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Un testimone

Marzo 2010

ANNALENA TONELLI
missionaria laica (2 aprile del 1943 - 5 ottobre 2003)

«La vita senza l’amore è inutile»

Iniziò aiutando i poveri di un bassofondo della sua città, Forlì. Continuò dedicandosi ai bambini del brefotrofio e alle bambine con handicap mentale.
Annalena Tonelli era una fresca ragazza di 19 anni dagli occhi azzurri, in quel 1962. Mentre frequentava l’Università di Bologna, entrò nei movimenti giovanili per il terzo mondo. Si appassionò alla vita di Albert Schweitzer, di Charles de Foucauld e all’attività dei missionari. Mentre frequentava i corsi universitari lavorò per il terzo mondo nascosto nei quartieri poveri della sua città con un gruppo di amiche cristiane.
Scriverà: «Ero ancora una bambina quando scelsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati. Così sono stata e confido di continuare ad essere. Volevo solo seguire Gesù Cristo. Null’altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in Lui. Per Lui feci una scelta di povertà radicale, anche se non potrò mai essere povera come i poveri che riempiono le mie giornate».
Dopo la laurea in legge, continuò così per sei anni. Poi cominciò a pensare ai poveri del Terzo Mondo. “I confini della mia azione mi sembravano così stretti, asfittici”. Davanti ai bambini che la guardavano con occhi immensi e doloranti dalle riviste missionarie, dai telegiornali, si sentì in colpa di stare troppo bene.
Fondò con le sue amiche, coinvolgendo tutte le parrocchie di Forlì, il Comitato per la lotta contro la fame nel mondo, e cominciò a preparare la sua partenza per l’Africa. I suoi familiari non erano d’accordo, ma lei stava per compiere 25 anni, e non le pareva di fare ‘un colpo di testa’.

Era il 1968 quando partì. Molti giovani dell’occidente sentivano in quegli anni il disagio di vivere in un mondo troppo ingiusto, troppo spaccato tra ricchi e poveri. Scaricavano il disagio in assemblee, cortei, sparatorie per le strade, attentati terroristici. Lei lo scaricò salendo su una nave e recandosi a vivere a Chinga, nella zona semidesertica nel nord-est del Kenya, tra popolazioni somale poverissime e rigidamente musulmane.
Scriverà: «Dio che mi aveva portato lì, e vi rimasi nella gioia e nella gratitudine. Ero partita decisa a gridare il Vangelo con la vita sulla scia di Charles de Foucauld, che aveva infiammato la mia esistenza».

Cominciò come insegnante nella missione di Karima. L’anno dopo (1969) passò in quella governativa di Wajir. All’interno di questo vasto complesso scolastico il romagnolo Salvatore Baldazzi, missionario della Consolata, aveva dato vita a una Città delle ragazze (Girl’s Town), per ragazzine rese orfane dalla carestia e dalla guerra. In quello stesso anno dall’Italia giunse Maria Teresa, anche lei cristiana decisa a spendere la vita per Gesù e per i poveri. Annalena e Maria Teresa iniziarono a vivere insieme.
Si lasciò coinvolgere dall’insegnamento, convinta che la cultura è forza di liberazione e di crescita interiore. Gli inizi non furono facili. I suoi alunni avevano più o meno la sua stessa età. All’inizio la rifiutarono perché era donna (non degna né di ascolto né di rispetto), bianca (di razza inferiore perché la razza superiore è la nera), cristiana (temuta perché i cristiani cercano di rubarti la fede in Allah), e poi non sposata in un mondo in cui la verginità è un non-valore.
Il preside sentenziò: l’insegnante straniera avrebbe insegnato, ma nessuno era obbligato a recarsi alle sue lezioni. In pochi giorni finirono per andarci tutti. E in pochi mesi furono tutti concentrati sui programmi seriamente svolti, con puntuali interrogazioni ed esami. I risultati furono molto buoni.
Molti anni dopo, Annalena scriverà ad un’amica in Italia: “Tutti gli studenti del Nord Est di quei tempi raccontano di essere stati miei studenti. Lo dicono non perché sia vero, ma perché essere usciti dalla mia scuola è una garanzia di studio serio”. Insegnò fino al 1974.

