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Liturgia

CEC DON BOSCO Liturgia Tempo Ordinario Vangelo di Marco Per accostare il Vangelo secondo san Marco

Per accostare il Vangelo secondo san Marco
Vangelo di Marco
Vangelo di Luca
Vangelo di Matteo


La Buona Novella di Gesù, Cristo e Figlio di Dio

1. Origine del Vangelo di Marco
2. Il piano del Vangelo
3. Indicazioni per una lettura globale
4. Il Gesù di Marco
5. L'uso del Vangelo di Marco nella liturgia
6. Bibliografia

Dei quattro vangeli, quello di Marco è il più antico e il più breve (non riporta i racconti dell'infanzia né alcuni discorsi); per molto tempo fu poco studiato e ancor meno usato ufficialmente dalla Chiesa; recentemente è invece oggetto di un vivo e rinnovato interesse. La riforma della liturgia ne propone all'insieme del popolo cristiano la lettura quasi integrale attraverso il ciclo festivo «B» e per alcune settimane (1ª-9ª) dei giorni feriali.
Contrariamente alle apparenze iniziali e a una certa opinione, Marco non è un vangelo facile da decifrare; è molto più composito e pieno di intenzioni di quanto si possa pensare. Noi abbiamo qui la prima traccia attualmente disponibile del genere «vangelo», cioè la prima visione teologica su Gesù, attraverso l'evocazione della sua vita.
Questa presentazione «storica» non deve trarre in inganno il lettore. Sebbene Marco riferisca un buon numero di fatti autentici, egli non è propriamente né un reporter, né un semplice storico, ma anzitutto e prima di tutto un teologo. Egli riferisce questo o quel ricordo o azione solo per evocare il mistero di Gesù. Prima di cogliere alcuni aspetti della cristologia di Marco, è necessario ricordare l'origine e il piano del suo vangelo.

1. Origine del Vangelo di Marco

Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli


Mille immagini per… /4 «e-Messalino»

