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Noi e l'Islam
Dall'accoglienza al dialogo
In quel tempo Dio disse ad Abramo: "Io farò
diventare una grande nazione anche il figlio della schiava,
perché è tua prole". Abramo si alzò
di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li
diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò
il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò
e si smarrì per il deserto di Bersabea. Tutta l'acqua
dell'otre era venuta a mancare. Allora essa depose il
fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di
fronte, alla distanza di un tiro d'arco, perché
diceva: "Non voglio veder morire il fanciullo!".
Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la
voce e pianse. Ma Dio udì la voce del fanciullo
e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse:
"Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha
udito la voce del fanciullo là dove si trova. Alzati,
prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché
io ne farò una grande nazione". Dio le aprì
gli occhi ed essa vide un pozzo d'acqua. Allora andò
a riempire l'otre e fece bere il fanciullo. E Dio fu con
il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e
divenne un tiratore d'arco.
(Genesi 21,13-20)
Premessa
Il racconto che abbiamo ascoltato, tratto dal più
antico libro della Scrittura, il libro della Genesi, ci
parla di un figlio di Abramo che non fu capostipite del
popolo ebraico, come lo sarebbe stato Isacco, ma a cui
ugualmente sono state riservate alcune benedizioni di
Dio. "Io farò diventare una grande nazione
anche il figlio della schiava, perché è
tua prole" promette Dio ad Abramo (v. 13). E infine
nel racconto si dice: "Dio fu con il fanciullo"
(v. 20). Le reali vicende di questo Ismaele e dei suoi
figli rimangono oscure nella storia del secondo e primo
millennio avanti Cristo, ma è chiaro che il riferimento
biblico va ad alcune tribù beduine abitanti intorno
alla penisola araba. Da tali tribù doveva nascere
molti secoli dopo Maometto, il profeta dell'Islam. Oggi,
in un momento in cui il mondo arabo ha assunto una straordinaria
rilevanza sulla scena internazionale e in parte anche
nel nostro Paese, non possiamo dimenticare questa antica
benedizione che mostra la paterna provvidenza di Dio per
tutti i suoi figli.
Ed è di questo che vorrei parlarvi oggi, festa
di Sant'Ambrogio, in quello spirito di attenzione agli
eventi della città che hanno caratterizzato la
vita del nostro patrono. Esprimerò qualche riflessione
non sul fenomeno dell'Islam in generale, ma su quanto
ci tocca oggi a Milano e nel contesto europeo, a seguito
delle nuove forme di presenza dell'Islam tra noi.
Ho scelto come titolo preciso di questa conversazione
"Noi e l'Islam".
Chi siamo "noi" e chi è l"'Islam"
| 1. |
Per noi intendo anzitutto il noi della comunità
ecclesiale, della diocesi di Milano, e in seconda
istanza anche il noi della comunità civile
cittadina, provinciale e regionale. Certamente il
problema posto dall'Islam in Europa è molto
più vasto.
Abbiamo avuto occasione di dirlo l'anno scorso in
questa stessa sede parlando dell'accoglienza ai
terzomondiali. La presenza di numerosi gruppi etnici
di fede musulmana nei nostri Paesi europei comporta
anzitutto una serie di problemi riguardanti la prima
accoglienza e assistenza, la casa, il lavoro.
Uno sforzo che impegna tutti e le comunità
cristiane della nostra diocesi hanno dato prova
in questo anno di grande spirito di solidarietà.
Tale compito di prima sistemazione in accordo con
le leggi vigenti riguarda in primo luogo la comunità
civile, sia pure in collaborazione con forze di
volontariato. Ma è evidente che tutti noi,
comunità civile ed ecclesiastica, non potremo
limitarci in avvenire ai provvedimenti sopraindicati.
Nasceranno via via nuovi problemi riguardanti la
riunione delle famiglie, la situazione sociale e
giuridica dei nuovi immigrati, la loro integrazione
sociale mediante una conoscenza più approfondita
della lingua, il problema scolastico dei figli,
i problemi dei diritti civili, ecc. Non entro direttamente
in tali temi perché ho avuto modo di parlarne
in diverse occasioni.