Quasi subito Annalena conobbe un bambino che stava morendo di sickle cell (anemia falciforme) e fame. «Me ne innamorai. Giurai a me stessa che l’avrei salvato. Gli donai il sangue e supplicai gli studenti di fare altrettanto. Uno di loro lo donò, e dopo di lui tanti altri, vincendo così la resistenza dei pregiudizi. Fu la mia prima esperienza in cui, in un contesto islamico che ignorava la solidarietà, l’amore generò amore. Quel bambino fu salvato dal nostro amore».

Era il tempo di una grave carestia. Vide tanta gente morire di fame.
Attorno a lei cominciarono a raggrupparsi bambini orfani. Avevano fame di cibo e di affetto, e Annalena glie ne dava. I bambini orfani continuavano ad arrivare. Tra essi c’erano malatini che avevano bisogno di cure urgenti. Pur continuando ad insegnate, Annaleta a Maria Teresa aprirono un ‘Centro’ di cura e riabilitazione per bambini ciechi, sordi, epilettici, poliomielitici… Scrisse alle sue amiche romagnole che nel Centro c’era bisogno di medicine, ma c’era soprattutto bisogno di ‘mamme’. Arrivarono in cinque che avevano lasciato tutto per diventare ‘mamme a tempo pieno’. «Eravano sette donne - scrive Annalena - tutte, in maniera e misura diversa, assetate di Dio. Quando capivamo che stavamo per perdere il senso del nostro servizio e la capacità di amare, ci ritiravamo in un eremo, per uno o più giorni di silenzio, ai piedi di Dio: là ritrovavamo equilibrio, saggezza, speranza e forza per combattere la battaglia di ogni giorno, prima di tutto contro ciò che ci tiene schiave dentro».

Poi Annalena scoprì i tubercolotici, rifiutati e abbandonati da tutti. Annalena ne scoprì una vera colonia nell’ospedale di Wajir, un villaggio del Nord Est, e divenne la loro madre. “Mi innamorai di loro e fu amore per la vita. Erano in un reparto di disperati: li servivo sulle ginocchia; stavo loro accanto quando si aggravavano e non avevano nessuno che si occupasse di loro”.
Non sapeva niente di medicina, ma cominciò a osservare e a studiare. Presto avrebbe conseguito i diplomi di ‘controllo della tubercolosi’ a Nairobi e di medicina tropicale in Inghilterra.
Dopo aver conseguito il primo diploma a Nairobi, cominciò a passare all’ospedale di Wajir molto tempo. Fortunatamente, pochi morivano. Molti invece, dichiarati guariti dalla tubercolosi, riprendevano la vita nomade nel deserto. Ma tornavano, ricaduti nella malattia. Annalena volle capire perché questo accadeva. Cominciò a controllare le cure che dovevano fare una volta dimessi dall’ospedale.
Una medicina fornita dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) rendeva possibile curare la tubercolosi in 6 mesi. Ma la cura doveva essere continua e regolare. Per i nomadi questa era una condizione impossibile. Al primo segno di miglioramento, chiedevano la dichiarazione ospedaliera di guarigione e tornavano alla vita nomade del deserto.

