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Liturgia

CEC DON BOSCO Liturgia Solennità e Santi

SolennitÀ e Santi

Questa pagina del sito raccoglierà progressivamente materiali celebrativi e altre proposte che possono essere utilizzate sia per la celebrazione che per la catechesi (le Feste Mariane - 15 agosto, Assunzione della Beata Vergine Maria; 8 dicembre, Immacolata Concezione di Maria - sono state inserite alla pagina dedicata).

- 31 gennaio: san Giovanni Bosco
- 2 febbraio: Presentazione del Signore
- 23 luglio: santa Brigida di Svezia, patrona d’Europa
- 9 agosto: santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), patrona d’Europa
- 14 settembre: Esaltazione della Croce
- 1 novembre: Tutti i Santi
- 2 novembre: Commemorazione dei Fedeli Defunti
- 9 novembre: Dedicazione della Chiesa (o solennità della Chiesa locale)



31 gennaio: san Giovanni Bosco
Don Bosco, santo. Eppure per tutti è «don» Bosco. Ma la sua è una «vita trasfigurata in Cristo» (Rm 8,29). «Anche le cose più comuni possono diventare straordinarie quando sono compiute con la perfezione della virtù cristiana», disse Pio XI. Don Bosco è santo, perché la sua vita è stata pienamente eroica. È vera l’affermazione di W. Nigg: «Soltanto un santo in veste moderna e non un partito né una concezione del mondo sarà la scaturigine della bramata trasformazione della vita». Per questo don Bosco vive oggi come modello di vita cristiana.
Ma l’approccio a Don Bosco deve approdare alla conoscenza del «Don Bosco totale», quale lo hanno fatto i settantadue anni e mezzo della sua vita e il lavorio operato su se stesso. «I principi umani e cristiani nei quali si basa la sapienza educativa di Don Bosco portano con sé valori che non invecchiano», perché «tale incomparabile esempio di umanesimo pedagogico cristiano… affonda le sue radici nel Vangelo» (Paolo VI).
Così don Bosco è all’origine, non solo di una numerosa posterità spirituale (Domenico Savio, M. Mazzarello, don Rua, don Rinaldi… Mons. Versiglia e don Callisto Caravario, protomartiri in Cina…), ma anche di una vera e propria «corrente spirituale» nella Chiesa, che sta permeando il mondo, e di una autentica «scuola di spiritualità». Una spiritualità apostolica, come si ama dire, dell’azione. La vita di don Bosco, dominata dalla vertigine dell’azione, è paradigmatica anche per chi desidera impegnarsi costruttivamente, nel piccolo quotidiano, nella edificazione di un mondo a misura dell’uomo fermentato dal Vangelo. Questa è l’eredità che don Bosco ha lasciato ai suoi figli e a quanti a lui e alla sua pedagogia si ispirano. È un’eredità scevra da isterismi di sorta.
Nella pagina interna si trovano: la liturgia e dei materiali per la predicazione e la celebrazione…
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2 febbraio: Presentazione del Signore
Festa. Questa celebrazione ha ancora un sapore natalizio, è l'ultima festa, Gesù è presentato 40 giorni dopo la nascita al tempio. Anticamente era detta "Della purificazione di Maria Vergine", ma, per il particolare della luce, è stata definita "Festa della candelora". Dal 1997 Papa Giovanni Paolo II ha istituito e legato a questo particolare giorno la "Giornata Mondiale della Vita Consacrata". Cliccando troverai ulteriori indicazioni in merito, il messaggio della CEI per il 2002, e materiali per la celebrazione e per la catechesi.
