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CEC DON BOSCO Liturgia Domeniche esemplari "Senza domenica non possiamo...". Una esperienza

Domeniche esemplari

"Senza domenica non possiamo...". Una esperienza

Per il Congresso eucaristico che si è tenuto a Bari dal 21 al 29 maggio 2005, i vescovi hanno scelto come tema principale una frase molto antica.

Agli inizi del IV secolo, durante la persecuzione di Diocleziano, quarantanove cristiani di Abitene, nell’Africa proconsolare, disobbedendo agli ordini dell’Imperatore, si riunivano nel Giorno del Signore per celebrare l’Eucaristia e per questo furono imprigionati, sottoposti a giudizio e uccisi. Durante gli interrogatori, al magistrato che chiedeva loro di rinunciare a questa riunione, il lettore Emerito rispose a nome di tutti con la frase: Sine dominico non possumus.

Rispolverando i ricordi del liceo, cerchiamo di tradurre.
Il “dominicum” significa “ciò che è del Signore”, ciò che appartiene a Gesù Cristo, il Signore risorto e glorioso. Qui significa il giorno del Signore, nel quale si celebra il sacramento del suo sacrificio, il suo mistero di morte e risurrezione, la sua pasqua.
Perciò, la breve frase latina vuol dire: “Senza il giorno del Signore e l’eucaristia non possiamo”.

Non possiamo cosa?
In quel momento il senso della risposta negativa alla richiesta del magistrato imperiale si sarebbe potuto dire con le parole: “Non possiamo vivere”; oppure: “Non possiamo stare”; o addirittura: “Non possiamo essere”.
Se però dovessimo oggi completare la frase di Emerito e dei suoi compagni, ci sarebbe da temere qualche conclusione meno eroica, tipo: “Senza domenica non possiamo fare sport”; oppure: “Non possiamo dormire alla mattina”; o magari: “Non possiamo pulire la casa”.

È così: i martiri di Abitene erano un piccolo gruppo in un grande mondo ostile. Davvero avevano bisogno del dominicum per riuscire a perseverare nella fede, per restare uniti, per farsi coraggio, per darsi sostegno reciproco.
Noi siamo diversi. Viviamo in una situazione diversa.
A qualcuno dispiace, e spera che venga presto il tempo in cui saremo pochi, pochissimi, e avremo di nuovo bisogno del dominicum semplicemente per riuscire a vivere.
Forse ci arriveremo, ma non è detto che sia un bene.
Perché se arriveremo ad essere in pochi a conoscere e ad amare il Signore, se saremo pochi ad accogliere la luce del Vangelo, il mondo perderà il bene più prezioso.

Davvero non ci importa niente del mondo?
Davvero possiamo vivere bene la domenica solo se siamo un piccolo gruppo molto unito, una specie di piccola setta?
È così difficile vivere la domenica come persone che a pieno titolo appartengono a questo mondo?

Sì, è difficile. La pressione sociale si è allentata: se non vai a Messa, nessuno ti dice niente, nemmeno se hai nove anni. L’offerta di esperienze interessanti e piacevoli si moltiplica a dismisura, ma durante la settimana non c’è tempo per poterne fruire: si lavora sempre e la stanchezza si accumula. Sensazioni ed emozioni sono gli unici criteri di giudizio per un numero crescente di persone: se “provo qualcosa”, allora è un’esperienza che vale la pena di vivere, altrimenti no.
Se a questo aggiungiamo il fatto che sempre più la religione viene percepita e vissuta come una faccenda così intima e personale da diventare addirittura individuale, allora c’è da temere che per il dominicum ci siano poche possibilità.

Eppure non tutto è perduto; se nei loro inizi la domenica e la messa furono bagnate dal sangue dei martiri, per rifiorire oggi hanno bisogno di essere sostenute da scelte forse meno eroiche ma comunque impegnative.
Conosco un gruppo di genitori che anima la liturgia festiva e poi si trova dopo la Messa a condividere il caffè e qualche biscotto mentre i bambini scorrazzano intorno a loro negli ambienti parrocchiali: penso che quello sia il futuro; non riesco a immaginarne un altro.
Puntano non tanto sull’adempimento individuale del precetto festivo (a qualunque orario e in qualunque luogo) quanto piuttosto sull’aspetto comunitario; non solo su quegli aspetti che riguardano il celebrante (già molto valorizzato dal rito) ma anche su quelli che riguardano l’assemblea; non solo su ciò che avviene durante la Messa, ma anche sul prima e il dopo.
In fondo, già nell’antichità, la comunità si riuniva fuori della chiesa, nel portico chiamato pronao, cantando e pregando; quando poi erano pronti, entravano tutti insieme. Era un bel modo per alimentare il senso comunitario: sicuramente più efficace dei nostri brevissimi riti di ingresso che molti perdono perché sono in ritardo di qualche minuto.

Se il dominicum si riduce a una celebrazione di cinquanta minuti, magari tra sconosciuti, si capisce come molti riescano a farne a meno.
Se invece è un giorno in cui riannodare legami di amicizia e comunione che culminano nell’eucaristia e da essa si irradiano, allora anche noi sine dominico non possumus.

(da Foglio catechisti, diocesi di Padova)



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