islamici significa rifiutare la libertà dell'altro, anche musulmano, che si veste e pensa diversamente. Ogni integralista, con turbante o senza, si considera infallibile e si comporta come tutore di Dio. Per questo l'integralismo ed il fondamentalismo sono sempre più minacce rivolte non solo verso l'Occidente, ma verso l'Islam stesso. In una società multietnica e multiconfessionale, non dovrebbe creare alcun problema il fedele che prega il suo Dio. Se la libertà religiosa è il cardine di una Costituzione liberale e democratica, il riconoscimento, ad una minoranza come quella islamica, del diritto di avere i propri luoghi di culto non contraddice il senso dell'identità nazionale ma contribuisce a far crescere quest'identità verso forme più consapevoli e mature. Eppure la difesa della propria identità diventa spesso il rifugio di fronte a tutte le paure che i processi di globalizzazione provocano. Naturalmente questi timori nascono da problemi reali che derivano dalla difficile integrazione delle popolazioni islamiche nella nostra società. Certo non si può, in nome dei diritti civili che sarebbero minacciati dalla presenza islamica, negare il principio della libertà di religione.
Di conseguenza, per riprendere le parole del cardinale Sodano: «I cristiani sono per la libertà di culto e di religione dovunque e per tutti». E pertanto immaginare un Paese blindato agli immigrati di confessione religiosa diversa è una strada impercorribile e da rifiutare. In Italia sembra però che in troppi non si accorgano che una cultura teocratica come quella islamica male si adatta ad una civiltà liberale come la nostra; non si tratta di impedire alle persone di diversa religione di praticare il proprio culto.
Si tratta, semmai, di non garantire permessi e diritti di cittadinanza ad immigrati che rifiutano la cultura, gli usi e gli ordinamenti del Paese ospitante. Immigrati che ambiscono ad innestare nel nostro tessuto socio- culturale, religioso, politico ed economico il proprio «credo» che spesso confligge con i principi fondamentali del nostro Stato di diritto. In troppi, specie a sinistra, non hanno compreso che il multiculturalismo non è un perfezionamento del pluralismo proprio della società aperta e liberale. Ne rappresenta la negazione e la distruzione: accettare che si costituiscano, all'interno di una società pluralista, identità culturali separate e chiuse mina alla radice il pluralismo e minaccia la società aperta. Nel futuro diventerà pertanto fondamentale far comprendere agli immigrati islamici che provengono da Paesi dove le norme civili sono regolate dalla sola religione e dove religione e Stato formano un'unità indissolubile, che in Italia i rapporti tra Stato e organizzazioni religiose sono molto diversi. Se le minoranze religiose hanno tra noi quelle libertà e quei diritti che costituzionalmente spettano a tutti i cittadini senza eccezioni, non ci si può appellare ai principi della legge islamica per esigere spazi o prerogative giuridiche speciali quali, per esempio, le scuole coraniche. Per orientarsi nel difficile tema Islam/integrazione occorre pertanto tenere fermo il principio fondamentale della cultura liberale secondo cui solo i singoli individui possono essere titolari di diritti; mai, in nessun caso, i gruppi o le entità collettive. Perché la concessione di «diritti collettivi» determinerebbe una sorta di feudalizzazione del nostro diritto positivo, calpesterebbe gli stessi diritti individuali dei membri del gruppo (basta pensare alle donne musulmane che avrebbero tutto da perdere da una mancata integrazione in una cultura assai più liberale della loro) e, nascondendosi dietro al cosiddetto multiculturalismo, porrebbe le basi per più gravi conflitti.
Gianfranco Fini
Corriere.it 25 ottobre 2006
Pollina (Forza Italia) chiede una legge per vietarlo
IL CASO DEL VELO ARRIVA IN PARLAMENTO
Il Senato discuterà su donne e Islam. La Santanchè: quel simbolo è come la stella gialla per gli ebrei
ROMA — «Il velo è come la stella gialla per gli ebrei, è uno strumento di sottomissione», ha insistito ieri Daniela Santanchè, sotto scorta dopo gli insulti e le minacce dell'imam di Segrate a causa delle sue dichiarazioni sul velo islamico. I due non sono riusciti a chiarirsi l'altra sera davanti alle telecamere di Porta a Porta. Ma i messaggi di solidarietà alla deputata di An sono arrivati da tutto il mondo politico e dopo la proposta di Livia Turco di mettere in piedi una «lobby rosa», Barbara Pollastrini ha in cantiere una consulta al femminile, un forum delle religioni e delle etnie da istituire presso il ministero delle Pari Opportunità. «Ne ho già informato Amato» ha detto Pollastrini. Che ha aggiunto: «Continuerò i colloqui avviati per fondare l'iniziativa su basi solide e condivise. Questo non è l'ennesimo tentativo di una lobby rosa, è qualcosa di più significativo. I diritti umani sono centrali nelle Carte sopranazionali, nella Costituzione europea, oltre che nella nostra stessa Costituzione».