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23 luglio: santa Brigida di Svezia, patrona d’Europa


tratto da
@men. Immagini e Messalino anno C

Scrive Giovanni Paolo II nella lettera apostolica “motu proprio” per la proclamazione delle compatrone d'Europa (1 ottobre 1999): “Santa Brigida rinvia all'estremo Nord dell'Europa, dove il Continente quasi si raccoglie in unità con le altre parti del mondo, e donde ella partì per fare di Roma il suo approdo”. Di lei traccia questa sintetica notizia biografica: “Brigida, nacque da famiglia aristocratica nel 1303 a Finsta, nella regione svedese di Uppland. Ella è conosciuta soprattutto come mistica e fondatrice dell'Ordine del SS. Salvatore. Non bisogna tuttavia dimenticare che la prima parte della sua vita fu quella di una laica felicemente sposata con un pio cristiano dal quale ebbe otto figli. Indicandola come compatrona d'Europa, intendo far sì che la sentano vicina non soltanto coloro che hanno ricevuto la vocazione ad una vita di speciale consacrazione, ma anche coloro che sono chiamati alle ordinarie occupazioni della vita laicale nel mondo e soprattutto all'alta ed impegnativa vocazione di formare una famiglia cristiana. Senza lasciarsi fuorviare dalle condizioni di benessere del suo ceto sociale, ella visse col marito Ulf un'esperienza di coppia in cui l'amore sponsale si coniugò con la preghiera intensa, con lo studio della Sacra Scrittura, con la mortificazione, con la carità. Insieme fondarono un piccolo ospedale, dove assistevano frequentemente i malati. Brigida poi era solita servire personalmente i poveri. Al tempo stesso, fu apprezzata per le sue doti pedagogiche, che ebbe modo di esprimere nel periodo in cui fu richiesto il suo servizio alla corte di Stoccolma. Da questa esperienza matureranno i consigli che in diverse occasioni darà a principi e sovrani per la retta gestione dei loro compiti. Ma i primi a trarne vantaggio furono ovviamente i figli, e non a caso una delle figlie, Caterina, è venerata come santa. Ma questo periodo della sua vita familiare era solo una prima tappa. Il pellegrinaggio che fece col marito Ulf a Santiago di Compostela nel 1341 chiuse simbolicamente questa fase, preparando Brigida alla nuova vita che iniziò qualche anno dopo quando, con la morte dello sposo, avvertì la voce di Cristo che le affidava una nuova missione, guidandola passo passo con una serie di grazie mistiche straordinarie. Lasciata la Svezia nel 1349, Brigida si stabilì a Roma, sede del Successore di Pietro. Il trasferimento in Italia costituì una tappa decisiva per l'allargamento non solo geografico e culturale, ma soprattutto spirituale, della mente e del cuore di Brigida. Molti luoghi dell'Italia la videro ancora pellegrina, desiderosa di venerare le reliquie dei santi. Fu così a Milano, Pavia, Assisi, Ortona, Bari, Benevento, Pozzuoli, Napoli, Salerno, Amalfi, al Santuario di san Michele Arcangelo sul Monte Gargano. L'ultimo pellegrinaggio, compiuto fra il 1371 e il 1372, la portò a varcare il Mediterraneo, in direzione della Terra santa, permettendole di abbracciare spiritualmente oltre i tanti luoghi sacri dell'Europa cattolica, le sorgenti stesse del cristianesimo nei luoghi santificati dalla vita e dalla morte del Redentore. In realtà, più ancora che attraverso questo devoto pellegrinare, fu con il senso profondo del mistero di Cristo e della Chiesa che Brigida si rese partecipe della costruzione della comunità ecclesiale, in un momento notevolmente critico della sua storia. L'intima unione con Cristo fu infatti accompagnata da speciali carismi di rivelazione, che la resero un punto di riferimento per molte persone della Chiesa del suo tempo. In Brigida si avverte la forza della profezia. Talvolta i suoi toni sembrano un'eco di quelli degli antichi grandi profeti. Ella parla con sicurezza a principi e pontefici, svelando i disegni di Dio sugli avvenimenti storici. Non risparmia ammonizioni severe anche in tema di riforma morale del popolo cristiano e dello stesso clero (cfr Revelationes, IV, 49; cfr anche IV, 5). Alcuni aspetti della straordinaria produzione mistica suscitarono nel tempo comprensibili interrogativi, rispetto ai quali il discernimento ecclesiale si operò rinviando all'unica rivelazione pubblica, che ha in Cristo la sua pienezza e nella Sacra Scrittura la sua espressione normativa. Anche le esperienze dei grandi santi non sono infatti esenti dai quei limiti che sempre accompagnano l'umana recezione della voce di Dio. Non v'è dubbio, tuttavia, che riconoscendo la santità di Brigida, la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l'autenticità complessiva della sua esperienza interiore. Ella si presenta come una testimone significativa dello spazio che può avere nella Chiesa il carisma vissuto in piena docilità allo Spirito di Dio e nella piena conformità alle esigenze della comunione ecclesiale. In particolare, poi, essendosi le terre scandinave, patria di Brigida, distaccate dalla piena comunione con la sede di Roma nel corso delle tristi vicende del secolo XVI, la figura della Santa svedese resta un prezioso “legame” ecumenico, rafforzato anche dall'impegno in tal senso svolto dal suo Ordine”.