Vorrei solo richiamare qui, prima di abbordare il
tema più specifico, un punto che mi è
sembrato finora poco atteso e cioè la
necessità di insistere su un processo di
"integrazione", che è ben diverso
da una semplice accoglienza e da una qualunque sistemazione.
Integrazione comporta l'educazione dei nuovi venuti
a inserirsi armonicamente nel tessuto della nazione
ospitante, ad accettarne le leggi e gli usi fondamentali,
a non esigere dal punto di vista legislativo trattamenti
privilegiati che tenderebbero di fatto a ghettizzarli
e a farne potenziali focolai di tensioni e violenze.
Finora l'emergenza ha un po' chiuso gli occhi su
questo grave problema. In proposito il recente documento
della commissione Giustizia e Pace della Cei dice:
"Non va dimenticata la necessità di
regole e tempi adeguati per l'assimilazione di questa
nuova forma di convivenza, perché l'accoglienza
senza regole non si trasformi in dolorosi conflitti"
(1).
È necessario in particolare far comprendere
a quei nuovi immigrati che provenissero da Paesi
dove le norme civili sono regolate dalla sola religione
e dove religione e Stato formano un'unità
indissolubile, che nei nostri Paesi i rapporti tra
lo Stato e le organizzazioni religiose sono profondamente
diversi. Se le minoranze religiose hanno tra noi
quelle libertà e diritti che spettano a tutti
i cittadini, senza eccezione, non ci si può
invece appellare, ad esempio, ai principi della
legge Islamica (shari'ah) per esigere spazi o prerogative
giuridiche specifiche. Occorre perciò
elaborare un cammino verso l'integrazione multirazziale
che tenga conto di una reale integrabilità
di diversi gruppi etnici. Perché si abbia
una società integrata è necessario
assicurare l'accettazione e la possibilità
di assimilazione di almeno un nucleo minimo di valori
che costituiscono la base di una cultura, come ad
esempio i principi della dichiarazione universale
dei diritti dell'uomo e il principio giuridico dell'uguaglianza
di tutti di fronte alla legge. Ci sono infatti popoli
ed etnie che hanno una storia e una cultura molto
diverse dalle nostre e di cui ci si può domandare
se intendono nello stesso senso i diritti umani
e anche la nozione di legge. Ciò vale a fortiori
dove si verificano fenomeni che genericamente chiamiamo
col nome di integralismi o fondamentalismi, che
tendono a creare comunità separate e che
si ritengono superiori alle altre. Ma questo è
un problema che nel suo insieme riguarda la comunità
civile e la causa della pacifica convivenza tra
le etnie ed io mi limito a richiamarlo.
Connesso a questo è però il problema
della possibilità anche di un dialogo interreligioso
senza il quale sembra difficile assicurare una tranquillità
sociale.
Ora questo dialogo è possibile? Vi sono pronti
i musulmani? Vi siamo pronti noi cristiani? Come
vedete, si passa a poco a poco dai problemi che
toccano la comunità civile nel suo insieme
a quelli più propriamente religiosi, che
consistono sostanzialmente, per noi cristiani, nella
necessità di valutare e capire a fondo l'Islam
oggi e nel disporci al massimo di accoglienza e
di dialogo possibile senza per questo rinunciare
ad alcun valore autentico, anzi approfondendo il
senso del Vangelo (2).
Si tratta in sostanza di rispondere a domande
come queste:
a. Che cosa dobbiamo pensare oggi noi cristiani
dell'Islam come religione?
b. L'Islam in Europa sarà anch'esso secolarizzato
entrando quindi in una nuova fase della sua acculturazione
europea?
c. Quale dialogo e in genere quale rapporto sul
piano religioso è possibile oggi in Europa
tra cristianesimo e Islam?
d. La Chiesa dovrà rinunciare a offrire il
Vangelo ai seguaci dell'Islam? |
| 2. |
Islam significa etimologicamente "sottomissione"
e in special modo sottomissione a Dio e a quella
rivelazione che egli ha fatto di sé. Noi
intenderemo qui per Islam l'insieme di tutte le
credenze e pratiche che si richiamano a Maometto
e al Corano, ben consci della complessità
di un simile macrocosmo e delle sue molteplici ramificazioni
nei secoli.
