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San Giovanni Bosco sacerdote «Padre e maestro della gioventÙ» |
Faceva sentire la dignità dei figli di Dio
di Carlo M. Martini
Una frase che merita attenzione
Tra tante cose che potremmo dire di don Bosco, c'è una frase sua, che mi ha particolarmente colpito e che voglio leggere brevemente, insieme con voi, e commentarla perché ho trovato in questa sua frase un'esperienza ricchissima del modo con cui egli sentiva di dover evangelizzare, di dover far crescere i ragazzi e i giovani nella pienezza della vita evangelica.
Egli disse così parlando ai ragazzi, ragazzi usciti dal carcere e che egli avvicinava: «Man mano che facevo sentire loro la dignità dell'uomo, provavano un piacere nel cuore e risolvevano di farsi più buoni»1.
Frase semplicissima, ma di cui ogni parola merita attenzione, riflessione.
1. Dignità
Che cosa c'è al centro di questa frase? C'è la dignità dell'uomo. Dunque per prima cosa don Bosco vedeva in ciascuno, in ogni ragazzo, anche nei ragazzi più difficili, respinti da tanti, respinti dalla società, vedeva soprattutto quella dignità di cui parla il Vangelo, dicendo: «Di questi è il regno dei Cieli».
È dunque una visuale positiva, un avvicinarsi a ogni ragazzo, a ogni giovane, con la persuasione della ricchezza che c'è in lui e delle potenzialità meravigliose che la grazia di Dio ha messo o sta mettendo nel suo cuore. Ed è questo senso della dignità di ciascuno di noi, della dignità personale, che è così importante da coltivare anche oggi: sapete che ciascuno di noi è chiamato a grandi cose per il Regno di Dio e per gli uomini; che la vita di nessuno è inutile, la vita di nessuno ha poco valore; tutti abbiamo un valore immenso da realizzare per il Regno di Dio e per la società.
Il contributo di ciascuno è importante ed è per questo che l'educatore guarda con amore, con affetto e, soprattutto, con grande speranza, vedendo in lui la ricchezza del futuro della Chiesa e del mondo.
2. Gradualità
Partendo dunque da questa visuale positiva, don Bosco disse: «Man mano che facevo loro sentire la dignità dell'uomo...», e mi colpiscono queste parole «man mano», cioè questa gradualità, questa attenzione sapiente ai diversi momenti, alle diverse tappe educative. Gesù stesso diceva agli apostoli: «Non potete comprendere tutto; io vi darò, vi do tutto ciò che potete portare; il resto a suo tempo, ve lo insegnerà lo Spirito Santo». È questo il grande senso del cammino che l'uomo deve compiere, che ogni ragazzo, che ogni giovane ha davanti a sé e bisogna aiutarlo a mettere un passo dopo l'altro in questo cammino, perché non si scoraggi, ma veda sempre qualche cosa da fare di fronte a sé.
Oh, se tanti ragazzi e tanti giovani oggi fossero aiutati così, invece di essere spaventati o turbati o colpevolizzati dalle situazioni che stanno intorno, invece di essere sofferenti nell'angoscia o nella solitudine; se avessero qualcuno che dicesse: «Coraggio, fai questo passo, poi ne farai un altro, vedi che puoi diventare migliore, vedi che puoi prendere in mano la tua vita, vedi che puoi crescere davvero!».
3. Stare insieme
E dice ancora don Bosco: «Man mano che facevo sentire loro la dignità dell'uomo...». Mi pare molto bella questa parola «sentire», cioè non dava loro la notizia, l’informazione sulla dignità dell'uomo, non la spiegava, ma la faceva «sentire»; cioè, attraverso la pienezza della grazia di cui don Bosco viveva, e che trasfondeva, faceva sì che questo senso della dignità entrasse dentro a coloro che lo avvicinavano, che si sentivano da lui rispettati, curati, amati, quasi fossero l'unica persona a cui doveva badare, e ne aveva tante. Non è dunque semplicemente un insegnamento, non è una trasmissione di valore generico, ma è un rapporto da persona a persona, un rapporto che richiede una presenza continua. È tanto richiamato nella pedagogia salesiana l'essere vicino, lo stare vicino per trasfondere i valori che si hanno e far sì che il ragazzo li ascolti, anche senza farci sopra un elaborato ragionamento intellettuale, li riceva dentro di sé.
È il metodo di Gesù che chiama gli apostoli. Non dice per prima cosa che li chiama per istruirli o per mandarli a predicare, ma li chiama perché stiano con lui: quindi questo «stare insieme», attraverso cui Gesù trasfondeva i valori che sentiva dentro.
4. Gioia
E poi ancora dice questa frase di don Bosco: «Man mano che facevo loro sentire la dignità dell'uomo, provavano un piacere nel cuore...», cioè un insegnamento che dà gioia. Non si tratta di far sentire la pesantezza, la fatica del vivere da cristiani, da uomini onesti, da cittadini operosi, da persone impegnate, ma si tratta di dare gioia, di dare un buon annuncio del Vangelo.
«Provavano un gran piacere nel cuore e risolvevano di farsi più buoni», cioè a partire da questa gioia interiore riconquistata nascerà anche un impegno morale, nascerà un impegno di rinnovamento, propositi di vita diversa, che se fossero stati imposti subito, con la pura autorità, con il senso del comando, non sarebbero stati accolti. Passando invece per questa crescita interiore della dignità, per questa gioia, per questo cuore che si allarga, allora anche il proposito diveniva più facile: l'impegno di vivere meglio, di non fare più certe cose, di abbracciare un nuovo modo di vivere, di essere nella società.