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9 agosto: santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), patrona d’Europa


Edith Stein

Scrive Giovanni Paolo II nella lettera apostolica “motu proprio” per la proclamazione delle compatrone d'Europa (1 ottobre 1999): “Teresa Benedetta della Croce non solo trascorse la propria esistenza in diversi paesi d'Europa, ma con tutta la sua vita di pensatrice, di mistica, di martire, gettò come un ponte tra le sue radici ebraiche e l'adesione a Cristo, muovendosi con sicuro intuito nel dialogo col pensiero filosofico contemporaneo e, infine, gridando col martirio le ragioni di Dio e dell'uomo nell'immane vergogna della “shoah”. Essa è divenuta così l'espressione di un pellegrinaggio umano, culturale e religioso, che incarna il nucleo profondo della tragedia e delle speranze del Continente europeo”. Delinea poi così il suo itinerario spirituale e le tappe della sua vita: Edith Stein — santa Teresa Benedetta della Croce — “ci porta nel vivo di questo nostro secolo tormentato, additando le speranze che esso ha acceso, ma anche le contraddizioni e i fallimenti che lo hanno segnato. Edith non viene, come Brigida e Caterina, da una famiglia cristiana. Tutto in lei esprime il tormento della ricerca e la fatica del “pellegrinaggio” esistenziale. Anche dopo essere approdata alla verità nella pace della vita contemplativa, ella dovette vivere fino in fondo il mistero della Croce. Era nata nel 1891 in una famiglia ebraica di Breslau, allora territorio tedesco. L'interesse da lei sviluppato per la filosofia, abbandonando la pratica religiosa cui pur era stata iniziata dalla madre, avrebbe fatto presagire più che un cammino di santità, una vita condotta all'insegna del puro “razionalismo”. Ma la grazia la aspettava proprio nei meandri del pensiero filosofico: avviatasi sulla strada della corrente fenomenologica, ella seppe cogliervi l'istanza di una realtà oggettiva che, lungi dal risolversi nel soggetto, ne precede e misura la conoscenza, e va dunque esaminata con un rigoroso sforzo di obiettività. Occorre mettersi in ascolto di essa, cogliendola soprattutto nell'essere umano, in forza di quella capacità di “empatia” — parola a lei cara — che consente in certa misura di far proprio il vissuto altrui (cf E. Stein, Il problema dell'empatia). Fu in questa tensione di ascolto che ella si incontrò, da una parte con le testimonianze dell'esperienza spirituale cristiana offerte da santa Teresa d'Avila e da altri grandi mistici, dei quali divenne discepola ed emula, dall'altra con l'antica tradizione del pensiero cristiano consolidata nel tomismo. Su questa strada ella giunse dapprima al battesimo e poi alla scelta della vita contemplativa nell'ordine carmelitano. Tutto si svolse nel quadro di un itinerario esistenziale piuttosto movimentato, scandito, oltre che dalla ricerca interiore, anche da impegni di studio e di insegnamento, che ella svolse con ammirevole dedizione. Particolarmente apprezzabile, per i suoi tempi, fu la sua militanza a favore della promozione sociale della donna e davvero penetranti sono le pagine in cui ha esplorato la ricchezza della femminilità e la missione della donna sotto il profilo umano e religioso (cf E. Stein, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia). L'incontro col cristianesimo non la portò a ripudiare le sue radici ebraiche, ma piuttosto gliele fece riscoprire in pienezza. Questo tuttavia non le risparmiò l'incomprensione da parte dei suoi familiari. Soprattutto le procurò un dolore indicibile il dissenso della madre. In realtà, tutto il suo cammino di perfezione cristiana si svolse all'insegna non solo della solidarietà umana con il suo popolo d'origine, ma anche di una vera condivisione spirituale con la vocazione dei figli di Abramo, segnati dal mistero della chiamata e dei “doni irrevocabili” di Dio (cf Rm 11,29). In particolare, ella fece propria la sofferenza del popolo ebraico, a mano a mano che questa si acuì in quella feroce persecuzione nazista che resta, accanto ad altre gravi espressioni del totalitarismo, una delle macchie più oscure e vergognose dell'Europa del nostro secolo. Sentì allora che, nello sterminio sistematico degli ebrei, la croce di Cristo veniva addossata al suo popolo e visse come personale partecipazione ad essa la sua deportazione ed esecuzione