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Quinta domenica di Quaresima
Gesù e l'adultera (8,1-11)
Lo scontro tra i dirigenti giudei si era concluso con l'annotazione che «ciascuno se ne andò a casa sua» (7,53). Il testo continua:
Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. 2 Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. 3 Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, 4 gli dicono: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?". 6 Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. 7 E siccome insistevano nell`interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". 8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10 Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". 11 Ed essa rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le disse: "Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più".
NOTA CRITICA
Si confronti quanto si dice in 8,1-2 con quello che scrive Luca in 21,37-38: «Di giorno insegnava nel tempio; di notte invece usciva e pernottava sul monte detto degli Ulivi. E tutto il popolo veniva da lui di buon mattino per ascoltarlo». Questo confronto fa capire perché il nostro brano, che è di sapore lucano, si trovi in certi antichi manoscritti dopo Lc 21,38 o dopo 24,53. Alcuni manoscritti lo collocano dopo Gv 21,25; altri lo omettono; ma moltissimi ce l'hanno qui dove noi l'abbiamo letto. Con tutta probabilità l'ha collocato qui l'ultimo redattore di Giovanni o, forse, lo stesso evangelista che ha trovato in questo brano erratico della tradizione un mezzo per attutire con un intermezzo l'aspra polemica su Gesù. Ma ci sono anche motivi assai più validi.
Come in 7,14.28, Gesù sta insegnando nel tempio; come in 7,19, qui c'è gente che si appella a Mosè e alla legge; sono i farisei che fanno altrettanto in 7,48; c'è poi la continua atmosfera di polemica tra Gesù e i suoi ostili interlocutori; ma soprattutto c'è Gesù che, come sempre, appare il vero realizzatore, il vero rivelatore del senso delle Scritture.
Insomma, il brano non è di Giovanni; l'evangelista non gli dà il suo stile, non ci inganna (avrebbe almeno dovuto togliere al versetto 2 il cambio di giornata che tanto disturba); non lo fa suo. Però ci sta bene nel suo contesto.
SENSO DEL RACCONTO
Già il fatto che conducono a Gesù una donna, colta in flagrante adulterio, dimostra che non agiscono rettamente. Se infatti è stata colta mentre commetteva l'adulterio, con lei c'era anche un uomo. Perché allora se la prendono solo con la donna? Non dice forse la Legge che i due debbono essere messi a morte (Dt 22,22ss)? E poi, come capi del popolo e giudici in Israele, perché non hanno messo in pratica la Legge? Perché non l'hanno condotta in tribunale? C'era proprio bisogno di portarla da Gesù?
Il motivo è che ad essi, in quel momento, non interessa né la Legge, né la (o il) colpevole: essi vogliono solo mettere alla prova Gesù, avere un motivo per accusarlo (8,6). La donna per essi è solo una pedina utile per mettere Gesù in scacco matto. La parola della Legge, in questo caso, non è per essi norma a cui si deve ubbidire; è solo un caso di coscienza da discutere: «Mosè comanda di lapidare simili donne. Tu che ne dici?» (8,5).
Qui interviene Gesù. Il suo gesto: si mise a scrivere con il dito per terra (8,6), è già un gesto di liberazione; distoglie gli sguardi dalla donna, per osservare che cosa egli fa e per sollecitare da lui una risposta. E Gesù gliela dà in forma lapidaria: «Chi di voi è senza peccato, lanci per primo una pietra contro di lei» (8,7); cioè: «Questa è la mia condizione per voi giudici, per voi che dovete mettere in pratica la Legge».
Senza peccato. Lo è chi si trova in una giusta relazione con la volontà di Dio, espressa nella Legge. Essa mette sempre l'uomo, e soprattutto un giudice, in situazione di misurarsi personalmente con la norma della Legge e con la vita della persona, caduta sotto la condanna della Legge. È una persona, e come tale dev'essere trattata. Ora è chiaro che, messi di fronte all'adultera senza il suo complice, e per di più strumentalizzata per altri fini, nessuno di loro pub dirsi in regola con la Legge: la conoscono, ma «non la mettono in pratica» (7,19). L'unica cosa che possono fare è di ritirarsi, di abbandonare il campo.
E Gesù rimane solo con la donna. Il racconto dà l'impressione che neppure si sia accorto che se ne sono andati via tutti, perché, rialzandosi, chiede: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Quella risponde: «Nessuno, Signore».
Allora Gesù, che già si era presentato come il realizzatore delle Scritture (7,38), come colui che porta a compimento una Legge che è stata data per la vita, non per la morte (Dt 30,15-20), si trova in situazione di dare alla Legge la possibilità di raggiungere il suo scopo. Non nega la colpevolezza della donna.
Sa che è sotto la condanna della Legge. Secondo la norma della Legge è già morta. Ma le ridà la vita. Annulla la condanna, non la norma della Legge. Alla donna infatti dice: «Va' e non peccare più» (8,11). L'aveva già detto al rattrappito guarito presso la piscina di Betzatà: «Non peccare più perché non ti accada di peggio» (5,14).
L'immagine di Gesù è davvero solenne. Egli di nuovo appare come colui che toglie il peccato del mondo (1,20), come colui che è venuto non per condannare, ma per salvare e dare la vita eterna (3,16-17).
Dopo questo intermezzo, delle cui indicazioni cronologiche (8,2), nel racconto di Giovanni non si deve tener conto, continua il dibattito sull'identità di Gesù, interrotto in 8,52.
M.Galizzi, Vangelo secondo Giovanni, Elledici, Rivoli 1992
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