LA DISCUSSIONE — Il presidente del Senato Franco Marini ha annunciato che nella prossima conferenza dei capigruppo verrà affrontato il tema del velo dopo che da più parti è arrivata l'urgenza di discutere dell'argomento: «Unificheremo la valutazione delle iniziative che riguardano lo stesso problema per poi dare una risposta adeguata». E intanto Angelo Pollina (Forza Italia) chiede una legge per vietare il velo. La Santanchè, dal canto suo, ieri è tornata battagliera più che mai sull'argomento e dai microfoni di Rtl ha paragonato il velo islamico alla stella gialla per gli ebrei, rimarcando che «i maschi musulmani vogliono far vedere come le loro donne siano sottomesse, vogliono far valere la loro cultura autarchica maschilista. Le donne non mettono il velo per convinzione, ma per costrizione, hanno paura, sono obbligate». Le femministe non condividono e Santanchè le incalza: «A me non preoccupano le minacce. Mi preoccupa questo silenzio assordante delle femministe che non hanno detto neanche una parola. Non capisco che cosa dobbiamo aspettare per mettere in campo delle azioni politiche. C'è la paura di apparire politicamente non corrette». «FALSO PROBLEMA» — Le giovani diessine, che pur criticano gli insulti alla deputata di An, sono convinte che il velo «è un falso problema. Il punto è un altro: superare gli imbarazzi e chiedere alle donne e agli uomini di ogni appartenenza, cultura e religione di adeguarsi all'autonomia e alla libertà delle donne occidentali. Quelli sono valori non negoziabili». Ma il velo è davvero come la stella gialla per gli ebrei, come dice Santanchè? «Il paragone è improprio — ribatte l'imam Yahya Sergio Pallavicini, islamico moderato, vicepresidente della Comunità religiosa islamica italiana —. I nazisti facevano un uso sbagliato della stella di David, ma il problema non era la stella di David. Dobbiamo difendere i simboli religiosi. Non è che se eliminiamo il velo abbiamo risolto la strumentalizzazione del velo da parte dei fondamentalisti».
IL CORANO — E proprio sul velo, se c'è o non c'è nel Corano l'obbligo di portarlo, i pensieri si dividono all'interno delle stesse comunità musulmane in Italia. L'imam dell'istituto culturale di viale Jenner a Milano, vicino a tesi più integraliste, dice che «Dio obbliga le donne musulmane a mettere il niqab», il presidente dell'assemblea musulmana d'Italia Abdul Hadi Massimo Palazzi lo nega: «Il velo è una tradizione che si è diffusa tardivamente tra i musulmani».
Mariolina Iossa
Corriere.it 25 ottobre 2006
I bambini costretti a trascurare la scuola per studiare il Corano
NON PORTA IL BURQA, OLIO BOLLENTE SULLA MOGLIE
Botte ai figli per farli diventare bravi musulmani. Immigrato denunciato e allontanato da casa
Olio bollente sulla moglie, accusata di non essere una buona musulmana e di non indossare il burqa. Calci e pugni ai tre figlioletti «rovinati dai maestri cristiani». Vergate tirate con il batti materassi e il calzascarpe sia ai due maschietti più piccoli — uno frequenta l'asilo, l'altro la scuola elementare — sia alla loro sorellina più grande, iscritta alle medie. E poco importava che i tre bimbi gridassero e piangessero disperati implorando di lasciarli stare.
Per farli crescere «buoni musulmani» il padre li svegliava all'alba d'ogni mattina per la prima delle cinque preghiere obbligatorie da recitare durante il giorno. «Non mi interessa se fate i compiti che vi danno in quella scuola di infedeli — ripeteva ai figlioletti assonnati e terrorizzati — dovete pregare e basta... dovete studiare il Corano». E se la moglie, come accadeva spesso, cercava di mettersi in mezzo, il batti materassi e il calzascarpe calavano anche su di lei. Prima le botte, tante, eppoi gli insulti. «Non sei una buona madre e non sei una buona moglie... sei solo una donnaccia... suicidati, vai sul balcone e buttati di sotto...».
Un padre padrone, Shaid Ullah, 48 anni, nato in Bangladesh, arrivato in Italia giovanissimo, un lavoro porta a porta e un appartamento alla periferia di Milano. Una casa modesta che l'altra mattina, su ordine della magistratura, l'uomo ha dovuto lasciare in fretta sotto gli occhi dei carabinieri. Contro di lui un provvedimento cautelare di allontanamento chiesto dal pm Silvia Perrucci e ordinato dal gip Enrico Manzi, che lo ha già interrogato.
A denunciare i maltrattamenti sono stati i vicini. Preoccupati per le grida e il fracasso di mobili trascinati che ancora una volta arrivavano da dietro quelle mura, si sono decisi a chiamare i carabinieri. «Che volete da me — ha abbozzato lui a difesa — qui non sta succedendo proprio nulla, le solite malelingue... Andate via...». Ma i carabinieri non se ne sono andati. A parlare c'erano i lividi della moglie, i segni dell'olio bollente che marchiavano la sua carne, così i militari hanno scoperto tutto e hanno fatto intervenire la magistratura. In lacrime, la moglie ha poi raccontato il resto. Le violenze, le umiliazioni, il terrore dei figli prima di andare a dormire, le loro difficoltà a scuola, costretti com'erano a lasciare perdere i compiti assegnati dalle maestre per studiare invece l'arabo e il Corano sotto la minaccia del batti materassi. Un inferno. «Figuratevi — ha confidato la donna agli inquirenti — ho persino dovuto nascondere a mio marito che nostra figlia non è più una bambina ma è diventata una ‘signorina'. Voleva saperlo per obbligarla a mettere il burqa... Me lo chiedeva ogni giorno, oramai, una vera ossessione per lui... L'avrebbe costretta a coprirsi e l'avrebbe ammazzata di botte se non avesse obbedito...».
E lui, il padre padrone? Nega ogni cosa. Nega di avere gettato l'olio bollente addosso alla moglie, nega di avere picchiato i figli e di essere ossessionato dal burqa. Ora vive in casa di alcuni amici, un po' qui e un po' là per Milano. In tasca l'ordine tassativo di non avvicinarsi alla sua strada.