In generale possiamo dire che i "pilastri"
dell'Islam, accettati da tutti i musulmani,
sono: il riconoscere un Dio solo creatore, misericordioso
e giudice universale, e Maometto come suo profeta
definitivo; la preghiera cinque volte al giorno;
il digiuno del Ramadan; l'imposta per i poveri;
il pellegrinaggio alla Mecca una volta in vita;
il gihàd interiore, cioè lo sforzo
e il combattimento per Dio da intendersi anzitutto
nella mobilitazione contro le proprie passioni per
una vita giusta e la lotta contro l'oppressione
e l'ingiustizia; l'impegno a conformarsi nel privato
e nel pubblico a quel modo di vivere chiamato shari'ah,
basato sul Corano, seguendo il quale è possibile
fare la volontà di Dio in ogni aspetto della
vita, religioso, personale, familiare, economico,
politico.
Di qui si vede come l'Islam è una religione
in cui l'aspetto sociale e civile ha una fondamentale
importanza. Anche se i musulmani nel mondo sono
oggi diversi per origine etnica e correnti religiose
interne e sono cittadini di diversi Stati indipendenti,
rimane però vero che la fede musulmana è
di per se stessa un universalismo che oltrepassa
le frontiere e rimane sensibile a grandi appelli
al ritorno alle origini, così come avviene
oggi nei movimenti fondamentalisti. Se non è
facile parlare di Islam in generale, in conseguenza
della storia molto complessa e ricca di questa religione,
più difficile ancora è definire il
fenomeno dell'Islam tra noi, dell'Islam in Europa.
Troppo recente intatti è il suo nuovo tipo
di presenza nell'Europa occidentale ed è
difficile persino stabilirne le misure quantitative.
I musulmani nella grande Europa sono circa 23
milioni. Il Paese che ne ha la più alta
percentuale è senza dubbio l'Unione delle
repubbliche sovietiche. Seguono la Francia con 2
milioni e mezzo, la Germania ex Federale con 1 milione
e 700 mila, l'Inghilterra con 1 milione. Per l'Italia
si parla di cifre, tra regolari e clandestini, che
vanno da 180 mila a 300 mila unità, ma probabilmente
il numero è oggi più alto. Paesi molto
più piccoli di noi rilevano una presenza
proporzionalmente assai più elevata, come
l'Olanda che ne ha 300 mila o il Belgio che ne ha
250 mila. La presenza tra noi non è quindi
numericamente molto rilevante, ma si è fatta
vistosa negli ultimi anni anche perché il
loro arrivo in Italia ha coinciso con una ripresa
delle correnti più integraliste. È
forse la percezione di questo aspetto che sta creando
tra noi un certo disagio e malessere suscitando
alcune delle domande alle quali tenterò di
rispondere.
In quanto comunità cristiana, quali sono
i principi a cui ci richiamiamo in questa materia?
Possiamo rifarci per brevità a due tipi di
testi. Anzitutto a quelli del Concilio Vaticano
II, che ha parlato dei musulmani soprattutto
in due luoghi. Al n. 16 della Lumen gentium
si dice che "il disegno di salvezza abbraccia
anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra
questi in particolare i musulmani, i quali professando
di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un
Dio unico, misericordioso, che giudicherà
gli uomini nel giudizio finale". Nel decreto
Nostra Aetate sulla relazione della Chiesa cattolica
con le religioni non cristiane si dice in generale
che "la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto
è vero e santo in queste religioni"
e "considera con sincero rispetto quei modi
di agire e di vivere quei precetti e quelle dottrine
che non raramente riflettono un raggio di quella
verità che illumina tutti gli uomini".
In particolare afferma di guardare con stima ai
musulmani che "cercano di sottomettersi con
tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti,
come si è sottomesso anche Abramo, a cui
la fede Islamica volentieri si riferisce" (n.
2).
E a proposito dei "dissensi e inimicizie che
sono sorti nel corso dei secoli tra cristiani e
musulmani" il Concilio "esorta tutti a
dimenticare il passato e ad esercitare sinceramente
la mutua comprensione nonché a difendere
e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia
sociale, i valori morali, la pace e la libertà"
(n. 3).