Nel 1976 il governo del Kenya chiese ad Annalena di diventare la direttrice di un progetto-pilota per la cura e il controllo della tubercolosi nella zona di Wajir. E l’OMS la esortò a inventare un sistema per curare con efficacia i nomadi malati che non volevano rimanere per 6 mesi fermi in un ospedale. Annalena creò una catena di centri di cura a cielo aperto, chiamati T.B.Menyatta (villaggio dei colpiti dalla T.B.). In essi i nomadi malati, senza cambiare le loro abitudini di vita, potevano ricevere le terapie antitubercolari alle scadenze stabilite per un periodo di 6 mesi.
I T.B.Menyatta sorgevano in una zona desertica non lontana dall’ospedale. I nomadi vi arrivavano, tiravano giù dalla groppa dei cammelli le loro capanne smontabili e le ricostruivano come e dove volevano. Poi si recavano all’ambulatorio che sorgeva in ogni Menyatta, venivano visitati e quelli che risultavano colpiti dalla tubercolosi ricevevano per sei mesi, rigorosamente controllati, i farmaci prescritti. Nel 1978 l’OMS, nel congresso mondiale contro la tubercolosi tenuto a Nairobi, adottò ufficialmente il metodo di Annalena, e lo diffuse in tutto il mondo.
Annalena ricordava: «La T.B.Manyatta fu una grande avventura d’amore, un dono di Dio. Contemporaneamente lavoravo nel Centro per i bambini assieme alle mie compagne che si erano unite a me, tutte volontarie senza stipendio, tutte per i poveri e per Gesù Cristo. Eravamo una famiglia. Accoglievamo ogni bambino da curare, riabilitare, e creature particolarmente ferite: ciechi, sordomuti, handicappati fisici e mentali. I bambini crescevano con noi, mamme a tempo pieno. Fu grazie al ‘Centro per i bambini’ che la gente cominciò a dire che forse anche noi, io e le mie compagne, saremmo andate in Paradiso. Un vecchio capo, che ci ammirava molto, sentenziò: ‘Noi musulmani abbiamo la fede, voi avete l’amore. Dovremo fare come fate voi’».

La guerriglia. L’ospedale e la zona dove venivano curati i tubercolotici, a prima vista, sembravano un’area di dolore. Invece, per la pace che vi regnava, erano un’isola quasi felice. Attorno la guerriglia dilaniava le tribù, rendeva insicura la vita di tutti, anche dei bambini che giocavano nella strada. Nel febbraio 1984 camion di militari armati irruppero in alcuni quartieri di Wajir. Cercavano i responsabili di attentati che avevano sconvolto alcune città vicine.
Le autorità erano convinte che la guerriglia fosse alimentata dal gruppo di somali chiamato degodia, cinquantamila persone circa che vivevano appartati dagli altri gruppi e, senza prove concrete, venivano da tutti additati come predoni. I militari piombarono brutalmente tra loro, separarono gli uomini dalle donne e dai bambini, e li trasportarono violentemente nella zona dell’aeroporto. Mentre le donne e i bambini rimasti soli vivevano nel terrore, gli uomini furono sottoposti a bastonature e a tortura. Dovevano confessare di essere i responsabili degli attentati. E siccome non lo facevano, i militari cominciarono a spargerli di benzina e a dar loro fuoco. Gli uomini degodia cercarono di fuggire e molti morirono uccisi dai militari. I superstiti furono caricati sui camion e portati tra le dune del deserto e lì abbandonati.
Donne, bambini e vecchi, appena saputa la notizia, corsero tra le dune alla ricerca dei loro uomini, portando acqua e quel poco cibo che avevano. Anche Annalena corse con loro.

Barbara Lefkow, fisioterapista che sovente collaborava con Annalena ed era moglie di un diplomatico americano, così testimoniò: “Annalena dipinse una grossa croce rossa sulla ‘Toyota’ dell’ospedale, e con essa portò acqua ai sopravvissuti. Poi li raccolse e li portò nel suo Centro dove curò le orrende ustioni. Riuscì a salvarne molti. Compilò e mi consegnò una lista di uccisi, perché di nascosto la portassi a Nairobi”, nelle mani di giornalisti stranieri.
I militari la tenevano d’occhio, e cercavano un pretesto per metterla ‘fuori causa’. I corpi degli uccisi, perché fossero un lugubre avviso per tutti, dovevano restare a marcire tra la sabbia. Ma giunta la notte, Annalena cominciò a seppellirli, aiutata dai vecchi delle famiglie. I militari la sorpresero e la picchiarono a sangue. La difese un vecchio musulmano: “Voi avete ucciso i vostri fratelli nella fede, e solo questa ‘straniera’ li ha difesi dalla vostra crudeltà, rischiando la vita. Par questo Allah vi maledice e si vendicherà di voi, mentre guarda con occhio benigno questa donna”.
La Bbc, forte della lista dei nomi e della testimonianza di Barbara Lefkow, mandò per prima in onda la notizia, seguita a ruota da altri giornali stranieri. Giornalisti, fotografi, telecronisti raggiunsero immediatamente l’ospedale di Wajir. Le foto dell’eccidio, la narrazione dell’intervento di Annalena e la lunga lista dei morti mossero gli ambasciatori delle potenze stranieri. Il governo del Kenya, per non perdere la faccia, scaricò la responsabilità su un gruppo di militari che furono destituiti. Il genocidio fu fermato. “Avrebbero dovuto sterminare 50 mila persone - dirà in seguito Annalena -. Ne uccisero ‘solo’ mille”.
Lei però sapeva di essere ormai sulla lista nera, e che avrebbe pesantemente pagato. Sfuggì miracolosamente a due imboscate. Poi fu arrestata e portata davanti a un tribunale militare.
Era il 1985 e fu espulsa dal Kenya.