Biagio Marsiglia
Corriere.it 25 ottobre 2006
L'HIJAB E L'ISLAM: SVELIAMO UN SEGRETO
Velo sì, velo no: problema plurisecolare nel mondo islamico che s’interroga con insistenza sull’abbigliamento femminile più consono alla natura propria della donna e al rispetto delle indicazioni coraniche al riguardo. Oggi il dibattito ha assunto valenze diverse: non è più solo il pudore femminile a dover essere difeso ma spesso, in certi ambienti, è l’identità stessa della donna islamica a riconoscersi in un pezzo di stoffa posto sul capo a copertura di quei capelli ove, secondo un detto del Profeta, risiede un terzo della bellezza femminile.
Il dibattito, che prosegue da secoli, non è peraltro destinato a esaurirsi a breve giacché origina proprio nella poca chiarezza con cui il problema viene affrontato nel Corano stesso.
In epoca preislamica l’uso del velo è incerto, e nel Corano è richiamato solo sette volte: poche per un elemento che avrà tanto significato nei secoli futuri. Durante la vita di Muhammad non vi è nulla che testimoni un simile uso da parte delle sue numerose mogli. In genere si fa però risalire la rivelazione circa il velo al versetto 53 della sura 33: a Medina, nell’anno 5 dell’Egira, dopo aver sposato la cugina Zaynab, Muhammad non riesce ad allontanare i numerosi ospiti presenti nella propria casa e così, a un certo momento, decide di tirare una cortina (sitr) che divida la stanza in una parte destinata a tre ospiti particolarmente invadenti e un’altra riservata alle attenzioni di Zaynab verso il marito. Fu lì che scese la rivelazione dell’ hijab, il velo: “Quando chiedete ad esse (le mogli del Profeta) un qualche oggetto, chiedetelo da dietro una cortina: ciò è più puro per i vostri cuori e per i loro”. È quindi una circostanza particolare che rende necessaria la separazione fra gli estranei alla casa di Muhammad e le donne, in questo caso esplicitamente solo le sue. Inoltre, il termine hijab viene usato più volte con significati del tutto diversi: come barriera che impedisce al credente di vedere Allah durante la rivelazione (Corano, XLII, 51); come velo con cui Maria, la madre di Gesù, si riparò dagli sguardi indiscreti della propria gente (XIX, 17); come barriera che separa i dannati dai beati nel giorno del Giudizio (VII, 46). Esiste poi l’espressione “darabat al-hijab” cioè “ella mise il velo”, a significare “sposò il Profeta”; solo le mogli di Muhammad potevano infatti portare il velo (XXXIII, 59), e questo perché le si distinguesse dalle altre donne, in particolare dalle concubine, e perché fossero particolarmente rispettate dai fedeli, a cui peraltro il Corano faceva espresso divieto di sposarle in caso di ripudio o di morte del loro marito. In senso ancora più generale, l’espressione indica il “velo” della notte che avvolge il sole al tramonto (XXXVIII, 32), o ancora, e in senso mistico, è il buio che ottenebra il cuore e i sensi degli empi (XLI, 5).
Quattro diversi modi d’intendere il velo
Tuttavia nell’islam classico e contemporaneo, l’hijab ha acquisito significati diversi, seguendo almeno quattro percorsi fra loro anche molto lontani:
Il velo, inizialmente imposto solo alle mogli di Muhammad, è stato esteso a tutte le donne musulmane libere. Indica il passaggio dall’infanzia alla pubertà e serve a coprire tutto il corpo femminile tranne il viso e le mani. Secondo molti interpreti, questa usanza segna la netta separazione, anzi segregazione, della donna dalla società civile, ma nella prospettiva islamica indica soprattutto il rispetto dovuto alla donna che così viene salvaguardata dagli sguardi impuri degli uomini. Secondo Alessandro Aruffo, “nel corso della storia, l’islam ha proposto molteplici varianti del velo in rapporto ai popoli e alle culture con cui è venuto in contatto e con l’acquisizione di molteplici significati simbolici” (Donne e islam, Datanews, Roma 2000, p. 49) ed infatti si è parlato di volta in volta di litham, khinâ‘ e burkhu‘ . Quest’ultimo, il famoso burqa, è forse l’espressione più rigida della presunta prescrizione coranica, giacché non lascia trapelare nulla del viso e copre persino le mani con dei guanti neri. È tuttavia attestato che, durante la vita del Profeta, non tutte le sue mogli obbedivano alla prescrizione coranica e certamente non sempre. Se ‘A’isha, la preferita, usava indossare il velo del matrimonio, altre non lo facevano affatto. Famoso è l’episodio di Umm Omara, che durante la battaglia di Uhd combatté vicino al marito e fu da questi elogiata per come usava la spada, la stessa donna che nel 634, sempre in combattimento, perse un braccio.
L’uso generalizzato del velo fu certamente un’influenza bizantina e romana, dove l’abitudine a coprirsi il capo era tipica delle donne aristocratiche. È infatti noto che anche presso i musulmani l’uso del velo non venne per lungo tempo adottato nelle campagne dove le donne, dovendo lavorare la terra, preferivano abbigliamenti che consentissero maggiore libertà di movimento. Solo lentamente il velo si è imposto come uso comune, divenendo anzi gradatamente segno di distinzione e di appartenenza delle donne alla fede rivelata da Allah. Alla fine del XIX secolo, in Egitto prima e poi in Medio Oriente, partì un movimento a favore della abolizione del velo che trovò nello scrittore egiziano Khâsim Amîn il vero teorico della “emancipazione” femminile. Nel 1873, dopo l’apertura dei primi collegi femminili, alcune iniziarono a chiedere l’abolizione del velo e nel 1926 sarà Huda Sha‘râwi Pasha la prima a presentarsi in pubblico a capo scoperto. Oggi, al contrario, sono proprio le studentesse a chiedere e a indossare ostinatamente il velo in segno della loro appartenenza alla comunità islamica, talora in aperta sfida alle leggi statali come è recentemente accaduto in Francia.