Il Concilio ha avuto dunque cura di richiamare
elementi comuni a cristiani e musulmani. Per
questo è anche significativo che esso abbia
omesso altri temi importanti per l'Islam. Non vengono
menzionati dai testi conciliari né Maometto,
né il Corano, né l'Islam inteso come
essenziale nesso comunitario tra i credenti, né
il pellegrinaggio alla Mecca, né la shari'ah.
Viene menzionata la comune ascendenza abramitica,
ma non Gesù che nell'Islam è presente
e però è assai lontano da come lo
vede il cristianesimo. Per i musulmani Gesù,
il figlio di Maria vergine (e la figura di Maria
è venerata presso i musulmani), non è
né profeta definitivo, né il Figlio
di Dio e neppure è morto realmente sulla
croce. Manca così la dimensione vera e propria
della redenzione.
Ai testi conciliari che già indicano, malgrado
le omissioni sopra notate, con quale rispetto, con
quale apertura di spirito e prontezza di dialogo
deve procedere un cristiano nel riflettere sull'Islam,
possiamo ancora aggiungere un testo di Giovanni
Paolo II che potrà fugare anche i dubbi di
quanti temono che mediante la frequentazione e il
dialogo con l'Islam venga meno la chiarezza della
fede cattolica. Dice Giovanni Paolo II nella sua
prima enciclica Redemptor hominis al n. 11:
"Il Concilio ecumenico (Vaticano II) ha dato
un impulso fondamentale per formare l'autocoscienza
della Chiesa, offrendoci in modo tanto adeguato
e competente, la visione dell'orbe terrestre come
di una "mappa" di varie religioni".
Il Concilio "è pieno di profonda stima
per i grandi valori spirituali, anzi, per il primato
di ciò che è spirituale e trova nella
vita dell'umanità la sua espressione nella
religione, e, inoltre, nella moralità, con
diretti riflessi su tutta la cultura
Per l'apertura
data dal Concilio Vaticano II; la Chiesa e tutti
i cristiani hanno potuto raggiungere una coscienza
più completa del mistero di Cristo, "mistero
nascosto da secoli" in Dio, per essere rivelato
nel tempo, nell'uomo Gesù Cristo, e per rivelarsi
continuamente in ogni tempo". Giovanni Paolo
II non vede dunque opposizione, anzi convergenza,
tra l'attenzione al dialogo interreligioso e l'accresciuta
coscienza della propria fede. È con questo
spirito e con questa fiducia che cerchiamo di rispondere
alle domande che ci siamo posti all'inizio. |
1. I valori storici dell'Islam
Che cosa pensare dell'Islam in quanto cristiani? Che cosa significa esso per un cristiano dal punto di
vista della storia della salvezza e dell'adempimento
del disegno divino nel mondo? Perché Dio ha permesso
che l'Islam, unica tra le grandi religioni storiche,
sorgesse sei secoli dopo l'evento cristiano, tanto che
alcuni tra i primi testimoni lo ritennero un'eresia
cristiana, un ramo staccato dall'unico e identico albero?
Che senso può avere nel piano divino il sorgere
di una religione in certo modo così vicina al
cristianesimo come mai nessun'altra religione storica
e insieme così combattiva, così capace
di conquista, tanto che alcuni temono che essa possa,
con la forza della sua testimonianza, fare molti proseliti
in una Europa infiacchita e senza valori? A questa domanda
così complessa non è facile dare una risposta
semplice che tuttavia è in parte anticipata da
quanto abbiamo riferito del Vaticano II. Si tratta
di una fede che avendo grandi valori religiosi e morali
ha certamente aiutato centinaia di milioni di uomini
a rendere a Dio un culto onesto e sincero e insieme
a praticare la giustizia. Quello della giustizia
è infatti uno dei valori più fortemente
affermati dall'Islam. "O voi che credete, praticate
la giustizia" dice il Corano nella Sura quarta,
""praticatela con costanza, in testimonianza
di fedeltà a Dio, anche a scapito vostro, o di
vostro padre, o di vostra madre, o dei vostri parenti,
sia che si tratti di un ricco o di un povero perché
Dio ha priorità su ambedue" (Sura IV, 135).
