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Un libro per pensare

Marzo 2010

E LI CHIAMANO DISABILI
Storie di vite difficili, coraggiose, stupende

Autore: Candido Cannavò
Editore: Rizzoli   
Data pubblicazione: 2005
Prezzo: € 16,00


“Penso talvolta che i veri limiti esistono in chi ci guarda.”
Simona Attori - ballerina, pittrice, nata senza braccia

IL LIBRO
Il libro non è una novità, edito nel 2005, ma ci pare un modo bello per ricordare Candido ad un anno dalla sua morte.  Può essere utile anche per parlare di Olimpiadi, di atleti, di prestazioni sportive e di stile di vita.
Racconta sedici storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio della non-rassegnazione. Un viaggio in un territorio di confine che spesso viene ignorato o addirittura cancellato. Eppure questo territorio esiste. Ed è abitato da persone straordinarie, piene di coraggio, di voglia di vivere, di tenacia, di passione e tenerezza. Cannavò li presenta con grandissima intensità e con uno stile magistrale. Uomini e donne che vivono, sognano, lavorano, si emozionano, anche se sono senza braccia o costretti sulla sedia a rotelle o ciechi dalla nascita. Con prefazione di Walter Veltroni.

«Candido Cannavò appartiene a quella generazione di giornalisti che sanno cogliere, in ogni aspetto, in ogni zona della materia sulla quale intendono scrivere, la profondità e la densità dei sentimenti, delle emozioni, di quei valori che muovono il nostro animo come il venti increspa le onde dell’acqua.
Candido Cannavò sa raccontare, sa usare la parola e la frase con una musicalità da incantatore. […]
Assieme alle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere questo libro, troverete quella capacità di incuriosire, di affascinare noi lettori, di prenderci sottobraccio e convincerci, in poche righe, a compiere con lui il viaggio dentro la storia che ci sta per raccontare.
Ed è, questo viaggio, una storia nobile.
Nobile perché non solo nasce da una consapevolezza dolorosa, ma perché questa consapevolezza è vissuta attraverso un prezioso ribaltamento, quello per cui l’esplorazione del mondo dei disabili non deve essere vissuta attraverso lo stereotipo di un viaggio nel dolore e nell’angoscia, ma che questo andare può trasformarsi in un’esplorazione alla ricerca della bellezza e della forza vitale espressa dal mondo dei diversamente abili. […]
La forza etica delle storie raccontate da Cannavò sta proprio nella considerazione della diversità fatta senza pietismo, affrontata con quella franchezza e quella civiltà che rendono intenso e profondo il mestiere di scrivere.
Perché i personaggi, le storie, le parole di questo libro ci impongono il rispetto e l’attenzione verso chi, da una posizione differente e svantaggiata, ci dimostra di essere in grado di insegnarci volontà e forza vitale, quella forza che è in tutto e per tutto una risorsa preziosa per la nostra società, per la nostra consapevolezza di esser umani. 
In un mondo dominato da pseudovalori  come il look, la bellezza da spot televisivo, l'apparire in ogni sua forma, i portatori di handicap rappresentano un fattore di disturbo, sono persone che è comodo nascondere, ignorare. Questa inchiesta di Candido Cannavò va nella direzione opposta: farci conoscere da vicino uomini e donne diversi solo perché hanno saputo sviluppare forme diverse di abilità, individui che, colpiti gravemente nel fisico, non si sono arresi e hanno saputo vincere la difficile battaglia della vita».
(dalla Prefazione di Walter Veltroni)

IL MIO VIAGGIO così intitola Candido la presentazione del suo libro, dove racconta qual è stata la molla che ha dato origine a E li chiamano disabili.  Avvenne che, durante la presentazione del libro Libertà dietro le sbarre