Spirito e magia
Sempre il termine hijab (accanto a quello di sitr e di sitara) è usato per indicare la cortina di seta, o talora di legno pregiato, dietro la quale si cela il califfo o il re onde sottrarsi agli sguardi dei familiari. L’usanza, sconosciuta nei primi decenni dell’islam, pare sia stata introdotta dagli Omayyadi e sia stata poi ulteriormente complicata in Andalusia e in Egitto sotto i Fatimidi da un articolato rituale mirante ad aumentare il prestigio e l’aura sacrale del sovrano.
Nel mondo sufi, il termine hijab indica invece ciò che rende l’uomo impermeabile alla verità divina. Sono materialità, sensualità e superficialità che separano dalla verità divina la quale vorrebbe rivelarsi all’uomo e penetrarne il cuore, ma ne è impedita dalla bassezza delle passioni terrene. In ultimo, lo hijab è un oggetto semimagico usato in alcune pratiche popolari. Garantisce l’invulnerabilità a chi lo porta, assicurandogli il successo dei suoi propositi. Si tratta di un piccolo foglio di carta sul quale lo shaikh (o il faqir) traccia segni cabalistici o versetti coranici e che viene conservato a contatto con la pelle onde ottenere ciò che si desidera: una maternità, l’amore, il successo, una guarigione. Insomma, più un’usanza che un dogma scritturale.
di Silvia Scaranari (il Domenicale. Settimanale di cultura, 25 dicembre 2004)
Cesnur
Islam d'Italia
«IL VELO LEGGE DI DIO» LA GUERRA SCOPPIA IN TV
«Lei è un’ignorante, è falsa», peggio ancora «lei semina l’odio, è un’infedele ». L’accusa pesantissima, che in termini coranici si traduce con la condanna a morte, è diretta all’onorevole Daniela Santanchè di An. A scagliarla è Ali Abu Shwaima, imam della moschea di Segrate, appena conclusa una già rovente puntata di «Controcorrente» negli studi milanesi di Sky sulla questione cruciale del velo islamico. Nel corso della trasmissione condotta da Corrado Formigli e andata in onda venerdì sera, la Santanchè aveva sostenuto che «il velo non è un simbolo religioso, non è prescritto dal Corano».
Ciò in risposta all’affermazione della giovane Asmae Dachan, figlia del presidente dell’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), secondo cui «il velo è un atto di fede come la preghiera e l’elemosina, è un fattore di adorazione di Dio». La replica di Abu Shwaima è stata impietosa eminacciosa: «Non è vero che nel Corano non ci sia l’obbligo del velo. Io sono un imam e non permetto a degli ignoranti di parlare di islam. Voi siete degli ignoranti di islam e non avete il diritto di interpretare il Corano ». Successivamente, rivolto all’altra ospite negli studi di Sky a Roma, Dunia Ettaib, rappresentante dell’Unione delle donne marocchine in Italia, tenacemente contraria al velo, Abu Shwaima ha sentenziato con un italiano approssimativo (quasi la dimostrazione della difficoltà di integrarsi per un integralista che risiede da circa 40 anni nel nostro Paese ma che coltiva l’ambizione di convertire gli italiani all’islam): «Il velo è una legge che Dio ha mandato. È Dio che lo dice, l’uomo non può negarlo. Se uno crede nell’islam lo segue. Senza essere uno che non crede, di dire che non lo deve portare».
A questo punto Dunia chiede lumi (questo scambio di battute non è però andato in onda): «E quelle che non portano il velo non sono musulmane?». Secca la risposta di Abu Shwaima: «Il velo è un obbligo di Dio. Quelle che non credono in questo non sono musulmane». Quindi le musulmane che non portano il velo sarebbero delle miscredenti e delle apostate, altra accusa che si trasformerebbe nella condanna a morte. È un nuovo episodio che dovrebbe spingere gli italiani a guardare in faccia la realtà per quella che è e non per quella che immaginano che sia o sperano che diventi, partendo dal vissuto dei suoi protagonisti e affrancandosi dai filtri ideologici, culturali e religiosi che portano alla mistificazione della realtà. E la questione del velo islamico va considerata per il significato che le danno coloro che in Italia si ergono a rappresentanti dei musulmani. Prendiamo atto del fatto che Abu Shwaima, autodesignatosi imam della moschea di Segrate, nonché «emiro del Centro islamico di Milano e Lombardia», è sia fondatore e membro del «Consiglio dei saggi» d e l - l’Ucoii, sia responsabile della Da’wa, ovvero della propaganda islamica, della Fioe (Federazione delle organizzazioni islamiche in Europa), che è la cornice unitaria delle organizzazioni affiliate ai Fratelli musulmani nel nostro continente.