In un mondo occidentale che perde il senso dei valori
assoluti e non riesce più in particolare ad agganciarli
a un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato
di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia
ci fa comprendere i valori storici che l'Islam ha portato
con sé e che ancora può testimoniare nella
nostra società.
2. L'Islam in Europa
Una seconda domanda: ci sarà una secolarizzazione
per l'Islam in Europa? La domanda è legittima
se si pensa al difficile percorso del cristianesimo
nell'alveo della modernità negli ultimi tre secoli.
La confrontazione tra pensiero moderno razionale, scientifico
e tecnico, tendente all'analisi e alla distinzione dei
ruoli e delle competenze e la tradizione cristiana uscita
dal mondo unitario medioevale, ha segnato un cammino
faticoso di cui solo il Concilio Vaticano II ha potuto
consacrare alcuni risultati armonicamente raggiunti,
pur se non ancora del tutto recepiti. Va emergendo però
sempre più chiaramente che la fede in un Dio
fatto uomo ed entrato nelle vicende umane è una
forza che permette di cogliere anche nel divenire economico,
sociale e culturale, i segni della presenza di Dio e
quindi il senso positivo di un cammino di fede nell'ambito
della modernità. Non è pensabile che l'Islam
in Europa non si trovi prima o poi ad affrontare una
simile sfida. Sappiamo anzi che dalla fine della prima
guerra mondiale fino ad oggi vi sono state molte proposte,
tendenze, partiti, soluzioni secondo le quali il mondo
musulmano, nelle sue diverse ramificazioni, etnie e
territori, ha preso coscienza dell'avvento dell'èra
della tecnica e delle esigenze di razionalità
che essa comporta. Bisogna dire però che fino
ad ora la fede nei grandi "pilastri" dell'Islam
non sembra aver avvertito in maniera preoccupante la
scossa derivante dai principi della modernità.
Prevalgono in questo momento le tendenze fondamentaliste,
che cercano di appropriarsi dei risultati tecnici, ma
staccandoli dalle loro premesse culturali occidentali
con la volontà di risolvere, nella linea della
tradizione antica, tutti i problemi politici o sociali
per mezzo della religione. Non si ammette quindi
separazione tra religione e Stato, tra religione e politica,
e nell'interpretazione letterale del Corano vengono
cercati tutti i principi per la risposta agli interrogativi
contemporanei, anche sociali ed economici. È
difficile prevedere che cosa potrà avvenire in
un futuro più remoto e non è il caso di
indulgere a ipotesi azzardate. Sembra corretto, nel
quadro di quell'atteggiamento di rispetto che prima
abbiamo richiamato, auspicare e aiutare affinché
il trapasso necessario ad una assunzione non puramente
materiale delle agevolazioni tecniche che vengono dall'occidente
sia accompagnato da uno sforzo serio di riflessione
storico-critica sulle proprie fonti religiose e teologiche
cercando "quell'armonia tra la visione filosofica
del mondo e la legge rivelata" (3),
che era già presente in alcuni dei filosofi arabi
conosciuti e utilizzati da San Tommaso. Dobbiamo adoperarci
affinché i musulmani riescano a chiarire e a
cogliere il significato e il valore della distinzione
tra religione e società, fede e civiltà,
Islam politico e fede musulmana, mostrando che si possono
vivere le esigenze di una religiosità personale
e comunitaria in una società democratica e laica
dove il pluralismo religioso viene rispettato e dove
si stabilisce un clima di mutuo rispetto, di accoglienza
e di dialogo (4).
3. L'atteggiamento della Chiesa e il dialogo
Alla luce di quanto fin qui detto, quale dialogo
è possibile oggi e quale deve essere l'atteggiamento
della nostra Chiesa a questo proposito?