Aveva 42 anni, ed era decisa a ricominciare tutto da capo. Sarebbe tornata in Europa a prepararsi bene, poi sarebbe tornata tra i suoi bambini e i suoi malati somali a spendere il resto della sua vita, come Gesù, come Charles de Foucauld.

1985. Annalena passa alcuni mesi in Italia, nel calore della sua famiglia e delle sue amiche.

1986 In Spagna a frequentare un corso di specializzazione sulla lebbra.
Subito dopo in Inghilterra, per ottenere il diploma in medicina tropicale.

1987 È tempo di tornare tra i Somali, non tra le tribù accampate ai confini del Kenya (in cui non può rientrare) ma in Somaliland, un territorio del sud-Somalia che si dichiara indipendente ma non è riconosciuto dall’ONU. È campo di guerriglia e di miseria nera.
A Belet Weyne opera una struttura medica che fa capo al ministero degli Esteri italiano. Annalena vi si inserisce come volontaria, e diviene in poco tempo responsabile della cura dei tubercolotici in tutta la regione del nord-est. Ma la guerriglia rende tutto instabile, provvisorio.

1990 agosto. Annalena, insieme alla sua squadra di medici e infermieri, è assalita da un gruppo di guerriglieri ribelli. Vengono sequestrati, derubati, picchiati. I padiglioni distrutti. I malati e i poveri dispersi. Un reparto di truppe regolari mette in fuga i guerriglieri e li libera. Per la seconda volta Annalena si sente viva per miracolo. Ma bisogna cominciare nuovamente da capo.

1991 marzo Ritorna in Somalia dopo aver dovuto lasciarla temporaneamente. Si stabilisce a Merca, 50 chilometri a sud di Mogadiscio, la capitale.
La situazione per i poveri abitanti è pessima. Anarchia totale e fame nera. Manca qualunque punto di appoggio e di riferimento: non esistono scuole, ospedali, dispensari.
Annalena non perde tempo in lamenti. Si mette a lavorare con la calma decisa dei forti. Dalla ‘Caritas italiana’ che coinvolge, ottiene medicine, cibo e denaro, poi anche l’invio di volontari. Le emergenze si ammucchiano l’una sull’altra: rifugiati senza casa, bambini affamati e senza nessuno, folle che hanno bisogno di tutto. Annalena riesce a dar vita a un complesso scolastico e e sanitario che sembra un miracolo.
In una lettera del 1993 scrive: «Siamo 8 europei con 131 collaboratori somali. Prepariamo 5 mila pasti al giorno, facciamo funzionale l’ospedale per tubercolotici con 148 pazienti e il day hospital per 250 bambini. Abbiamo pure più di 400 pazienti in terapia antitubercolare e piccoli gruppi di epilettici e di lebbrosi». Nella scuola riesce a organizzare classi elementari per bambini, scuole di alfabetizzazione per adulti, scuole coraniche per tutti.

