 |
| |
| |
scuola dell'infanzia |
| |
scuola primaria |
| |
secondaria di I grado |
| |
secondaria di II grado |
| |
| utilità |
| |
| riviste |
| |
| religione a scuola |
| |
| l'esperto risponde |
| |
| formazione insegnanti |
| |
| anagrafica insegnanti |
| |
|
|

| InterculturalitÀ e multiculturalitÀ |
Vagheggiando l’uguaglianza
di Silvia Bonino
Ordinario di Psicologia dello sviluppo alla Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino.
Ricordate la decisione presa l'anno scorso da alcuni insegnanti italiani di eliminare dalle celebrazioni di fine anno tutti i simboli tradizionali che caratterizzano nel mondo occidentale il periodo natalizio? Presepi, canti, poesie, disegni appesi a vetri e pareti, alberi natalizi, renne, addobbi d'ogni tipo...: via tutto! A quegli insegnanti la decisione pareva sacrosanta. Non si poteva turbare la sensibilità degli allievi non occidentali e non cristiani, per lo più musulmani, presenti nelle scuole. Si sarebbero sentiti emarginati, magari discriminati, da celebrazioni che per loro erano del tutto prive di significato.
Il clamore, ovviamente, non è mancato. Alcuni hanno approvato entusiasticamente l'iniziativa, altri hanno stigmatizzato la censura che veniva in tal modo imposta a simboli e significati ormai divenuti parte integrante della nostra cultura. La discussione si è accesa, è andata avanti per qualche settimana e si è focalizzata soprattutto sulle difficoltà e sui problemi generati dal confronto tra le varie religioni e visioni del mondo conseguenti al processo d'immigrazione in atto.
Un po' a tutti è parso normale che la questione rimanesse circoscritta laddove era sorta. Quasi nessuno, in quella circostanza, ha voluto considerare la cosa come un sintomo di più ampi e generalizzati problemi di relazione all'interno dell'istituzione scolastica nel suo insieme. Quasi nessuno, in altre parole, ha fatto riferimento all'ormai palpabile difficoltà del mondo scolastico a confrontarsi con il tema delle differenze.
Differenze nel modo di vivere, nell'espressione dei giudizi, nell'attribuzione di significato all'esperienza, ecc., non emergono soltanto tra persone appartenenti a culture diverse, come quella occidentale e musulmana, ma riguardano tutte le relazioni sociali che si svolgono nella vita d'ogni giorno. Quindi, come in questa stessa rivista sottolinea Francesco Robustelli nell'articolo La lezione dell'Olocausto, attengono al sesso, all'età, alla religione, alle convinzioni politiche, ai valori ritenuti rilevanti nella vita...
In tal senso, il problema della diversità, così improvvisamente "esploso" fra quegli insegnanti, non è affatto nuovo, anche se nuovo e più percepibile, in quel caso, era il confronto fra la tradizione occidentale e quella musulmana.
L’episodio citato e le motivazioni che lo hanno sorretto sembrano per molti versi confermare come la scuola stia oggi generalmente ignorando che confrontarsi in modo costruttivo con l'altro non significa solo evitare qualsiasi sopraffazione nei suoi confronti, imparando anzi a mettersi dal suo punto di vista, ma anche evitare di confondersi con lui, aderendo in modo passivo e indifferenziato al suo modo di sentire e di pensare.
In breve, sembra che oggi non sia possibile una relazione sociale rispettosa dell'individualità di entrambi gli interlocutori, ma esistano soltanto due alternative: la prevaricazione, vale a dire l'imporre agli altri il proprio modo di pensare e di sentire, oppure la rinuncia, vale a dire l'inerte abbandono delle proprie categorie di giudizio, credenze, sentimenti.
Saper entrare in relazione con modi di pensare e di sentire diversi, senza rinunciare ai propri, così come sapersi davvero mettere nei panni altrui, senza per questo rinnegare i propri, è il punto
di arrivo di un cammino lento, che si snoda lungo tutto lo sviluppo.
Questo percorso non può svolgersi che nel confronto con gli altri e con le loro "differenze" e trova nella scuola il luogo privilegiato in cui realizzarsi, sotto la guida dell'adulto. Il primo passo consiste nel rendersi conto di come un'altra persona possa vivere la stessa esperienza in modo profondamente diverso da noi, al punto che nessuno dei vissuti, dei significati e del valore che noi le attribuiamo, coincide. Allo stesso tempo e in modo complementare, significa comprendere che situazioni
o esperienze anche molto differenti e lontane tra loro possono essere vissute dalle persone con sentimenti simili.
Scoprire le differenze, insomma, significa non solo rendersi conto che realtà che si somigliano possono dare luogo a sentimenti diversi, ma anche che sentimenti analoghi possono essere suscitati da realtà differenti. Le persone possono così comprendere che la straordinaria varietà e ricchezza del sentire umano si può esprimere attraverso modalità molto diverse, ma anche capire, allo stesso tempo, che è comunque possibile, al di là di tali diversità, comunicare e condividere.
Il confronto di cui stiamo parlando aiuta anche a chiarire progressivamente quali sono i valori universali ed irrinunciabili, che riguardano i diritti fondamentali dell'essere umano, e quali sono invece i valori convenzionali e modificabili. Non tutte le differenze, infatti, possono essere ugualmente accettate sul piano etico, dal momento che alcune di esse implicano la sopraffazione, la violenza, la negazione dell'umanità altrui.
Premessa indispensabile perché questo sviluppo avvenga è che nel confronto con l'altro la specificità di ciascuno sia rispettata e valorizzata e che a nessuno dei due venga richiesto il sacrificio, per uniformarsi all'altro, di abdicare preventivamente a sé. È precisamente questo reciproco rispetto che viene a mancare in quelle scelte pedagogiche che si limitano ad annullare le differenze imponendo ad uno o ad entrambi gli interlocutori di mutilare l'espressione dei propri sentimenti e delle proprie convinzioni.
Scelte di questo tipo rivelano negli insegnanti la paura delle differenze e la difficoltà ad affrontarle progressivamente insieme ai bambini. In questo modo non solo si impedisce la reciproca conoscenza, che aiuterebbe a scoprire le tante somiglianze che esistono al di là delle evidenti differenze, ma si suscitano anche inevitabili sentimenti di rifiuto e di aggressività nei confronti dell'altro, percepito come il vero responsabile dell'esproprio delle proprie peculiarità e appartenenze, con risultati rovinosi proprio per quell'educazione alla convivenza pacifica che si pretendeva di promuovere.
Il rispetto per la diversità non si costruisce con l'appiattimento delle differenze e con il vagheggiamento di un'uguaglianza astratta, in cui l'identità di ognuno si annulla e si confonde con quella dell'altro. L'opposto della prevaricazione non è la rinuncia, ma la condivisione. E condividere significa mettere faticosamente insieme delle specificità, non annullare se stessi.
Silvia Bonino
Ordinario di Psicologia dello sviluppo alla Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino.
Tratto da: Psicologia Contemporanea, n. 170/2002, ed. Giunti, pagg. 12-13
|