nel tristemente famoso campo di Auschwzitz-Birkenau. Il suo grido si fonde con quello di tutte le vittime di quella immane tragedia, unito però al grido di Cristo, che assicura alla sofferenza umana una misteriosa e perenne fecondità. La sua immagine di santità resta per sempre legata al dramma della sua morte violenta, accanto ai tanti che la subirono con lei. E resta come annuncio del vangelo della Croce, con cui ella si volle immedesimare nel suo stesso nome di religiosa. Noi guardiamo oggi a Teresa Benedetta della Croce riconoscendo nella sua testimonianza di vittima innocente, da una parte, l'imitazione dell'Agnello Immolato e la protesta levata contro tutte le violazioni dei diritti fondamentali della persona, dall'altra, il pegno di quel rinnovato incontro di ebrei e cristiani, che nella linea auspicata dal Concilio Vaticano II, sta conoscendo una promettente stagione di reciproca apertura. Dichiarare oggi Edith Stein compatrona d'Europa significa porre sull'orizzonte del vecchio Continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza, che invita uomini e donne a comprendersi e ad accettarsi al di là delle diversità etniche, culturali e religiose, per formare una società veramente fraterna”.
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14 settembre: Esaltazione della Croce
L’origine della festa è connessa alla dedicazione della basilica del Santo Sepolcro del Signore eretta dall’imperatore Costantino sui luoghi santi della Crocifissione e della Risurrezione: essa ebbe luogo il 13 settembre del 335. Il giorno seguente, cioè il 14 settembre, furono esposte alla pubblica adorazione le reliquie della Santa Croce, le quali, come si credeva, sarebbero state ritrovate da s. Elena il 14 settembre del 320. Ogni anno la solennità della dedicazione si celebrava con grandiosità, mentre l’esposizione delle reliquie passava in secondo piano. Successivamente, soprattutto dopo che le reliquie furono ricuperate (628), cominciò a prevalere l’adorazione della santa Croce. Progressivamente la celebrazione si estese alle Chiese orientali e solo verso la metà del VII secolo compare in occidente.
Questo giorno offre la possibilità di riflettere sul mistero del Crocifisso per coglierne l'orrore e la bellezza, e percepire lo splendore di gloria che rifulge dal legno della croce.
La croce è bruttezza. Se pensiamo alla croce anche solo un momento restiamo come smarriti. La crocifissione è un supplizio orribile, uno dei più orribili che ci siano, è un supplizio vergognoso, perché espone il condannato non solo a un tormento ma anche al ridicolo con i gesti di spasimo che compie sulla croce per sfuggire al dolore. È un supplizio crudele, cinico, barbaro, che denota la barbarie dell'umanità, di coloro che l'hanno inventato, un supplizio che nell'antichità veniva riservato agli schiavi, ai traditori, ai nemici. Qualcosa che ci spaventa, che se lo vedessimo nel suo realizzarsi ci farebbe orrore.
Per questo il cristianesimo primitivo non rappresentava mai il crocifisso. La croce era dorata, senza il crocifisso (è risorto!), era simbolo della vittoria sulla morte. La croce per Gesù fu non solo qualcosa di infamante, di crudele, ma il segno della sua apparente sconfitta, il segno del suo essere respinto, il segno del suo apparente fallimento. Questa stoltezza viene chiamata beata e santa e la liturgia del Venerdì Santo dice: Adoriamo il mistero della tua croce.
Come è possibile parlare di potenza della croce, di gloria della croce, di vanto della croce anzi addirittura di bellezza della croce? In Gesù crocifisso noi contempliamo la certezza che Dio ci ama incondizionatamente, la certezza che tutte le nostre colpe sono perdonate per il sangue di Gesù, la certezza che Gesù ci è vicino con compassione in tutte le nostre prove della vita e quindi anche la certezza che pure noi avremo il coraggio di soffrire qualcosa per lui. È la certezza di questo amore incondizionato di Dio e del suo perdono che promana dal crocifisso. Guardando Gesù crocifisso e il suo corpo piagato abbiamo la certezza che Dio ci ama, che Dio non ci respinge, che Dio ci salva, che Dio ci mette nel cuore la grazia della santità. La croce diventa allora una cosa non solo potente ma gloriosa, splendida, capace di ridare armonia e verità ai nostri rapporti, diventa allora la croce radiante di una misteriosa bellezza.