Prendiamo atto del fatto che Asmae Dachan è portavoce dell’Admi (Associazione delle donne musulmane in Italia), creatura dell’Ucoii. Ebbene per entrambi il velo è un obbligo islamico, con la conseguenza esplicita della condanna, implicitamente anche a morte, delle donne che non lo indossano o si schierano contro il velo perché sarebbero delle infedeli, miscredenti e apostate. Questa è la realtà di cui dovrebbero finalmente rendersi conto i politici di sinistra e di destra che hanno legittimato il velo islamico sulla base del «buonsenso» (una versione islamicamente corretta di equidistanza o equivicinanza tra il velo integrale e il capo scoperto), o se ne sono addirittura innamorati perché sarebbe esteticamente bello, i magistrati che hanno accreditato nel nostro codice laico con una sentenza definitiva il velo come una prescrizione islamica, i religiosi cattolici che dicono sì al velo islamico purché non si metta in discussione il sì al crocifisso nella sfera pubblica, le donne italiane che risultano indifferenti alla sorte delle musulmane.
Prendano atto che il velo è lo strumento principale di penetrazione sociale dei Fratelli musulmani perché porta alla sottomissione della donna e alla formazione di una «comunità islamica» forgiata dalla sharia. Mobilitiamoci pertanto per salvaguardare il diritto delle musulmane a non portare il velo, per sostenere una maggioranza di musulmane che oggi è sostanzialmente laica e liberale, per difendere l’Italia dall’ideologia oscurantista e totalitaria che si nasconde dietro al velo. Prima che sia tardi.
Magdi Allam
Corriere.it 22 ottobre 2006
La legge e la fede
IN ITALIA È MEGLIO DIFENDERE IL DIRITTO A NON INDOSSARLO
L'importante è rispettare il nostro Stato di diritto. Bene ha fatto quindi Prodi a dire alle donne musulmane che «se vuoi indossare il velo, va bene, ma deve essere possibile vederti». Perché è in perfetta sintonia con la sentenza definitiva numero 11919 della Terza sezione penale della Corte di Cassazione di Roma del 4 aprile 2006, che ha deliberato che «la religione musulmana impone alle credenti» di portare il velo. Di fatto è la riproposizione della circolare del 24 luglio 2000 del ministero dell'Interno in cui si afferma che «il turbante, il chador o anche il velo come nel caso delle religiose, sono parte integrante degli indumenti abituali e concorrono a identificare chi li indossa, purché mantenga il volto scoperto». Per un altro verso la dichiarazione di Prodi mette i paletti e sollecita una rivisitazione della circolare del Dipartimento della Polizia del dicembre 2004, che legittima persino l'utilizzo del burqa, ovvero del velo integrale islamico che copre anche il volto, in quanto «segno esteriore di una tipica fede religiosa» e una «pratica devozionale». Quest'Italia del «buonsenso», che boccia il velo integrale ma salva il velo parziale delle donne musulmane, sembra raccogliere il consenso di una maggioranza dell'insieme della classe politica e, forse, dell'opinione pubblica italiana. Inserendosi in modo apparentemente costruttivo nel vivace dibattito esploso in Gran Bretagna, Francia, Germania e Olanda sull'obbligatorietà del velo islamico e sull'opportunità di indossarlo ai fini dell'integrazione. Assumendo, nel contesto islamico, una posizione mediana tra chi è del tutto contrario al velo (gli Stati laici della Turchia, Tunisia, Marocco e un gruppo di intellettuali musulmani quali Gamal al Banna, Hassan al Turabi, Fatima Mernissi, Ahmad Chaouki Alfangari, Elham Manea e Monjiya Souaihi) e chi impone il velo alle donne (Arabia Saudita, Iran, Afghanistan, i Fratelli Musulmani e gli ideologi wahhabiti tra cui spicca il burattinaio del terrore Osama bin Laden). Così come, su un piano squisitamente coranico, la posizione di Prodi sposa più l'interpretazione legittimante del velo islamico del versetto XXIV, 30-31, sostenuta
ad esempio dall'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), che non l'interpretazione che esclude l'obbligatorietà del velo affermata dal nostro maggiore islamologo Alessandro Bausani.
So bene che Prodi non si è mai posto né ha comprensibilmente voglia di porsi questioni di interpretazioni coraniche o ideologiche che animano e talvolta lacerano il mondo islamico dai suoi primordi. Il suo è un approccio razionale di un leader occidentale cattolico che aspira a una società dove la pacifica convivenza si coniughi con il rispetto della pluralità religiosa e culturale. Quindi se una donna musulmana vuole indossare il velo, deve essere libera di farlo.
In realtà da noi il problema non dovremmo neppure porcelo. Perché la stragrande maggioranza delle donne musulmane in Italia non indossa il velo. E solo un'infima minoranza si esibisce con il velo integrale. Eppure chi è in contatto con questa minoranza che indossa il velo, sa bene che è costretta a portarlo e non si tratta di una libera scelta. Sono soprattutto le giovani, cresciute in Italia, quelle che denunciano maggiormente la violenza psicologica insita nell'obbligo del velo, percepito come una barriera con la società italiana, spesso accompagnato da una violenza fisica dei familiari contrari alla loro piena integrazione. La verità è che il velo non è né prescritto dal Corano, né è mai stato una consuetudine radicata nella storia e diffusa tra i musulmani. Ma è diventato il simbolo di un potere teocratico, assolutista e maschilista.
Ecco perché Prodi farebbe bene a difendere il diritto della stragrande maggioranza delle donne musulmane in Italia a non portare il velo, a non essere costrette a sottomettersi al potere dell'Ucoii, dei wahhabiti e dei jihadisti. Ecco perché è più che preoccupante che le leggi e gli ordinamenti amministrativi di uno stato laico e democratico, come il nostro, legittimino le istanze degli integralisti e degli estremisti islamici. Il problema vero non si pone sul piano formale di un principio che è inconfutabile, bensì sul piano sostanziale che vede sin d'ora il nostro stato di diritto recepire lo spirito della sharia islamica.