…Un uomo di mezza età si accostò al microfono. Aveva il leggero impaccio di un cieco che non accetta confini, si lancia dovunque, non rinuncia a fette di vita e ha visto (sì, proprio visto) moltiplicarsi, come tutti i ciechi, i canali della sua sensibilità. «I miei occhi non funzionano, ma io ti conosco meglio di chi ti vede». L'intervento fu breve: «Caro Cannavò, tradurremo il suo libro in braille perché anche i ciechi possano leggerlo. Ma le chiediamo una promessa: faccia un viaggio nel mondo dei disabili».
Quell'uomo è un avvocato. Ha perso la vista da ragazzo, a nove anni, il 26 giugno 1944. Avvenne a Favara, in provincia di Agrigento, accanto a un abbeveratoio. Lui era in campagna con un amico di sette anni. Cos'è quell'oggetto luminoso? Sembra una penna, una bella penna. La prendono e la penna esplode: era un'antesignana delle barbare mine anti-uomo che attirano i bambini con la loro forma di giocattoli per straziarli nel corpo o accecarli. Lo schifo più turpe nello schifo della guerra.
Questo personaggio entrato nella mia storia si chiama Giuseppe Castronovo. Lui quel giorno del '44, quando la guerra era già passata dalla Sicilia, piombò nel buio. Il suo amichetto ci rimise una mano e poi impazzì per il trauma. Castronovo reagì alla disperazione e si costruì una bella vita da cieco che non si rassegna ad alcun limite: laurea, moglie, figli, impegno professionale e sociale.
Un'esistenza attivissima volta a difendere la dignità di quelli come lui, a conquistare nuovi spazi, a sostenere chi ha avuto dalla vita minori possibilità di farsi strada.
Adesso Castronovo è un’autorità nel mondo dei ciechi, anche fuori dai confini nazionali. Un leader popolarissimo e divertente. Ma al di là delle sue cariche è un vulcano attivo, figlio dell'Etna che domina la sua, e mia, città. A Milano lo chiamano Pippuzzu. Ti travolge con il suo entusiasmo, ma a differenza di molti altri siciliani lui esprime un fervore pieno di concretezza.
Io non risposi né sì, né no al suo invito. Ma cominciai a pensare alle suggestioni e alle difficoltà di un viaggio nel mondo dell'handicap, che non contempla confini geografici. Ogni giorno ci pensavo. La disabilità abbraccia un popolo sparso dovunque.
Mi venne in mente il Club Aldebaran di Catania, cui prestai la mia attenzione prima di lasciare la Sicilia. E riemerse la lezione che mi diede il suo presidente distrofico grave, intelligentissimo, puntandomi gli occhi addosso, dopo aver letto un mio articolo generoso: «Come ti permetti di definirci sfortunati? Cosa ne sai tu di noi?».


AUTORE
Candido Cannavò (Catania, 29 novembre 1930 – Milano, 22 febbraio 2009). Ha iniziato la sua carriera di giornalista presso il quotidiano della sua città “La Sicilia” nel 1949, occupandosi di sport ma anche di importanti problemi sociali e di costume. Il suo nome è strettamente intrecciato a quello della “Gazzetta dello Sport”, di cui è stato direttore dal 1983 al 2002, facendola diventare il più diffuso quotidiano sportivo d’Europa. Nel luglio del 2005 ha festeggiato il 50° anniversario della sua prima firma sul giornale per il quale ha seguito i maggiori avvenimenti sportivi mondiali e dieci Olimpiadi.
Nel 1996, durante i Giochi di Atlanta, il Cio gli ha conferito l’ordine olimpico. Nel 1998 ha ricevuto il prestigioso Premio Ischia per il giornalismo. Il suo primo libro, il best seller Una vita in rosa, ha ottenuto nel 2003 il Premio Cianciano, sezione autobiografia, e il secondo, Libertà dietro le sbarre, nel 2004 ha ricevuto un riconoscimento speciale nell’ambito del premio letterario e giornalistico Ernest Hemingway.
Candido Cannavò appartiene a quella generazione di giornalisti che sanno cogliere, la profondità e la densità dei sentimenti, delle emozioni, di quei valori che muovono il nostro animo come il venti increspa le onde dell’acqua usando la parola e la frase con una musicalità da incantatore. Assieme alle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere questo libro, si troveranno quella capacità di incuriosire, di affascinare noi lettori, di prenderli sottobraccio e convincerli, in poche righe, a compiere con lui il viaggio dentro la storia che ci sta per raccontare. Ed è, questo viaggio, una storia nobile.