Se leggeremo sul legno dell'infamia e della crudeltà, lo splendore dell'amore di Dio e della gloria del Risorto, la conseguenza sarà che anche le nostre croci, piccole o grandi, non sono più soltanto cose che ci affliggono o ci disperano, ma possono essere lette come una partecipazione a quel mistero di salvezza che salva il mondo. Abituiamoci a usare questa parola «croce» non solo per i fastidi e le pesantezze piccole o grandi della vita, ma anzitutto per dire: Dio ci ha tanto amato, Dio ha dato per me suo figlio, Gesù è morto per salvarci, Gesù ci ama, ci perdona e ci fa risorgere. Conseguentemente devo interrogarmi per come guardo ai crocifissi di questo mondo, ai poveri, ai malati, agli emarginati, ai lebbrosi nel corpo e nell'anima, ai profughi e ai senza tetto, ai disperati e ai carcerati, come guardo ai crocifissi di questo mondo?
- Anno «A»: ...
- Anno «B»: «Di null’altro ci glorieremo, se non della croce del Signore»
- Anno «C»: ...
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1 novembre: Tutti i Santi
Celebriamo oggi «il mistero pasquale nei santi che hanno sofferto col Redentore e con lui sono stati glorificati». Celebriamo i santi comuni, i più umili e nascosti. «Nulla ci dice che i santi canonizzati siano i più grandi» (s. Teresa di Lisieux). Questa è la festa per tutti gli altri: i santi anonimi, i santi delle nostre famiglie, per i «molti che sembrerebbero fuori [e] sono dentro» (s. Agostino, De Baptismo, 5,27). La santità cristiana è l'imitazione e la comunione alla stessa carità del Signore Gesù che nella Pasqua dona la sua vita per amore del Padre e per amore dei fratelli. Non consiste nelle opere esteriori appariscenti o straordinarie, ma nello spirito intimo e silenzioso delle beatitudini. Si tratta di uno sforzo umile, confidente e coraggioso. Speranza e fede passeranno, combattimento e attesa spariranno. Ciò che resterà è la gloria: l'irradiazione finale della carità. La chiesa della Pasqua eterna. Siamo chiamati oggi a volgere lo sguardo verso la città santa a cui tende l'esistenza di ognuno di noi, tutta la storia dell'umanità. Sappiamo verso dove andiamo, dove siamo orientati. Conosciamo la nostra ragion d'essere. Guardando ai santi, so chi sarò domani. In altri termini, vedo quale sarà l'umanità domani: tutta riscattata, tutta glorificata. I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione. Sono i fratelli maggiori che la Chiesa ci propone come modelli. Essi hanno accettato di lasciarsi incontrare da Gesù, attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze, e anche le loro tristezze. A questa santità siamo tutti destinati dalla scelta eterna di Dio che ci ha chiamati alla vita. Ha detto Thomas Merton: «Accontentatevi di non essere santi, anche se vi rendete conto che la sola cosa per cui vale la pena di vivere è la santità. Allora sarete soddisfatti di lasciare che Dio vi conduca alla santità per vie che non potete comprendere».
- Anno «A»: Rallegratevi ed esultate!