Magdi Allam
Corriere.it 19 ottobre 2006
La falsa integrazione: spiagge riservate, vigilantes extracomunitari a Padova, esami di patente in lingue straniere, circolari della polizia che ammettono il burqa
FAMIGLIA ITALIANA CON VELO (INTEGRALE)
Parma, la cittadinanza a un nucleo di egiziani con la madre che indossa il niqab
Ecco la nuova famiglia italiana. Valmozzola, 673 anime compresa una cinquantina di immigrati, è il più piccolo comune della provincia di Parma. Era una giornata caldissima. La foto, pubblicata dalla Gazzetta di Parma il 13 agosto scorso, mostra il sindaco, Gabriella Olari, con un abito comprensibilmente sbracciato, avvolta dalla fascia tricolore. Sta presiedendo al rito di attribuzione della cittadinanza italiana, che viene conferita con un decreto del presidente della Repubblica. Accanto a lei un'intera famiglia egiziana tra cui spicca la madre completamente avvolta dal niqab, un velo integrale che ha un'unica fessura all'altezza degli occhi. I nuovi cittadini italiani sono il padre, Mohamed Ismail, e i suoi quattro figli minori, Asmaa, Asraa, Mawadda e Abdel Rahman. Ora anche la moglie ha i requisiti per richiedere la cittadinanza. La foto della prossima cittadina italiana imbacuccata da cima a fondo, è emblematica di ciò che diventerà la società italiana accordando la cittadinanza senza verificare l'adesione ai valori fondanti della nostra Costituzione e civiltà. Tra cui primeggia l'assoluta parità tra uomo e donna e quindi la condanna di qualsiasi discriminazione nei confronti della donna. Una realtà implicita nell'annullamento del corpo e nell'umiliazione della personalità femminile. È del tutto evidente che quella donna non si integrerà mai.
Quel velo assoluto è una barriera che la separa da una società nei cui confronti ha un atteggiamento pregiudizialmente negativo. Ecco perché dare la cittadinanza a queste persone si tradurrà inevitabilmente nella formazione di un'Italia ghettizzata sul piano etnico, confessionale e identitario, con comunità rinchiuse in compartimenti stagni all'insegna del relativismo valoriale, culturale e giuridico, dove si elargiscono libertà e diritti che ci vengono restituiti sotto forma di indifferenza e intolleranza. Ciò è purtroppo possibile principalmente per la nostra ignoranza, ingenuità e ideologismo. Nonostante non esista alcuna prescrizione coranica del velo, lo Stato italiano ha recepito e fatta propria la versione più oltranzista dell'islam affermando, con una circolare del Dipartimento della polizia di Stato del dicembre 2004, che l'utilizzo del burqa, in quanto «segno esteriore di una tipica fede religiosa» e una «pratica devozionale», non costituisce reato. Quindi l'Italia si è spinta addirittura oltre il convincimento degli integralisti islamici secondo cui l'islam imporrebbe un semplice velo che copre il capo, sulla base di una discutibile interpretazione del versetto XXIV, 30-31 del Corano, sposando la tesi aberrante degli estremisti islamici secondo cui la donna deve essere relegata sotto un velo integrale. Ancor più grave di questo provvedimento amministrativo è la sentenza 11919, della terza sezione penale della Corte di Cassazione di Roma, che lo scorso 4 aprile ha deliberato che «la religione musulmana impone alle credenti» di portare il velo. Si tratta di una sentenza definitiva e inappellabile del nostro Stato laico che sostiene l'obbligatorietà del velo per le donne islamiche. Ebbene oggi gli estremisti islamici nostrani possono legittimamente, con il pieno conforto della magistratura italiana, esigere che in Italia le donne musulmane siano tutte velate.
Questo sbandamento amministrativo e giuridico trova riscontro anche nelle recenti decisioni dei Comuni di Riccione e di Francavilla al Mare (Chieti) di riservare delle spiagge per sole donne musulmane, separate con un muro. Il Comune di Riccione ha chiarito che si tratta di un'iniziativa atta a favorire l'afflusso e i consumi dei ricchi sceicchi arabi che arrivano con uno stuolo di donne, che non vogliono che vengano viste in mare da altri uomini. Mentre il sindaco di Francavilla, Roberto Angelucci — in una dichiarazione raccolta da Il Giornale il 29 agosto — ha invocato nobili ragioni ideali: «Viviamo in una società multirazziale ed anche Francavilla si sta adeguando alla tendenza. Tutto questo, quindi, implica la presenza di persone con culture e religioni diverse. Ed è proprio nel rispetto delle altre culture e religioni che ritengo opportuno prevedere nel nuovo piano spiaggia 2007 un tratto di arenile riservato esclusivamente alle donne ed un altro agli uomini». Ebbene non si tratta forse di una flagrante violazione di uno dei cardini della nostra civiltà, la parità tra uomo e donna e il rifiuto di qualsiasi discriminazione delle donne? Come non rendersi conto che la svendita dei valori per denaro o cinismo ideologico porterà dritto al suicidio della nostra civiltà? Così come non può non preoccupare il fatto che a Padova il ghetto di via Anelli, teatro di violenti scontri tra nigeriani e maghrebini lo scorso 26 luglio, sia stato prima isolato con un muro e poi, su iniziativa del Comune, si è affidato a vigilantes extracomunitari il compito di garantirne la sicurezza.