Secondo la più antica tradizione (Papia, verso il 140), questo vangelo fu composto da Marco, che si fece interprete di Pietro, il primo dei Dodici. Sant'Ireneo (secolo III) precisa che Marco lo redasse a Roma, dopo la morte di Pietro, ma secondo i ricordi che aveva raccolto dall'apostolo. Queste indicazioni permettono di datare il vangelo di Marco intorno al 70, probabilmente un po' dopo questa data: Pietro morì nel 64 circa; secondo il capitolo 13 del vangelo, sembra che Marco fosse a conoscenza della distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani nel 70.
Chi è Marco? Sempre secondo Ireneo, sarebbe quel Giovanni soprannominato Marco di cui parla il libro degli Atti. La prima comunità cristiana di Gerusalemme si riuniva in casa di sua madre (12,12). Egli è compagno di missione di Barnaba (di cui è cugino, secondo Col 4,10) e di Saulo (12,25), da cui presto si separa (13,13); sarà l'occasione della rottura fra Paolo e Barnaba (15,37-40). Lo ritroviamo menzionato a fianco di Paolo (Col 4,10.24) e di Pietro (1 Pt 5,13).
Secondo queste informazioni, si può concludere che Marco è un Giudeo, abitante di Gerusalemme. Dopo la sua conversione a Gesù Cristo, egli partecipò alle prime missioni cristiane in paesi pagani. Da alcuni particolari del suo vangelo ci si accorge che egli conosce bene le usanze giudaiche e si rivolge a lettori che le ignorano, i cristiani provenienti dal paganesimo (cf p. es. 7,3-4, 12,42; 15,16).
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2. Il piano del Vangelo
Per capire le intenzioni di un autore, è sempre utile sapere come ha ordinato il suo materiale per farne un'opera. Ebbene, noi scopriamo immediatamente la ricchezza di Marco e anche la sua raffinatezza, perché il suo vangelo è strutturato in diversi modi, a seconda dei diversi punti di vista da cui lo si considera.
Da un punto di vista generale, è classico ricordare che tutto questo vangelo è costruito come un'unica salita di Gesù dalla Galilea a Gerusalemme. È il piano che Matteo e Luca a loro volta riprenderanno. Da questo punto di vista, il versetto 10,1 segna una rottura sottolineando che Gesù lascia definitivamente la Galilea e i paesi pagani attigui, in cui ha svolto la sua missione fin dall'inizio, per prendere la via di Gerusalemme, dove entrerà trionfalmente, sarà condannato dalle autorità giudaiche, morirà e risusciterà. In tale prospettiva, l'attenzione alle indicazioni geografiche date da Marco ci farà ben presto scoprire che esse non sono topografiche, ma che, in realtà, rivelano intenzioni teologiche.
Si può anche pensare a un'altra struttura a partire dai titoli dati a Gesù dagli uomini. Da questo punto di vista il vangelo di Marco parte dall'affermazione iniziale: Gesù è il Cristo (cioè il Messia) e il Figlio di Dio (1,1) per giungere anzitutto all'affermazione di Pietro nella scena centrale di Cesarea di Filippo: «Tu sei il Cristo» (8,29) e culminare con quella del centurione romano ai piedi della croce: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio» (15,39).
Può essere proposto ancora un altro piano:
1. Gesù in Galilea e in paese pagano: 1,14-8,26.
2. Salita a Gerusalemme: 8,27-10,52.
3. Gesù a Gerusalemme: 11-13.
4. Passione e risurrezione: 14-16. (La risurrezione occupa il cap. 16: 8 versetti a cui furono aggiunti fin dalle origini altri dodici versetti).
Ciascuna di queste quattro parti è introdotta da una scena profetica:
1. Giovanni annuncia la venuta del Signore (questo prologo collega il vangelo con tutta l'opera profetica).
2. Pietro, ispirato da Dio, proclama la fede: «Tu sei il Cristo».
3. Nel momento dell'ingresso a Gerusalemme, Gesù è presentato come il re umile e pacifico annunciato da Zaccaria.
4. A Betania, una donna onora in anticipo il Cristo nella sua morte.
La maggior parte delle attuali edizioni di Marco propone strutture a cui ci si può utilmente riferire, ricordandosi però che nessuna è del tutto soddisfacente.
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3. Indicazioni per una lettura globale
Sebbene Marco riferisca parabole (cap. 4; 12,1-12; 13,34-36) e un discorso escatologico (cap. 13), non si trovano in lui l'equivalente del discorso della montagna né parabole come quelle del buon Samaritano o dei talenti. Tuttavia questo vangelo, forse meno elaborato intellettualmente, più intuitivo, è pieno di una dottrina che si manifesta non tanto attraverso le parole di Gesù quanto, discretamente ma con forza, attraverso la sua stessa attività. Nel suo modo di presentare Gesù in azione nelle scene che egli ha scelto di riferire, nel suo modo di concatenarle le une alle altre, Marco ci fa intravedere a poco a poco, molto accortamente, il mistero di Gesù, e scoprire come l'uomo debba aprirsi a lui per mettersi alla sua sequela.
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4. Il Gesù di Marco
È il carpentiere di Nazaret in Galilea (6,3)
Marco è l'unico evangelista a informarci sulla professione di Gesù; lo sanno tutti, o perlomeno credono di saperlo.
È un Giudeo
Egli conosce bene le Scritture (cf p. es. 7,6-7; 10,6-7.19...) e le tradizioni del suo popolo (7,11), ma con autorità afferma di superarle. Il suo atteggiamento diventa ben presto un problema per i responsabili del giudaismo che «subito» (una parola cara a Marco) non vedono che una soluzione: far scomparire l'importuno. Ciò non impedisce a Gesù di denunciare la grettezza di alcune tradizioni e l'ipocrisia di alcuni comportamenti. Egli instaura anche simbolicamente un nuovo popolo di Israele riunendo intorno a sé dodici discepoli (3,13-19).
Proclama la Buona Novella di Dio (1,14)
Fin dall'inizio del suo ministero, Gesù afferma che il tempo è compiuto, che il regno di Dio è vicino (1,15). E tutto il vangelo di Marco mostrerà Gesù che, attraverso la sua parola e la sua vita, svela la natura di questo regno:
- Egli interviene con sovrana autorità (1,22.27).
- Libera gli uomini dalla malattia (1,29-34; 3,1-5; 5,25-34...) e dal potere degli spiriti cattivi (1,23-27; 5,1-20; 9,14-29...).
- Purifica e reintegra i lebbrosi (1,40-45).
- Mangia con i peccatori (2,15-17) e afferma il suo potere di perdonare i peccati (2,10).
- Fa udire i sordi (7,31-37) e vedere i ciechi (8,22-26; 10,46-52). Restituisce la vita (5,43-53).
- Domina il mare e cammina sulle sue onde (4,35-41; 6,45-52).
- Moltiplica i pani (6,34-44; 8,1-10).
- Spiega il regno di Dio in parabole (cap. 4).
- Annuncia la fine dei tempi e il suo ritorno glorioso (cap. 13).
- Cammina senza sosta sulle strade della Galilea e dei paesi vicini, guarendo, salvando, invitando a seguirlo, avanzando verso la sua passione e morte che egli annuncia durante il cammino.
- Muore sulla croce. È proclamata la sua risurrezione.
Chi è dunque questo Gesù?