È possibile trovare alcune recensioni del libro in: libri.rizzoli.rcslibri.it


DUE COMMENTI DI LETTORI

Ecco un libro profondamente cristiano, anche se non parla di Dio. Parla invece dei diversamente abili, le persone meno dotate e per questo vittima prioritarie dell’emarginazione che ancora oggi vede nel portatore di handicap una persona inferiore.
Dove sono, tanto per intenderci, le persone disabili?
Per le strade, normalmente non se ne vede nessuno. Chiusi in casa, segregati, sempre più diversi e distanti dai cosiddetti normali?
L’universo dei diversamente abili è popolato di persone che è ancora comodo nascondere e ignorare, scomodi, peraltro in un mondo costellato di pseudo - valori: l’apparenza e l’apparire, il look, la bellezza artificiosa da bisturi di chirurgia estetica.
Candido Cannavò, grande giornalista, già direttore della Gazzetta dello Sport per 29 anni, in questo ibro va nella direzione contraria rispetto alla cultura dominante, con sensibilità e veemenza letteraria, s’impegna per farci conoscere il mondo dei portatori di handicap come un paniere di frutti
meravigliosi per il coraggio e la capacità di sviluppare altre abilità. Soggetti, che colpiti nel fisico, non hanno gettato la spugna.
Il libro è una carrellata di ritratti di persone che, pur colpite da malattie gravi e invalidanti, hanno accettato la sfida imposta dalla malattia, sviluppando spesso altre abilità e raggiungendo le vette del successo anche mettendosi a confronto con i cosiddetti normali.
Un Chirurgo che, avendo perso l’uso delle gambe, riesce tuttavia ad operare; uomini e donne inchiodati su una carrozzella in comunicazione con il mondo attraverso un computer, una danzatrice e pittrice nata senza braccia, uno scienziato di valore internazionale, inchiodato anch’egli su una carrozzella e tanti altri. Persone che hanno deciso di vivere l’avvincente avventura della vita in un permanente inno di gioia.
Un libro che stupisce, coinvolge e talvolta commuove fino alle lacrime, scritto con una cifra  stilistica che è la veemenza e la delicatezza insieme, con una freschezza che dimostra come sia possibile l’abbattimento di ogni barriera: culturale e di pensiero, anche nell’accostarsi culturalmente a queste persone.


Trama: Gioia, voglia di fare, un amore incondizionato per la vita: sono solo alcune delle centinaia di sensazioni che ‘saltano fuori’ dalle pagine di ‘E li chiamano disabili’, l’ultimo libro di Candido Cannavò. Il giornalista entra in punta di piedi in un mondo, quello di chi vive con una disabilità, spesso difficile, ma anche pieno, emozionante, straordinariamente vitale.
Un libro che, come scrive Walter Weltroni che ne ha curato la prefazione, “affronta la diversità senza pietismo, con la consapevolezza che l’esplorazione del mondo dei disabili non deve essere vissuto attraverso lo stereotipo di un viaggio nel dolore e nell’angoscia, ma che questo andare può trasformarsi in un’esplorazione, alla ricerca della bellezza e della forza vitale espressa dal mondo dei diversamente abili”.
E li chiamano disabili’ racconta sedici storie, tutte diverse ma con un unico, comun denominatore: l’amore per la vita dei protagonisti, uomini e donne che hanno fatto della loro condizione un punto di forza, che hanno avuto il coraggio della non-rassegnazione.
C’è Alex Zanardi, pilota, che in uno spaventoso incidente ha perso le gambe, ma non la voglia di vivere e di correre, o i ‘Ladri di Carrozzelle’, gruppo musicale formato da distrofici che si esibisce in tutta Italia.
Accanto a chi è diventato disabile, incontriamo anche persone che sin dalla nascita hanno dovuto fare i conti con la loro disabilità, ma non per questo si sono persi d’animo. Come Simona Atzori, ballerina e pittrice di talento: una vita piena, un’allegria contagiosa, un fidanzato pilota di elicotteri. Tutto perfetto, tranne che per un particolare: “Madre natura - scrive Cannavò - si era scordata delle braccia”. Simona non si è arresa: i suoi straordinari piedi, che usa per qualunque cosa, l’hanno portata lontano, in Canada. Qui impara benissimo l’inglese, si iscrive alla University of Western Ontario e si laurea in Visual Arts con menzione d’onore. Ora danza, dipinge ed è felice perché, per lei, “i veri limiti esistono in chi ci guarda”.