Mi pare opportuna una distinzione tra dialogo interreligioso
in generale e dialogo tra singoli credenti. Il primo
è quello che si svolge a livelli più ufficiali,
tra rappresentanti religiosi di ambo le parti. Esso
ha le sue regole indicate nel Vaticano II e poi in documenti
come le norme edite dal Segretariato per il dialogo
interreligioso (5). Da
noi a Milano esiste la Commissione diocesana per l'ecumenismo
e il dialogo; in questo senso lavora anche la Segreteria
per gli esteri ed è stato creato recentemente
un Centro ambrosiano di documentazione per le religioni,
con attenzione speciale per il mondo musulmano. Sono
pure da menzionare le presenze di istituti missionari
come il Pime che hanno ormai una lunga tradizione di
conoscenza e di dialogo con queste realtà. Tale
dialogo è riservato piuttosto ai competenti.
Vorrei spendere una parola per quel dialogo che si
svolge a livello quotidiano a contatto con i musulmani
che incontriamo oggi sempre più frequentemente.
Va tenuto presente il fatto che non sempre la singola
persona incarna e rappresenta tutte le caratteristiche
che astrattamente designano un credente di quella religione.
Come avviene per i cristiani, così anche per
i musulmani non tutti aderiscono in pratica e con piena
coscienza ai precetti e alle dottrine prescritte e ciò
probabilmente anche a causa dello scarso retroterra
culturale di molti immigrati di recente. Il problema
non è tanto di fare grandi discussioni teologiche,
ma anzitutto di cercare di capire quali sono i valori
che realmente una persona incarna nel suo vissuto per
considerarli con attenzione e rispetto. Si potranno
trovare, non di rado, molte più consonanze pratiche
di quanto non avvenga in una disputa teologica. Ciò
vale soprattutto per i valori vissuti della giustizia
e della solidarietà. Tuttavia questa considerazione
individuale deve sempre tener conto delle dinamiche
di gruppo. Infatti l'Islam non è solo fede personale,
bensì realtà comunitaria molto compatta
e una parola d'ordine lanciata da qualche voce autorevole
al momento opportuno può ricompattare e ricondurre
a unità serrata anche i soggettivismi o i sincretismi
religiosi vissuti da un singolo individuo.
Per quanto riguarda più in generale l'atteggiamento
della nostra Chiesa e le attitudini che si raccomandano
a tutti i nostri cristiani, vorrei richiamare brevemente
l'attenzione su alcuni punti che derivano dai principi
sopra esposti:
1. Occorre accogliere motivando cristianamente il
perché della nostra accoglienza, dicendolo
in una lingua "comprensibile", che è
più spesso quella dei fatti e della carità,
dando ai musulmani il senso dello spessore religioso
che pervade la nostra accoglienza.
2. Occorre ricercare insieme un obiettivo comune
di tolleranza e mutua accettazione. Non mancano
per questo i testi anche nel Corano. Dobbiamo sfatare
a poco a poco il pregiudizio in essi radicato che i
non musulmani sono di fatto non credenti. Solo quando
ci riconosceremo nel comune solco della fede di Abramo
potremo parlarci con più distensione superando
i pregiudizi.
3. Dobbiamo far cogliere loro che anche noi cristiani
siamo critici verso il consumismo europeo, l'indifferentismo
e il degrado morale che c'è tra noi, far
vedere che prendiamo le distanze da tutto ciò.
Data la loro abitudine a vedere legate religione e società
e anche in forza delle esperienze storiche delle crociate,
essi tendono a identificare l'occidente col cristianesimo
e a comprendere sotto una sola condanna i vizi dell'occidente
e le colpe dei cristiani. Bisogna far comprendere che
siamo solidali con loro nella proclamazione di un Dio
Signore dell'universo, nella condanna del male e nella
promozione della giustizia.
4. Il dialogo con i musulmani sarà in particolare
per noi un'occasione per riflettere sulla loro forte
esperienza religiosa che tutto finalizza alla riconsegna
a Dio di un mondo a lui sottomesso. In questo, il
nostro giusto senso della laicità dovrà
guardarsi dall'esser vissuto come una separazione o
addirittura opposizione tra il cammino dell'uomo e quello
del cristiano.