Vangelo secondo Marco


I quattro vangeli commentati

Marco l'ha presentato, fin dal primo versetto del suo vangelo, come Cristo e Figlio di Dio.
Il Padre, al battesimo (1,9-11) e alla trasfigurazione (9,2-10) lo indica come il suo Figlio prediletto.
I demoni lo riconoscono e lo chiamano: il santo di Dio (1,24), il Figlio di Dio (3,11), il Figlio del Dio altissimo (5,7).
Gli uomini esitano e si chiedono chi egli sia (1,27; 6,14-16; 8,27-28). Pietro, per primo, afferma che Gesù è il Cristo (8,20). Altri lo chiamano il Figlio di Davide (che equivale a Messia: 10,47-48; 11,10; cf 12,35-37).
Gesù parla a più riprese di sé alla terza persona proclamandosi «Figlio dell'uomo» (2,10; 8,31.38; 9,12.31...). Definendosi così, il più delle volte in un contesto di sofferenza che richiamerebbe piuttosto il Servo di Isaia, Gesù rimanda nello stesso tempo alla sua realtà e alla profezia di Daniele (7,13), e descrive un Figlio dell'uomo che viene sulle nubi per un giudizio escatologico.
Gesù svela la sua identità in modo del tutto esplicito durante il suo processo. Alla domanda del sommo sacerdote: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?», Gesù risponde: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo» (14,61-62). Questa risposta, che raccoglie in un'unica affermazione il Figlio dell'uomo, le nubi e anche la presenza nella gloria di Dio, è una dichiarazione tanto chiara di divinità che il sommo sacerdote non ha dubbi: «Avete udito la bestemmia» (14,64).
Mentre i responsabili del popolo eletto respingono così la rivelazione di Gesù, un pagano, il centurione romano, sul Calvario afferma: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio» (15,39).
Il segreto messianico. Fino alla passione, Gesù ha rifiutato con forza che lo si proclamasse Cristo. Questo tratto è particolarmente caratteristico del vangelo di Marco. Ogni volta che i demoni dicono chi è Gesù, ogni volta che un miracolo rischia di provocare un entusiasmo sospetto, viene richiamata con fermezza la consegna del silenzio. Perché questo segreto sulla messianicità di Gesù, che durerà fino al suo entrare nella sofferenza?
Tale atteggiamento di Gesù dipende essenzialmente dall'ambiguità del titolo di Messia. Esso comportava infatti per i Giudei una consonanza politica: il Messia è un discendente del re Davide a cui era promesso il potere politico. Soprattutto non doveva esserci equivoco sulla natura del Messia inviato da Dio. Se Gesù alla fine accetta il titolo di Messia durante la sua passione, è perché essa sola è capace di recare la rivelazione, inattesa e difficilmente accettabile dall'uomo, di un inviato di Dio umile, povero, servo sofferente, che muore proprio sotto i colpi di coloro che egli è venuto a salvare. Manifestandosi così, Gesù svela contemporaneamente il segreto del Padre suo.
Gli uomini davanti a Gesù
Un modo interessante di leggere Marco potrebbe essere quello di vedere come egli presenti l'una o l'altra categoria di persone nel suo vangelo.
La folla. In tutto il vangelo di Marco, la folla è presentata con le sue grida e la sua agitazione intorno a Gesù e ai suoi discepoli. Essa li circonda, li assale, li schiaccia al punto che in certi giorni non hanno neanche più la possibilità di mangiare (6,31). Le parole e le azioni di Gesù la riempiono di ammirazione, di stupore (in certe occasioni Marco parla perfino di estasi).
Ma dopo aver accolto Gesù in trionfo a Gerusalemme, essa si ritrova ad accompagnare Giuda al Getsemani, poi a gridare: «Crocifiggilo», davanti al palazzo di Pilato. Questa folla orientale, eterogenea e rumorosa, simpatica al guaritore e al profeta, non ha capito nulla del mistero del Messia sofferente e si è lasciata volgere contro di lui dai suoi responsabili.