UN ANNO SENZA CANNAVÒ
Ricordiamolo insieme

Giornata speciale in Gazzetta con il Candido Day, a un anno dalla scomparsa del nostro storico direttore. Presentate la Fondazione e una serie di iniziative

MILANO, 22 febbraio 2010 - Un anno senza Candido Cannavò. Il Direttore. Alla testa della Gazzetta per 19 lunghi anni. Dal 1983 al 2002. Incredibili storie da raccontare, troppo belle per non essere ricordate.

Una famiglia allargata
Ecco quindi il primo Candido Day, seguito in diretta da Gazzetta.it. Per ricordarlo insieme. Un dibattito giornalistico e la presentazione della "Fondazione Candido Cannavò per lo sport" con chi lo ha accompagnato nella vita e lo ha conosciuto. La moglie Franca e il figlio Alessandro. Poi, fra gli altri, Piergaetano Marchetti, Antonello Perricone, Giorgio Valerio, Giuseppe Guzzetti, Luca Cordero di Montezemolo, John Elkann, Diego Della Valle, Massimo Moratti, Adriano Galliani, Claudio Lotito, Giancarlo Abete, Franco Carraro, Demetrio Albertini, Livio Berruti, Jean Alesi, Francesco Moser, Valentina Vezzali, Josefa Idem, Giovanni Soldini, Don Gino Rigoldi, Luigi Pagano, Rodolfo Masto, Gianfelice Facchetti. E i giornalisti Carlo Verdelli, Andrea Monti, Ferruccio de Bortoli, Gianni Mura, Francesco Merlo, Nino Milazzo, Beppe Severgnini. Si sono invece esibiti sul palcoscenito la danzatrice Simona Atzori, già sulla copertina del libro di Cannavò "E li chiamano disabili", con il ballerino Marco Messina.

Etica e solidarietà
Il presidente della Ferrari, Luca di Montezemolo, grande amico di Cannavò, ha sintetizzato in quattro punti la figura del direttore: competenza, passione, etica e solidarietà. Parole che ritroviamo nel ricordo di Massimo Moratti, Francesco Moser (che ha sempre e solo chiamato Candido, "Direttore"), Valentina Vezzali e Giancarlo Abete. Nel ricordo di Moratti ci sono le periodiche telefonate che Cannavò gli faceva. "Se fosse qui oggi - ha raccontato il presidente dell'Inter - con la scusa di parlarmi di un libro mi chiederebbe qualcosa su Mourinho". Galliani ha ricordato così Candido: "Cannavò era innamorato dello sport, un grande appassionato di tutte le discipline, amava il calcio, come il ciclismo, la F.1 e gli sport olimpici. Un ricordo affettuoso e un saluto a Candido".

La fondazione
Nel corso dell'incontro sono state presentate la "Fondazione Candido Cannavò per lo sport", che è già online, e un'iniziativa, realizzata in collaborazione con la Fondazione Cariplo presieduta da Giuseppe Guzzetti, soprannominata "Una sorgente per Candido" che prevede l'apertura di un pozzo d’acqua in Etiopia, nella diocesi di Emdipur in collaborazione con la onlus "Centro di studi per l’Africa". Non solo, è stato anche presentato un libro postumo di Cannavò curato dal figlio Alessandro, una raccolta di articoli scritti dal 1954 al 2009, intitolata: "La vita e altri giochi di squadra".

Staffetta
"Il Candido Day - come scrive Enrica Speroni sulla Gazzetta di oggi - non è una celebrazione, ma un punto di partenza: perché la generosità e la passione del nostro storico direttore non vadano perse". Un evento speciale che coincide con una staffetta, perché Carlo Verdelli, che con Candido ha dialogato fino all’ultimo giorno, lascia la direzione ad Andrea Monti. Un passaggio di consegne proprio nel nome di Cannavò.

Gasport





Il materiale didattico per la scuola Primaria è curato da Francesca Sgarrella, insegnante.

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