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Liturgia

CEC DON BOSCO Liturgia Triduo pasquale Giovedì santo - Celebrazione della Cena del Signore

Triduo pasquale
Giovedì santo
Venerdì santo
Sabato santo
Veglia pasquale

Giovedì santo - Celebrazione della Cena del Signore

- Introduzione
- Alcuni testi della liturgia
- Pasqua ebraica e Pasqua cristiana
- Per celebrare


Introduzione


E venne il giorno di aprire le braccia,
di incatenare la morte alla croce:
durante una cena, il Figlio dell’Uomo
ai peccatori consegna se stesso

     «Ecco il mio corpo, prendete e mangiate.
     ecco il mio sangue, prendete e bevete.
     Perché la mia morte vi sia ricordata
     farete questo finché io ritorni».

Ormai non temiamo la sete o la fame:
si fa nostra carne il corpo di Cristo,
e quando portiamo la coppa alle labbra
sentiamo il gusto d’un mondo che è nuovo.

(D. Rimaud, Gli alberi nel mare, Elledici, 1977, p. 41)

Con la messa “In Coena Domini”, celebrata la sera del giovedì, la chiesa fa memoria di quell’ultima cena in cui il Signore Gesù offrì il suo corpo e il suo sangue nei segni del pane e del vino e diede agli apostoli il comando di ripetere questo gesto. In questa messa ricordiamo l’istituzione dell’Eucaristia, l’istituzione dell’ordine sacerdotale e il comando del Signore di amarci gli uni gli altri.
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Alcuni testi della liturgia
O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa’ che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e vita.
(Orazione colletta)

È veramente cosa buona e giusta […]. Sacerdote vero ed eterno, egli istituì il rito del sacrificio perenne;  a te per primo si offrì vittima di salvezza, e comandò a noi di perpetuare  l’offerta in sua memoria. Il suo corpo per noi immolato è nostro cibo e ci dà forza, il suo sangue per noi versato è la bevanda che ci redime da ogni colpa.
(Prefazio dell’Eucaristia I).
  • Quando celebriamo l’eucaristia gli spazi e i tempi si dilatano e anche noi diventiamo contemporanei del sacrificio del Signore. La memoria dell’ultima cena, in cui Gesù offrì a Dio Padre il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino e li diede agli apostoli, si allarga per comprendere la totalità del mistero pasquale, cioè il progetto di salvezza di Dio che con la morte e risurrezione del Figlio libera l’uomo dal peccato e dalla morte. L’evento realizzato una volta per tutte in Gesù apre agli uomini e alle donne di ogni tempo una possibilità di vita rinnovata, nella comunione con il Padre: “Io sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10); questa partecipazione che porta come frutto la pienezza di vita si realizza nella dimensione conviviale, nella comunione al corpo e al sangue di Cristo.
  • I sacrifici offerti a Dio non possono cambiare il cuore dell’uomo, che può essere salvato solo da Dio: il Padre offre il suo Figlio per la vita del mondo e “per riconciliare a sé il mondo in Cristo” (2Cor 5,19). Questo sacrificio conferisce il perdono dei peccati e ristabilisce definitivamente nell’alleanza con Dio. Cristo stesso - come ci ricorda la lettera agli Ebrei - è Sacerdote e intermediario definitivo tra noi e Dio; i cristiani sono un popolo sacerdotale perché partecipano di quel sacerdozio e i singoli sacerdoti sono ministri di Cristo, chiamati grazie all’ordinazione a ripetere nella celebrazione dell’Eucaristia i gesti e le parole del Signore.
  • Nell’ultima cena Gesù comandò ai discepoli e ai loro successori nel sacerdozio di fare memoria della sua offerta: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me” (Lc 22,19). La celebrazione dell’Eucaristia, affidata dal maestro alla sua Chiesa, è il luogo per eccellenza in cui il sacrificio della croce viene attualizzato, ma anche in cui si manifesta il volto della Chiesa che viene plasmata dallo Spirito per essere sempre più segno di unità: la comunione all’unico pane fa di noi un solo corpo. In questa dimensione comunitaria ed ecclesiale trovano la loro sorgente il sacerdozio ministeriale, i vari ministeri ecclesiali e gli altri sacramenti.
(rielaborazione da Rinaldo Falsini, Commento ai prefazi dell’anno liturgico, Edizioni O.R. Milano, 1997, pp. 92-95, e da T. Spidlik, L’eucarestia. Farmaco d’immortalità, Lipa, Roma, 2005)
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Pasqua ebraica e Pasqua cristiana