La famiglia. In questa folla compaiono diversi gruppi, fra cui, a un certo momento, la famiglia di Gesù. Stanca di vederlo in contrasto con le autorità, temendo che sia «fuori di sé» (3,21), vorrebbe riprenderlo in mano. Non è riuscita a capirlo e quindi resta fuori della casa in cui si riunisce la vera famiglia di Gesù, formata da tutti coloro che fanno la volontà di Dio (3,35).
Le autorità religiose. Compaiono molto presto nel vangelo di Marco (1,22; 2,6), e prendono abbastanza rapidamente la decisione di liberarsi di Gesù (3,6). Farisei, scribi e sommi sacerdoti (con qualche eccezione: 12,28-34) manifestano un rifiuto totale di Gesù, che Marco definisce come indurimento. Essi si sentono minacciati da Gesù nel loro potere e soprattutto in quella che credono la vera fede e la fedeltà al loro Dio. Sono dunque loro a sostenere e guidare il tradimento di Giuda, a condannare solennemente Gesù e a consegnarlo ai Romani. Senza riferire come Matteo i rimproveri di Gesù contro gli scribi e i farisei (Mt 23), Marco mostra, con discrezione ma senza equivoci, che la rottura fra Gesù e i capi del suo popolo è totale.
I pagani. Marco non riferisce come Matteo le parole di Gesù che limitano la missione dei discepoli alle sole «pecore perdute della casa d'Israele» (Mt 10,6), e manifesta una notevole preoccupazione per i pagani. Egli fa spesso passare Gesù dalla riva ebraica del lago di Genezaret alle sponde pagane, secondo itinerari talvolta sconcertanti. Ivi Gesù si scontra con le potenze demoniache che regnano con violenza (cf p. es. 5,1-20), ma incontra anche una fede tale da consentirgli di compiere miracoli (7,24-37), mentre l'incomprensione e la mancanza di fede degli abitanti di Nazaret glielo impediscono (6,1-6). Va sottolineato ancora una volta che è un pagano a confessare, ai piedi della croce, Gesù come Figlio di Dio (15,39).
Marco ha un'evidente preoccupazione della dimensione universale e apostolica del suo vangelo, che molto probabilmente si radica nella sua personale esperienza missionaria, quando accompagnava Pietro o Paolo nei paesi pagani.
I discepoli. Secondo Marco, il primissimo gesto di Gesù è la chiamata dei discepoli (1,16-20). Più tardi egli costituisce solennemente il gruppo dei Dodici (3,3-19): «Chiamò a sé quelli che egli volle... Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare». Gesù, in Marco, non appare mai solo; è sempre circondato dai suoi discepoli, salvo evidentemente quando li invia in missione (e allora il racconto evangelico si ferma e torna indietro per raccontare la morte di Giovanni Battista, come se Marco non avesse nulla da dire su Gesù quando è separato dai suoi); e poi a partire dal Getsemani: Gesù vive assolutamente solo la sua passione e morte (Marco sottolineerà così da una parte la viltà degli uomini, ma anche il fatto che la salvezza degli uomini è operata da Gesù solo).
Al di fuori di quei momenti, i Dodici sono sempre con Gesù («stare con» è del resto in Marco uno dei modi per designare il discepolo: 3,14; 5,18). Gesù li istruisce in modo particolare, in disparte, in quella casa così spesso menzionata nel vangelo di Marco. «In privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa» (4,34), iniziandoli ai misteri del Regno; Marco però precisa: «secondo quello che potevano intendere» (4,33).
Di fatto, nonostante la loro continua convivenza, nonostante tutte le spiegazioni ricevute, i discepoli manifestano, secondo Marco, un'incomprensione vicina alla durezza di cuore. Essi non comprendono gran che sia delle parabole che ascoltano sia dei miracoli di cui sono testimoni privilegiati. Quando Gesù annuncia loro la sua passione e morte, essi discutono per sapere chi sia il primo nel loro gruppo (9,30-34). L'istituzione dell'Eucaristia si svolge in un clima di tradimento e di millanteria (14,17-21.29-31).