Alla realtà del ghetto etnico e confessionale, si aggiunge ora la discriminazione politica che inesorabilmente produrrà la ghettizzazione identitaria. Ci rendiamo conto che ammettendo che le istituzioni italiane non sono in grado di garantire la legge e la sicurezza sul proprio territorio, di fatto ci rendiamo responsabili di un gravissimo cedimento sul piano della sovranità e identità nazionale? In tutto ciò i principali colpevoli siamo noi italiani. Lo sapete che, dal primo luglio scorso, in venti motorizzazioni è possibile ottenere la patente di guida sostenendo l'esame, a propria scelta, in sette lingue, tra cui l'arabo, il russo e il cinese? Ebbene visto che la patente di guida italiana è un documento richiesto da un residente fisso, ci rendiamo conto che sarebbe necessario che questi immigrati conoscessero adeguatamente la lingua italiana? Si tratta di una iniziativa sbagliatissima perché fa venire meno il primato e l'obbligatorietà della lingua italiana per chi soggiorna stabilmente nel nostro Paese. È questo insieme di fatti reali che connotano l'immagine di un'Italia che procede alla rinfusa e ciecamente nella definizione di un nuovo modello di convivenza sociale imposto da un mondo sempre più globalizzato. Un'Italia che viaggia con una navigazione a vista, senza un comandante che indichi la rotta da seguire e il punto d'approdo, lasciando campo libero all'arbitrio dei singoli membri dell'equipaggio con la loro irresistibile sete di protagonismo. Il rischio, lo si può facilmente intuire, è che la nave affondi.
Magdi Allam
Corriere.it 03 settembre 2006
L'ITALIA CHE NON MI PIACE. QUELLA CHE SI ARRENDE
Anticipiamo un brano del saggio «Io amo l’Italia. Ma gli italiani la amano?» di Magdi Allam, in libreria da martedì 6 giugno
Oggi siamo tutti a rischio perché è venuto meno il valore fondante della nostra umanità, il valore della sacralità della vita. Nel mondo islamico il nichilismo è degenerato nel disconoscimento del diritto alla vita propria e altrui, al punto che assistiamo a dei terroristi suicidi- omicidi che si fanno esplodere addirittura dentro le moschee, nella certezza di conquistare il paradiso islamico massacrando dei fedeli musulmani che pregano il loro stesso Dio all'interno del luogo di culto di Dio. Ma, ahimè, abbiamo a che fare anche con un Occidente in preda al nichilismo e al relativismo culturale, la cui magistratura legittima questi terroristi suicidi-omicidi, i cui politici corteggiano gli estremisti islamici illudendosi che così facendo si calmeranno le acque e salveranno la pelle. Sì, è possibile che salveranno la pelle nel breve termine, ma è certo che perderanno tutto il resto, a cominciare dal diritto alla vita dei loro figli e dal bene della civiltà occidentale i cui valori sono un patrimonio dell'umanità.
La battaglia comune che ci attende, in Italia, in Occidente e nei Paesi musulmani, è essenzialmente una battaglia di idee affinché trionfino valori in grado di cementare una comune civiltà dell'uomo. Sono i valori del primato della vita, della centralità dell'individuo, del rispetto dei diritti fondamentali della persona. Che cosa ci impedisce oggi in Italia di affermare i nostri valori e la nostra identità? È solo la nostra incapacità o mancanza di volontà a risultare credibili, a far applicare le leggi e a far rispettare le istituzioni. Dobbiamo biasimare soltanto noi stessi. Sbagliano coloro che, per tenersi buoni gli estremisti islamici, per scongiurare che anche l'Italia possa essere oggetto di un attentato terroristico, finiscono per scendere a patti con loro, mercanteggiando sulle leggi dello Stato, legittimando dei fuorilegge. Mi sconcerta l'Italia che mette sullo stesso piano Bin Laden e Bush, l'attentato e la rappresaglia, il terrorismo e la guerra sferrata da chi si difende dal terrorismo.
Mi preoccupa l'Italia che manda i suoi militari e i suoi carabinieri in Iraq e poi sembra darli in pasto ai terroristi definendoli «forze di occupazione», ignorando che sono pienamente legittimati sul piano internazionale dalla risoluzione 1511 del 16 ottobre 2003, che l'Iraq è uno Stato pienamente sovrano sulla base della risoluzione 1546 dell'8 giugno 2004 e che il regime di occupazione è cessato dal 28 giugno 2004. Mi lascia perplesso l'Italia che guarda all'Onu come a un totem da venerare quando si tratta di condannare la «guerra illegale» in Iraq, dimenticando che anche gli interventi militari a cui ha partecipato in Bosnia nel 1995, in Kosovo nel 1999, a Beirut nel 1983 e nel Sinai nel 1981 sono avvenuti senza l'autorizzazione dell'Onu, eppure vengono considerati legittimi dalle forze politiche di destra e di sinistra. Mi indigna l'Italia che nobilita il terrorismo qualificandolo «resistenza», quasi gioendo per la lunga scia di sangue in Iraq perché sarebbe la prova della «guerra civile». Ma soprattutto provo orrore per l'Italia che è intollerante nei confronti di se stessa, della propria identità nazionale, dei propri valori.