Conclusione
Queste parole sono, dunque, un vero itinerario di evangelizzazione, sono un qualcosa che ancora oggi ci indica come dobbiamo gli uni gli altri aiutarci nella Chiesa. E voi, ragazzi, siate riconoscenti, e lo siete certamente, a coloro che vi sono così vicini, che hanno per voi tanto amore, che hanno così profondo, così vivo il senso della vostra dignità, dell'importanza della vita, della speranza che la Chiesa e il mondo mettono in voi e cercano, con il loro lavoro educativo, continuamente di aiutarvi a crescere, a crescere nella gioia, a crescere nella speranza, a crescere nella volontà di fare ogni giorno il vostro dovere.
Se oggi, purtroppo, ci sono giovani che non sentono i valori, sprecano il senso della loro dignità, se si ritorna nel nulla o addirittura nel male, in una vita inconcludente, è perché forse non hanno mai avuto vicino persone così capaci di far sentire questa dignità dell'uomo, farla crescere gradualmente dentro il cuore, di farla sbocciare in gioia e di farla fiorire poi in un impegno di vita migliore, di vita diversa.
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Card. Carlo M. Martini
da: T. Bosco, Festeggiamo don Bosco,
Elledici 1988, pp. 147-149 |
Note
1.
È utile conoscere il contesto della frase in questione. Giovanni Battista Lemoyne nel secondo volume delle «Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco» nel capitolo X trattando di Don Bosco al Convitto e della carità industriosa di Don Cafasso nelle carceri, presenta «don Bosco catechista nelle medesime» e «Impressioni ed ammaestramenti». Alle pp. 106-107 è scritto (in neretto il testo citato da Martini): «Incominciò adunque i catechismi alla sua classe. Certo i principii non erano troppo incoraggianti : chi rideva, chi faceva interrogazioni fuori di proposito, chi parlava sommessamente col compagno vicino, chi sbadigliava rumorosamente. Ma, egli non si sfiduciò per quella poca corrispondenza, trattandoli sempre con somma carità, pazienza e mansuetudine. Discorrendo alla famigliare con quegli infelici, co' suoi bei modi e coll'amenità delle sue istruzioni se li affezionò tanto, che desideravano ardentemente di averlo sovente con loro. Ed egli tanto diceva e tanto si adoperava, che riuscì a guadagnare il cuore di molti ed a ricondurli sulla via della salute. Ammaestrato da D. Cafasso, in queste stesse sue prime prove, era mirabile nell'inspirare grande confidenza nella misericordia di Dio, come ci attestano i testimoni del fatto.
Ciò però che faceva sempre sanguinare il suo cuore così affettuoso erano i poveri giovani, che la società era costretta a quivi rinchiudere come esseri nocivi, senza avere saputo fare altro per essi. Taluni espiavano delitti superiori alla loro età. D. Bosco s'accorse che il numero di questi disgraziati andava ogni giorno crescendo; e quelli stessi che, scontata la pena, erano restituiti in libertà, ben presto, dopo pochi giorni, ritornavano in quel luogo carichi di nuovi delitti e di una nuova condanna. Osservò pure, con meraviglia e sorpresa, che ciò accadeva eziandio di quei molti, che pel terrore e i patimenti sofferti erano usciti di carcere con fermo proposito di vita migliore. E quivi dimorando apprendevano più raffinate malizie al mal fare, maggiormente si corrompevano e se ne uscivano sempre peggiori. Eppure fra questi sventurati ve ne erano non pochi di cuore buono, capaci di formare la consolazione della famiglia, ma avviliti, resi aspri da trattamenti duri, costretti a nutrirsi di solo pan nero ed acqua (giacché allora nelle prigioni si stava peggio di adesso), ricalcitranti colla volontà ai comandi, perché bisognava obbedire per forza, torvi in viso e col sarcasmo sulle labbra. D. Bosco si avvicinava a loro, profferiva parole di affetto, di fede ed anche di piacevolezza. Scuoteva il loro tedio con ameni racconti, ne calmava i mali umori, intercedeva per essi presso i guardiani, e col suo zelo ardente, ma tutto soavità esercitava sopra di loro un vero impero, un fascino irresistibile. I giovani lo attiravano e ne erano a vicenda attirati. “E di mano in mano, scrive egli, che faceva loro sentire la dignità dell'uomo, che è ragionevole e deve procacciarsi il pane della vita con oneste fatiche e non col ladroneccio; appena facevasi risuonare il principio morale e religioso alla loro mente, provavano in cuore un piacere, di cui non sapevano dar ragione, ma che li faceva risolvere a farsi più buoni. Difatti non pochi cangiavano condotta nel carcere stesso, altri usciti vivevano in modo, da non dovervi più essere tradotti”. In breve, molti nel carcere gustavano i dolci effetti della misericordia divina e trovavano aperta la porta del cielo.
Finito il suo catechismo, D. Bosco usciva da quelle mura profondamente impressionato e sempre più risoluto di dedicarsi tutto, e a tutti i costi, al sollievo di tanti mali e di tante pene della povera gioventù. Quando qualcuno di quei giovani prigionieri venivano liberati e il loro domicilio era troppo lontano dall'Oratorio e non credeva cosa prudente ammetterli subito tra' suoi allievi, D. Bosco cominciò eziandio ad affidarli ad alcuni zelanti Signori e bravi artigiani, perché fossero radunati alla Domenica, sorvegliati e condotti alla santificazione delle feste…».
Il brano citato dallo stesso Lemoyne è tratto da: «Cenni storici intorno all’Oratorio di S. Francesco di Sales», cf P. Braido, Don Bosco nella Chiesa a servizio dell’umanità. Studi e testimonianze, Las, Roma 1987, p. 61.
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