Dal gruppo si distacca Pietro, che è presentato da Marco in modo tutto particolare (non sempre a suo onore). Insieme a lui, Gesù porta con sé Giacomo e Giovanni come testimoni della risurrezione della figlia di Giairo (5,37), della trasfigurazione (9,2) e della sua preghiera al Getsemani (14,33). Gesù riserva ancora ad essi e ad Andrea, i primi quattro chiamati, il suo discorso sulla fine dei tempi (13,3). Va infine ricordato Giuda, quello fra i Dodici che «lo tradì» (3,19), «lo consegnò», secondo l'espressione carica di significato usata da Marco (14, 10).
Le donne. Marco non ha per loro un interesse pari a quello di Luca, tuttavia nel suo vangelo riserva loro un posto importante e caratteristico. Egli parla una volta sola di Maria, è vero, ma per sottolineare che Gesù era suo figlio (6,3). Certamente non mette le donne in prima fila, ma la loro presenza è costante lungo tutto il suo vangelo:
- la prima guarigione riferita è quella di una donna (1,30);
- la sola risurrezione narrata è quella di una fanciulla (5,41);
- le più grandi testimonianze di fiducia e di vera fede sono date da donne, tanto giudee (5,28) quanto pagane (7,28);
- a Betania, è una donna ad annunziare la sepoltura di Gesù (14,3-9);
- sul Calvario, i discepoli sono assenti, ma sono presenti alcune donne. La loro fedeltà le rende le vere testimoni dello svolgimento del dramma: esse vedono la morte, la sepoltura, la tomba vuota. Ad esse è rivolto il messaggio della Risurrezione.
Il Vangelo di Marco, però, nella sua primissima versione, termina con il silenzio e lo spavento delle donne che non osano trasmettere a nessuno il messaggio di cui sono incaricate.
Il giovane della notte del Getsemani e del mattino di Pasqua
Questa rapida presentazione potrebbe far pensare che Marco avesse una visione molto pessimistica dell'umanità: uomini contemporaneamente fanfaroni e vili, i responsabili chiusi nelle loro meschinità legali, e tutti colpevoli di incomprensione e di durezza; donne certo fiduciose e fedeli, che tuttavia fuggono per una paura ingiustificata davanti alla missione loro affidata. Giungere a questa conclusione significherebbe ingannarsi in pieno su Marco; la sua intenzione non sta assolutamente a questo livello.
Marco intende farci sentire e scoprire che l'uomo, per quanto grande possa essere, è totalmente superato dal mistero di Dio; il suo pericolo maggiore sta nel credere di potersi situare sullo stesso piano di Gesù. Egli deve invece riconoscere che gli è del tutto impossibile seguire Gesù, essere suo discepolo, se non ammette la sua totale incapacità, il suo assoluto bisogno di essere salvato da lui. Se si ostina a credere che, con le sue sole forze umane, può riuscire a seguire Gesù, sarà spogliato del poco che ha e che è, come il misterioso giovane del Getsemani; dovrà come lui fuggire nudo nella notte (14,51-52).
Ma se egli acconsente a ricevere tutto da Cristo, un giorno, vestito con la veste bianca dei catecumeni, si troverà incaricato, come il giovane del mattino di Pasqua (16,5-7), di annunciare ai suoi fratelli lo sconvolgente mistero di un Dio che manifesta la sua onnipotenza sul volto crocifisso del Figlio suo, ucciso dalla stessa moltitudine che egli era venuto a servire e che riceve dal Padre la gloria della risurrezione. Egli dovrà dire loro che, se vogliono seguire Gesù in verità, devono abbandonare ogni pretesa e affidarsi al Signore dell'impossibile (cf 10,27), che solo può concedere loro di camminare verso quel sacrificio che li renderà partecipi della vita del Risorto.
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5. L'uso del Vangelo di Marco nella liturgia