1993 Gli americani, con il loro esercito, tentano di riportare pace e ordine in Somalia, ma sono costretti ad abbandonare. Annalena e le sue volontarie continuano a vivere in un clima di guerriglia costante. Sono tempi tragici, ai quali Annalena accennerà così: «Sono stata tra guerre e conflitti, testimone di devastanti carestie, violazione di diritti umani e genocidi. Credevo che in vita mia non avrei mai più sorriso se fossi sopravvissuta a quelle catastrofi ».
È difficile anche aiutare chi ha la tubercolosi che “è considerata come una punizione di Dio, un segno della sua maledizione contro un peccato commesso, aperto o nascosto. Persone colpite anche in maniera grave, per questo motivo negano di essere malati, rifiutano le cure che le potrebbero guarire”.
In quel caos di morte, Annalena si giocò molte volte la vita, poiché era tenerissima coi malati e i poveri, ma diventava una profetessa rocciosa e inflessibile quando affrontava i ‘signori della guerra’, i potenti e i prepotenti. Fu minacciata e percossa, ma continuò ad aiutare i poveri.
Predoni, fondamentalisti islamici, capi clan, si scatenavano nella gara a chi rubava di più. Solo quella piccola donna disarmata si infilava tra loro e reclamava ad alta voce ciò che apparteneva ai bambini e ai poveri.

1995 l’OMS le affidò un compito ancora più grande: la gestione dell’ospedale di Borama, una cittadina di 100 mila abitanti nel Somaliland. Doveva andare a cominciare da capo un’altra volta. Ma non fece obiezioni. A Borama, Annalena fin dal primo momento visse sola, senza la sicurezza di un ordine religioso o l’appartenenza a qualche organizzazione, senza uno stipendio né un’assicurazione per la sua vecchiaia. Era sola.
Riuscì sopravvivere grazie agli aiuti che le arrivavano dagli amici di Forlì, e alla Messa che due volte all’anno il Vescovo di Gibuti veniva a celebrare per lei. Aveva 52 anni. Non solo dovette ricominciare da capo, ma vincere anche ostilità impreviste. I bambini tiravano sassi contro la sua casa, gridando: “Allah, tieni lontano il diavolo bianco!” Annalena non si scoraggiò.
Come sempre, cominciò con una scuoletta di alfabetizzazione, di lingua inglese, di insegnamento del Corano. Poi la scuola si aprì ai bambini malati: sordi, ciechi, epilettici, con handicap mentale. Venivano equipe mediche internazionali, che Annalena chiedeva all’OMS, e operavano fino al limite del possibile. Eliminavano cataratte e i bambini tornavano a vedere, intervenivano su otiti trascurate e i bambini tornavano a sentire. Gli epilettici erano considerati ‘indemoniati’. Venivano portati in catene, sporchi dei loro escrementi. Dopo giorni di cure e di amore, si liberavano loro stessi dalle catene, cominciavano a lavarsi, prendevano da soli i farmaci, e lentamente tornavano persone normali.
Mese dopo mese, tutti si arresero al ‘miracolo dei fatti’. Cominciarono a guardarla con venerazione e ha chiamarla Sara Borama, la principessa di Borama. Gli adulti la chiamavano ‘madre’, i bambini ‘nonna’. Il ‘Comitato contro la fame di Forlì’ unì le sue forze a quelle delle organizzazioni internazionali e i posti letto dell’ospedale passarono da 30 a 250. Lo staff di medici, infermieri, tecnici di laboratorio raggiunse il numero di 50. I malati curati nel primo anno furono solo 118, me nel secondo salirono a 1300.
Scrisse Annalena: «La gente parlava sempre più di noi. E fu così che l’Alto Commissariato per i rifugiati decise di costruirci una vera scuola. Nel 1998 costruirono 4 classi, un ufficio per i maestri, un magazzino e i servizi igienici. Gli amici di Forlì costruirono altre tre classi. Così la scuola divenne una bellissima mescolanza di bambini di ogni provenienza, di ogni storia, di ogni capacità. Io mi trovai al centro di una fucina di integrazione, tra alunni normali e bambini poliomielitici, mutilatini di guerra, ciechi, sordi, bambini di etnie rifiutate e disprezzate come figli di fabbri, barbieri, conciatori. I bambini, nella loro semplicità innocente, non conoscono queste barriere create dall’egoismo degli adulti. Ho visto bambini che, per giocare con i sordomuti, imparavano da loro l’alfabeto dei muti. È stata ed è una delle esperienze più consolanti e incoraggianti, più capaci di dare speranza in un mondo in cui gli uomini vorranno essere e saranno una cosa sola».