- Anno «B»: «Canteremo in eterno le misericordie del Signore»
- Anno «C»: Abitati dal desiderio di Dio
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2 novembre: Commemorazione dei Fedeli Defunti
La morte si comprende alla luce della Pasqua del Signore, che muore e che risorge come «primizia». La Chiesa affida oggi alla grazia del perdono che viene dalla Croce tutti quelli che sono già passati da questo mondo e rinnova la sua speranza in Cristo, il «vincitore della morte» in cui tutti siamo destinati a una «vita nuova e gloriosa». Tutti - i fratelli che sono morti e stanno purificandosi, e noi ancora pellegrini sulla terra - comunichiamo con quanti già contemplano la gloria di Dio alla stessa sua carità. L'unione con quanti ci hanno preceduto nel cammino non è per nulla spezzata, anzi è conservata dalla comunione dei beni spirituali (LG 49). La Chiesa sin dagli inizi ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro i suoi suffragi (LG 50). La commemorazione di tutti i fedeli defunti, celebrando per loro «il sacramento dell'Unigenito di Dio, immolato sulla croce e risorto alla gloria», risveglia nella Chiesa la speranza di condividere la «risurrezione mirabile» del Primogenito dei risorti che già implora per quanti sono morti nella sua pace. «Io non so né il giorno, né l'ora, né il modo, ma ho la fede nella tua promessa. Morti al peccato grazie al dono della tua vita, noi risusciteremo dai morti, rivedremo coloro che abbiamo amato, con loro vivremo della tua vita divina. Oggi siamo già riuniti nella comunione dei Santi. Signore, ti preghiamo per i morti: accoglili nel tuo amore. Ti preghiamo per i viventi: fa' che camminino verso la tua luce» (Philippe Warnier).
- Anno «A»: Un grande pensiero che fa l’uomo: la morte
- Anno «B»: «Chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno»
- Anno «C»: In attesa della piena comunione con Dio
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Dedicazione della Chiesa Locale
È una festa entrata in tempi recenti in parecchi calendari delle Chiese particolari. Da sempre la Chiesa ha celebrato il «Natale» del luogo dove la comunità cristiana si raduna per celebrare il suo Signore. La festa più importante è certamente la «Dedicazione della Basilica Lateranense». Essa fu fatta costruire dall'imperatore romano Costantino verso il 320. Fu la prima, per data e per dignità, di tutte le chiese d'Occidente. Essa è ritenuta madre di tutte le chiese dell'Urbe e dell'Orbe. Fu consacrata il 9 novembre del 324 con il nome del Santo Salvatore. Quest'edificio, come tutti quelli che sono sparsi nel mondo, è segno tangibile del tempio spirituale che è il cuore del cristiano. In quanto tale esso esorta il cristiano a rendere gloria a colui che si è fatto carne e che, morto e risorto per noi, vive nell'eternità. In questa festa della Chiesa locale siamo chiamati a rinnovare il nostro legame d'amore e il nostro attaccamento a Cristo e alla sua Chiesa rappresentata localmente dalla cattedrale e dal Vescovo e da tutte le altre chiese sparse nei nostri paesi. Cristo, venuto per «salvare il mondo» (Gv 12,47) infiammi i nostri cuori e ci dia la forza per testimoniarlo con la vita nel servizio dei fratelli: «Che questa dedicazione di un edificio al tuo culto renda testimonianza ai nostri occhi di carne che è giunto il tempo di una consacrazione totale dei nostri esseri per rendere un culto in spirito e verità».
Per approfondire l'argomento vedi: Maurice Dilasser, Chiesa e simboli; Roberto Gabetti, Chiese per il nostro tempo; O. Migno - F. Siard, Catechesi di pietra. Per celebrazioni: Isidro Lozano - Juan Andión, Celebrazioni con i bambini, pp. 51-54 (Sotto l'albero della Chiesa), pp. 121-123 (La Chiesa spezzata); Mario Pardos Ruesca, Celebrare la cresima, pp. 113-119 (Costruire la comunità ecclesiale - Chiamati a vivere la fede nella Chiesa); Guido Novella, Celebrare con le cose, pp. 41-64 (sulla parola), pp. 155-168 (sul pane), pp. 207-214, 233-258 (sulla croce/missionarietà), pp. 271-281, 307-336; Luigi Guglielmoni - Fausto Negri, Credo Signore!, pp. 159-195 (Credo la Chiesa); Guido Novella, Celebrare lo Spirito, pp. 7-17; e Celebrare l'educazione, pp. 43-47. Materiali si possono reperire anche in: Anne Gravier, Il catechismo a 10 dita; Andrea Oldoni, Voi siete pietre vive; e soprattutto nella rivista L'Ora di Religione n. 2 (ottobre, 2002-2003), pp. 14-24 (Il centro della città, spazi ed edifici sacri).
- Anno «A»: Solennità della Chiesa locale
- Anno «B»: Dedicazione della Basilica del Laterano
- Anno «C»: Solennità della Chiesa locale



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