L'Italia ammalata di intolleranza schizofrenica, che si tramuta in un omicidio- suicidio dell'anima prima ancora che del corpo. L'Italia che ripudia parte di sé, che usa la violenza verbale e fisica per aggredire se stessa, che esulta «dieci, cento, mille Nassiriya», che ha trasformato la festa della Liberazione nella giornata nella disunione nazionale, che innalza differenti vessilli partigiani ma quasi si vergogna di marciare unita all'insegna del tricolore. L'Italia che brucia le bandiere dell'America, che l'ha liberata, e di Israele figlia dell'Olocausto, che ha alimentato. L'Italia dell'islamicamente corretto che si fa in quattro per condannare le vignette su Maometto, ma tace sull'oltraggio a Gesù. L'Italia che deve ancora imparare ad amarsi, rispettarsi, fare il proprio bene. Noi vogliamo unire la nostra voce a quella del papa Benedetto XVI contro la «anticultura della morte» e la «cosificazione dell'uomo». Vogliamo dar corpo e forza al «Movimento per la vita e la libertà» che unisca cristiani, laici e musulmani di buonsenso nella battaglia per i valori umani universali. Diciamo no al relativismo culturale ed etico, no al negazionismo e al revisionismo storico, no al nichilismo valoriale e ideologico, no al multiculturalismo e all'assimilazionismo.
Diciamo sì alla sacralità della vita di tutti, sì al valore fondamentale della libertà, sì alla centralità della persona, sì a un'identità forte e condivisa.Io, che non sono cristiano, riconosco che la parabola di Gesù è la più adeguata a raffigurare la realtà odierna e il compito che ci attende. Nel Vangelo secondo Matteo si legge: «Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti coloro che vendevano e compravano nel tempio, rovesciando i tavoli dei cambiavalute e i banchi di quelli che vendevano le colombe. E disse loro: "Sta scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera, ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri"». Ecco: i templi dell'Occidente e dell'Islam sono stati trasformati in una spelonca di ladri e devono essere liberati da coloro che per ignoranza, ingenuità, paura, viltà, ipocrisia, cinismo, avidità, fanatismo, odio e ideologismo hanno venduto l'anima e se stessi a un nemico interno e a un nemico esterno.
Dunque, seguiamo l'esempio di Gesù: cacciamo i mercanti dal tempio! Questo non è il tempo del compromesso, perché non si mercanteggia sulla vita e sulla libertà. Questo non è il tempo del dialogo, perché non si devono legittimare i predicatori d'odio. Questo non è il tempo della pace, perché dobbiamo prima liberarci dei burattinai del terrore che ci hanno dichiarato guerra. Questo è il tempo della chiarezza, perché o si sta dalla parte della vita e della libertà o si sta dalla parte della morte e della tirannia. Questo è il tempo della fermezza, perché solo difendendo senza se e senza ma la sacralità della vita, tuteleremo la libertà. Questo è il tempo di cacciare i cacciare i mercanti dal tempio, perché se non lo facciamo noi, se non lo facciamo ora, noi soccomberemo e con noi morirà la civiltà umana. Rimbocchiamoci le maniche, diamoci la mano e collaboriamo insieme per salvare l'Italia, l'Occidente e l'Islam.
Magdi Allam
DALL’EGITTO ALL’EUROPA, CONTRO IL BUONISMO SUICIDA
Se l’Italia ha un’anima, in cui si riassumono i suoi valori, Magdi Allam dichiara di amarla. Anzi: è disposto a rischiare la vita per difenderla. Se l’Italia invece è quella che ha dato spettacolo di sé negli ultimi tempi, tiepida e relativista, più incline a demonizzare l’avversario politico interno che a condannare gli agenti del terrore internazionale e i loro mandanti, allora Allam dice no. Da questa Italia, che con l’ultima legge elettorale si è rassegnata ad avallare decisioni prese altrove, votando a scatola chiusa, lui si dissocia. L’Italia avvelenata dalla cultura del buonismo, del «volemose bene» e disposta a «dialogare» con i violenti, non è la sua. Il Paese dove alcuni, persino all’interno della magistratura, definiscono «resistenza» il terrorismo omicida, provoca la sua indignazione. E l’università dove si dichiara di non conoscere il senso dell’espressione «identità italiana» lo riempie di sconcerto. Con questo suo ultimo libro, Io amo l’Italia.
Ma gli italiani la amano?, Magdi Allam si presenta a quel pubblico che, pur approvando o dissentendo dai suoi scritti, sinora non aveva ancora messo bene a fuoco la sua figura. Racconta la sua infanzia in Egitto, una società dove ha visto incarnarsi la deriva verso l’integralismo islamico nel percorso umano della sua stessa madre, Safeya. Spiega al pubblico occidentale che cosa possa significare per un musulmano come lui l’incontro con la cultura, i valori italiani, e parallelamente la crescita professionale, umana, sentimentale in Italia. Chiarisce una volta per tutte come l’incontro fra le culture possa essere straordinariamente fruttuoso, purché all’insegna dell’apertura e della tolleranza. Ma ecco la delusione: una parte dell’Italia si arrende alla prepotenza dogmatica e violenta, coltiva pregiudizi antioccidentali, mette sullo stesso piano Bush e Bin Laden.
Da questa Italia Magdi Allam prova l’evidente tentazione di dissociarsi. Per poi scegliere tuttavia la strada opposta: sentendosi ancora più legato all’Italia, impegnandosi ancor più a difenderne i valori. Sul piano internazionale, promuovendo una battaglia culturale che ponga al primo posto la vita, il rispetto di quel valore «che è alla base sia del cristianesimo che dell’islam». Su quello interno, lanciando l’idea di un diverso concetto di cittadinanza, che non venga accordato indiscriminatamente, ma sia il risultato di un percorso effettivo, di una conoscenza linguistica e culturale, di un’adesione cosciente e personale.
Dario Fertilio Corriere.it 02 giugno 2006
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