Quando Annalena decise di tornare in Italia per un mese, per la sua gente fu un evento sconvolgente. Temevano che non sarebbe più tornata. Invece tornò, e fu una gioia grande.
Lo sheek (insegnante di Corano) si recò subito da lei. Le disse che quando era a Roma (per loro l’Italia è solo Roma e dintorni) aveva spiegato a tutti che dovevano essere felici, e condividere nella preghiera il suo pellegrinaggio. A Roma sono sepolti alcuni discepoli di Issa, Gesù, che per loro è un grande profeta. Visitare i luoghi del loro martirio è il grande pellegrinaggio dei seguaci di Issa. E così essi avevano accompagnato pregando il suo pellegrinaggio.

Annalena viveva nella povertà: due vesti, due scialli, qualche libro. Era questo tutto il suo corredo. Diceva: «Io sono nobody, nessuno. Vivo a servizio senza un nome, senza stipendio, senza appartenere a nessuna organizzazione. Sono una cristiana con una fede rocciosa, che non conosce crisi dai tempi della giovinezza. La vita mi ha insegnato che la mia vita, senza l’amore, è inutile, che l’Eucarestia racchiude un messaggio rivoluzionario: ‘Questo è il mio corpo, fatto pane perché anche tu ti faccia pane sulla mensa degli uomini’. Ai Somali molto ho dato, ma ho anche ricevuto molto: il valore della famiglia allargata, in cui tutto condiviso all’interno del clan; l’esempio di preghiera, 5 volte al giorno, per cui si interrompe ogni cosa per far spazio a Dio; l’abbandono incondizionato a Dio con una fede forte, specialmente da parte dei nomadi del deserto».

Ma dopo l’11 settembre 2002, (l’abbattimento delle torri gemelle di New York e i bombardamenti sull’Afghanistan), il clima cambiò. I fondamentalisti musulmani che vogliono distruggere l’occidente si imposero, e imposero l’odio per gli stranieri, anche per ‘quella straniera’.
Predicavano che tubercolosi, AIDS, epilessia, malattie mentali erano punizioni di Dio. Curandoli, ‘quella straniera’ aveva fatto di Borama un paese maledetto, odiato da Allah e da tutti i veri musulmani. Inoltre essa persuadeva le famiglia a non mutilare le loro bambine con la infibulazione. Questa era una bestemmia contro l’Islam. Non potevano dar retta a una persona che era donna, bianca, e infedele.
Un iman cominciò a predicare apertamente contro “quell’infedele”. Insieme a luiun gruppo di persone cominciò a bersagliare con fitte sassaiole l’ospedale. Dovettero chiuderlo per tre mesi. Annalena non si diede per vinta e, quando la burrasca sembrò passata, riaprì l’ospedale.

Il 5 ottobre 2003, appena terminato il suo giro tra i malati, Annalena si vide venire incontro un ragazzo armato di fucile. Le sparò tre colpi alla nuca. Annalena aveva 60 anni.

Tra i suoi appunti trovarono una paginetta intitolata ‘testamento’. Diceva tra le altre cose: «Sorrido di chi pensa che la mia sia una vita di rinunce e sacrifici. La mia è pura felicità. Più i miei pazienti sono feriti, maltrattati, disprezzati, senza voce e di nessun conto agli occhi del mondo, più li amo».
Durante il funerale lessero il capo 5 del vangelo di Matteo: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio… Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro si voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi”.

Teresio Bosco

UN SITO INTERESSANTE
Visitate il sito www.marbriella.it/annalena troverete notizie interessanti e la cartina con i luoghi in cui ha vissuto Annalena. Ci sono informazioni sul Comitato Forlivese e le attività svolte: raccolta vecchi giocattoli …


ATTIVITÀ

Ricostruite, su una carta geografica, la mappa della vita di Annalena:

ITALIA: Forlì, Bologna, Roma
KENYA: Chinga, Karima, Wajir
SOMALIA: Belet Weyne, Merca, Borama


Cerca di scoprire il significato di alcune sigle o termini.
Che cosa fanno queste organizzazioni o gruppi?

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Il materiale didattico per la scuola Primaria è curato da Francesca Sgarrella, insegnante.

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