  • La Pasqua, prima di esistere come festa cristiana, esisteva come festa ebraica: già prima della liberazione dall’Egitto sotto la guida di Mosé, la festa di Pesach veniva celebrata dai pastori nomadi nella notte del plenilunio di primavera. Al tramonto del sole si immolava un agnello o un capretto, il cui sangue veniva asperso all’ingresso della tenda come rito propiziatorio.
  • Come testimoniato anche dalla Bibbia, il grande evento dell’Esodo dall’Egitto sarebbe avvenuto proprio in questa festa. Il nome – nel senso di passaggio – fu applicato sia a Dio che passava per il paese d’Egitto colpendo i primogeniti (e “passò oltre” le case degli Israeliti segnate con il sangue dell’agnello), sia al popolo, che passò dalla schiavitù alla libertà.
  • Il rito tradizionale della festa di Pesach è per Israele il memoriale della Pasqua del Signore: un rito celebrato di generazione in generazione per ricordare e rivivere nel suo valore di perenne attualità l’esperienza della liberazione operata dal Signore: “Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne” (Es 12,14).
  • Quando poi gli Israeliti si furono stabiliti nella terra, un po’ per volta la festa di Pasqua finì con l’includere anche un’altra antica festa preesistente di carattere agricolo, quella degli Azzimi, che celebrava l’inizio della mietitura dell’orzo con cui si preparava del pane non lievitato: “Per sette giorni mangerai gli azzimi, pane di afflizione perché sei uscito in fretta dal paese d’Egitto” (Dt 16,3). Nella tradizione religiosa ebraica la notte di Pasqua divenne sempre più importante e fu interpretata come una specie di sintesi di tutta la Storia, in cui Dio si manifesta “con mano potente e braccio forte”.
  • Gesù fu crocifisso a Gerusalemme in coincidenza con la festa di Pasqua, probabilmente la vigilia, lo stesso giorno in cui al tempio venivano immolati gli agnelli per la cena pasquale (Gv 18,28). Verso la metà degli anni 50 scrivendo ai cristiani di Corinto, Paolo ricorda loro che “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (1 Cor 5,7). È la prima volta che la parola “Pasqua” viene usata in senso esplicitamente cristiano, riferita a Gesù stesso, vero agnello pasquale immolato sulla croce.
  • Gli apostoli e i primi cristiani hanno riconosciuto nell’avvenimento della morte e risurrezione di Gesù l’evento decisivo per la liberazione di tutti gli uomini dal male e dalla morte, così come la tradizione ebraica riconosceva e riconosce nei fatti dell’Esodo l’evento di salvezza con cui Dio interviene per liberare il suo popolo. I cristiani hanno visto nella vicenda di Gesù il compimento delle Scritture; così, l’avvenimento della morte e risurrezione di Gesù fu considerato come la vera Pasqua, quella definitiva, l’evento in cui l’amore misericordioso di Dio si è manifestato pienamente per la salvezza di tutta l’umanità.
[D. Mosso, La liturgia è…, Elledici, 1997, pp. 85-87]
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Per celebrare

  • Il colore liturgico è il bianco, tipico delle celebrazioni festive che non hanno significati particolari.
  • Le celebrazioni del tempo della Passione domandano una certa sobrietà e leggerezza nei segni e nel tono generale: uso degli strumenti musicali, fiori e altri segni, movimenti, parole…
  • Prima della celebrazione il segno del tabernacolo vuoto e aperto sottolinea il significato della comunione all’unico pane e all’unico calice. Le ostie per la comunione vengono consacrate durante la messa, cosa che peraltro sarebbe auspicabile anche nel ritmo normale dell’anno, per cui la “riserva” conservata nel tabernacolo non sostituisce  - semmai integra - il pane consacrato al momento. La quantità consacrata deve tuttavia essere sufficiente anche per il giorno seguente, venerdì santo, in cui non si celebra l’Eucaristia.
  • Durante la processione di ingresso possono essere valorizzati gli olii benedetti nella Messa Crismale, preparando una breve monizione che ne sottolinei il significato.
  • Dopo la comunione, una processione accompagna la reposizione del santissimo sacramento. Il luogo va preparato con sobrietà, in modo che possa facilitare la preghiera e l’adorazione personale. Nelle ore successive alla celebrazione possono essere proposti brevi momenti di adorazione guidata alternati ad ampi spazi di silenzio.
  • Un gesto denso di significati nella stessa direzione è la spoliazione (calma e silenziosa) dell’altare (tovaglia, croce, candelieri ecc.) alla conclusione della liturgia. Essa manifesta con chiarezza che questo è un tempo di digiuno eucaristico: “Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? … Ma verranno giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno” (Mc 2, 19-20). La coscienza del valore speciale del digiuno nei due giorni precedenti la Pasqua è testimoniata sin dalle origini e l’incompatibilità tra il digiuno e il rendimento di grazie dell’eucaristia spiegano l’assenza di celebrazione eucaristica nei giorni di venerdì e sabato. Non si tratta di un digiuno di penitenza, ma di assenza, di attesa che verrà interrotto solo quando le donne, recatesi al sepolcro per ungere il corpo di Gesù, troveranno la tomba vuota.
  • Il gesto della lavanda dei piedi può essere compiuto, se le condizioni lo permettono, dopo l’omelia. Questo gesto, che  ricorda Cristo venuto non per essere servito, ma per servire, ci ricorda la centralità della carità fraterna nella vita dei cristiani. Lo stesso tema è sottolineato dalla processione delle offerte in cui possono essere presentati i doni per i poveri e le offerte della quaresima di fraternità, cantando l’inno (ben conosciuto) “Dov’è carità e amore”.



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