Vi sarebbe da dire una parola più specifica per
le nostre comunità e in particolare per i presbiteri
che le presiedono. Vi sono due posizioni errate da
evitare e una posizione corretta da promuovere. Prima posizione errata: la noncuranza del
fenomeno. Il limitarsi a pensare all'Islam come
a una costellazione remota che ci sfiora soltanto di
passaggio o che ci tocca per i problemi di assistenza,
ma che non avrà impatto culturale e religioso
nelle nostre comunità.
Da tale posizione si scivola facilmente a sentimenti
di disagio e quasi di rifiuto o di intolleranza. Seconda posizione errata: lo zelo disinformato.
Si fa di ogni erba un fascio, si propugna l'uguaglianza
di tutte le fedi senza rispettarle nella loro specificità,
si offrono indiscriminatamente spazi di preghiera o
addirittura luoghi di culto senza aver prima ponderato
che cosa significhi questo per un corretto rapporto
interreligioso.
Al riguardo saranno necessarie norme precise e rigorose,
anche per evitare di essere fraintesi. La posizione corretta è lo sforzo serio
di conoscenze, la ricerca di strumenti e l'interrogazione
di persone competenti. Penso, in particolare, ai
casi molto difficili e spesso fallimentari dei matrimoni
misti. Esistono ormai nell'ambito della diocesi persone
di riferimento, corsi e specialisti che sono a disposizione.
Un supplemento di cultura e di conoscenza in questo
campo sarà necessario in avvenire in particolare
per i preti. Come è chiaro da quanto abbiamo
detto, pensiamo fermamente che il tempo delle lotte
di conquista da una parte e delle crociate dall'altra
debba considerarsi come finito. Noi auspichiamo rapporti di uguaglianza e fraternità
e insistiamo e insisteremo perché a tali rapporti
si conformi anche il costume e il diritto vigente nei
Paesi musulmani riguardo ai cristiani, perché
si abbia una giusta reciprocità. Conosciamo i
problemi giuridici e teologici che i nostri fratelli
dell'Islam hanno nei loro Paesi per riconoscere alle
comunità cristiane minoritarie i diritti che
da noi sono riconosciuti alle minoranze, ma non possiamo
pensare che tali problemi non possano essere risolti
affidandosi a quella conduzione divina della storia
che è vanto dell'Islam aver sempre accettato
in mezzo a tante dolorose vicissitudini.
Il nostro atteggiamento vuole in ogni caso ispirarsi
a quello di San Francesco d'Assisi che scriveva nella
sua "Regola", al capitolo XVI "Di coloro
che vanno tra i saraceni": "I frati che
vanno tra i saraceni col permesso del loro ministro
e servo possono ordinare i rapporti spirituali in mezzo
a loro in due modi. Un modo è che non facciano
liti e dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana
per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L'altro
è che, quando vedranno che piace al Signore,
annunzino la parola di Dio
e tutti i frati,
ovunque sono, si ricordino che hanno consegnato e abbandonato
il loro corpo al Signore nostro Gesù Cristo e
che per suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili
che invisibili". Nessuna contesa dunque, nessun
uso della forza, esposizione sincera e a tempo opportuno
di ciò che credono, accettazione anche di disagi
e sofferenze per amore di Cristo.
4. Annunciare il Vangelo di Gesù
Una quarta e ultima domanda: può la Chiesa
rinunciare ad annunciare il Vangelo ai musulmani? Occorre fare anzitutto una distinzione. Altro è
infatti l'annuncio, altro è il dialogo. Il dialogo parte dai punti comuni, si sforza
di allargarli cercando ulteriori consonanze, tende all'azione
comune sui campi in cui è possibile subito una
collaborazione, come sui temi della pace, della solidarietà
e della giustizia. L'annuncio è la proposta semplice e disarmata
di ciò che appare più caro ai propri occhi,
di ciò che non si può imporre né
barattare con alcunché, di ciò che costituisce
il tesoro a cui si vorrebbe che tutti attingessero per
la loro gioia. Per il cristiano il tesoro più
caro è la croce, è il mistero di un Dio
che si dona nel suo Figlio fino ad assumere su di sé
il nostro male e quello del mondo perché noi
ne usciamo fuori. Non sempre questo annuncio può
essere fatto in modo esplicito, soprattutto nelle società
chiuse e intolleranti. È un caso oggi non infrequente
in alcuni Paesi. Ma pure nei Paesi cosiddetti liberi
ci si scontra talora con chiusure mentali così
forti da costituire quasi una barriera. Allora la proposta
assume la forma della testimonianza quotidiana, semplice
e spontanea, e quella della carità e anche del
dono della vita, fino al martirio. È il principio
sopra ricordato di San Francesco.