Le parabole di Gesù in Marco e Matteo

Prima di chiudere questa presentazione del vangelo di Marco, è necessario prendere contatto con l'uso che la Liturgia fa di questo vangelo nella liturgia della Parola.
Tempi forti dell'anno «B»
Innanzi tutto una constatazione: purtroppo il testo di Marco non è molto presente nei giorni festivi e feriali dei tempi forti dell'anno «B»: vengono, infatti, lette una dozzina di pericopi soltanto. Nel tempo di Avvento il vangelo di Marco viene letto unicamente nelle prime due domeniche. Nelle altre due viene sostituito con un brano di Giovanni e uno di Luca. Nel tempo di Natale ci sono pericopi di Marco solo nella domenica del battesimo di Gesù e nelle ferie dei giorni 8 e 9 gennaio. Anche nel tempo di Quaresima Marco è poco presente: si trova nelle prime due domeniche (domeniche cristologiche delle tentazioni e della trasfigurazione) e nella domenica di passione; nei giorni feriali si legge solo al venerdì della terza settimana. Nel triduo pasquale e nel tempo di Pasqua le pericopi di Marco costituiscono il vangelo della celebrazione della Veglia pasquale nella santa notte e della festa dell'Ascensione del Signore. Nelle altre domeniche è sostituito quasi sempre dal Vangelo di Giovanni. Nelle ferie del tempo pasquale il secondo vangelo si legge solo nel sabato dell'ottava di Pasqua.
Tempo ordinario
Nelle domeniche del tempo ordinario, invece, si legge quasi sempre il testo di Marco che, però, viene sostituito con Matteo nella solennità della Santissima Trinità e con Giovanni nelle domeniche 2ª, 17ª, 18ª, 19ª, 20ª, 21ª e nella domenica di Cristo Re. Nelle ferie, poi, del tempo ordinario le pericopi di Marco costituiscono il vangelo delle prime nove settimane. La Liturgia, dunque, non adopera molto il secondo vangelo forse perché, a differenza dei vangeli di Matteo (anno «A») e di Luca (anno «C»), che sono molto più usati, Marco non sarebbe ancora giudicato come un testo «ricco» di teologia. Si pensi che nel Messale di Pio V il vangelo di Marco non era preso molto in considerazione. Veniva letto lungo l'anno soltanto otto volte (sabato dopo le ceneri, martedì santo, Veglia pasquale, Ascensione, 6ª e 11ª domenica dopo Pentecoste, mercoledì delle quattro tempora e decollazione di Giovanni Battista). Sotto il profilo esegetico il vangelo di Marco ha assunto in ambito cattolico tutta la sua individualità e ricchezza con l'opera di P. Lagrange (1929). Non ci si meravigli, dunque, dell'uso che ne fa l'OLM-1981. È una conquista considerevole.
C’è un altro dato da evidenziare. Ci sono alcuni brani di Marco che la Liturgia sembra aver voluto tralasciare di proposito: si tratta di due segmenti di versetto (1,21a; 12,28a), di un versetto intero (16,8) e di una pericope (13,1-23). Mentre per i segmenti di versetto non ci sono grossi problemi, non si capisce perché sia rimasto non usato l'ultimo versetto della finale autentica di Marco. Certamente il «timore», lo «spavento» e soprattutto il «silenzio» delle donne circa la risurrezione di Gesù non sono di facile spiegazione, anche se tale versetto si riallaccia a Mc 1,1 dove il vangelo viene definito un «inizio», quasi uno «schizzo» che, dopo il silenzio delle donne, il lettore è in qualche modo chiamato a completare. Inoltre il grande brano che costituisce l'introduzione e la prima metà (la parte più dura e ricca) del discorso escatologico di Gesù secondo la redazione di Marco non viene mai usato dalla Liturgia come non viene usata la stessa parte del discorso secondo la redazione matteana (Mt 24,1-36). L'identica parte del discorso secondo la redazione lucana, invece, è stata ampiamente usata dal Lezionario. È riconosciuto che Luca raddolcisce e in certo qual modo smussa il discorso di Gesù, mentre Marco e Matteo ne riportano probabilmente una redazione più vicina alla durezza originaria. Vale proprio la pena non ascoltare e non celebrare il mistero della fine secondo le varie versioni evangeliche solo per evitare che i fedeli non «li possano intendere a dovere» (cf Praenotanda OLM-1981, n. 76)? Può darsi. Ma c'è anche da chiedersi – si chiede R. De Zan - se non ci sia poca fiducia nei sacerdoti che spezzano il pane della Parola nell'omelia, nei fedeli che accolgono la Parola e soprattutto nello Spirito che guida nella comprensione della Parola.
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6. Bibliografia
Per continuare la riflessione si possono utilizzare questi strumenti:
M. Galizzi, Vangelo secondo Marco. Commento esegetico-spirituale, Elledici, Leumann 2001, 326 pp.
I quattro vangeli commentati. Strumento di lavoro per i gruppi biblici e per la preparazione della liturgia, Elledici, Leumann 2002, 1275 pp.
M. Gourgues, Le parabole di Gesù in Marco e Matteo. Dalla sorgente alla foce, Elledici, Leumann 2002, 239 pp.
M. Laconi (ed.), Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Elledici, Leumann 1994, 584 pp.

Marino Gobbin
da: Mille immagini per… /4 “e-Messalino”,
Elledici, Leumann 2002


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