Con questa distinzione riprendiamo dunque la nostra
ultima domanda: può la Chiesa cattolica rinunciare
a proporre il Vangelo a chi ancora non lo possiede? Certamente no, come ai musulmani non viene chiesto di
rinunciare al loro desiderio di allargare la 'umma,
la comunità dei credenti. Ciò che conterà
sarà lo stile, il modo, cioè quelle caratteristiche
di rispetto e di amore, quello stile di attenzione
e di desiderio di comunicare la gioia nella pace che
è proprio di chi accetta le Beatitudini.
Questo stile non è senza riscontri anche nel
mondo dell'Islam. Si legge infatti nel Corano: "Chiama
gli uomini alla Via del Signore, con saggi ammonimenti
e buoni, e discuti con loro nel modo migliore
pazienta, e sappi che il tuo pazientare è solo
possibile in Dio
perciocché Dio è
con coloro che lo temono, con coloro che fanno del bene"
(Sura XVI, 125-127).
Raggiungeremo così tutti anche quell'atteggiamento
missionario che ha caratterizzato il ministero di Ambrogio
in mezzo ai pagani del suo tempo.
Conclusione
Maometto nasce due secoli dopo il tempo di Sant'Ambrogio
e non vi è quindi nell'opera del santo nulla
che si riferisca direttamente al nostro tema, ma è
interessante notare che la comunità di Ambrogio
era una comunità religiosamente minoritaria.
Due terzi della popolazione che in quel tempo abitava
nella zona di Milano non era cristiana. Eppure sembra
che a Milano non esistesse un ministero organizzato
per l'evangelizzazione dei pagani
Nel "De
officiis ministrorum" Ambrogio non dà
alcuna istruzione ai chierici per il lavoro di conversione
dei pagani (6).
La via ordinaria per la quale essi venivano a conoscenza
del cristianesimo era la frequenza libera alla predicazione,
aperta a tutti, i colloqui con il vescovo come nel caso
di Agostino e specialmente il contatto con i cristiani
e la loro condotta esemplare. Ambrogio poneva la sua
cura nel far progredire la comunità cristiana
come tale; per mezzo di essa, e non con un ministero
organizzato, avveniva l'influsso sui pagani. Non dunque un proselitismo invadente, bensì
l'immagine di una comunità plasmata dal Vangelo
e dall'Eucaristia, zelante nella carità, libera
e serena nel suo impegno civile quotidiano, coraggiosa
nelle prove, sempre piena di speranza. È questa la nostra forza principale oggi, in
un mondo secolarizzato, e questa forza è quella
delle origini, quella della Chiesa di Sant'Ambrogio
e della Chiesa dei nostri giorni.
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Cardinale Carlo Maria Martini
Discorso alla città per Sant'Ambrogio, Milano, 6.12.1990 |
Note 1 "Uomini di culture diverse:
dal conflitto alla solidarietà", 25 marzo
1990, n. 33. 2 Cf. il documento del Segretariato
per i non cristiani, oggi Pontificio Consiglio per il
dialogo interreligioso, del 1984 dal titolo "L'atteggiamento
della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni",
in particolare ai nn. 20-31 dove si espongono le ragioni
del dialogo: "La Chiesa si sente impegnata al dialogo
soprattutto a motivo della sua fede" (n. 22). 3 Cf. L. Gardet, "L'Islam
e i cristiani", Roma 1988, p. 114. 4 Si veda in particolare M.
Borrmans, "Orientamenti per un dialogo", Roma
1988. 5 Cf. in particolare "L'atteggiamento
della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni",
1984. 6 Cf. V. Monachino, "S.
Ambrogio e la cura pastorale a Milano nel secolo IV",
Milano 1973, 48.
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