 |
| |
| la messa nella domenica |
| |
| i tempi liturgici |
| |
| in parrocchia |
| |
| strumenti |
| |
| gli scaffali |
| |
|
|

III domenica di Avvento
3,10-18
IL MINISTERO PROFETICO DI GIOVANNI (3,1-20)
7. Diceva dunque alle folle che andavano a farsi battezzare da lui: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente? 8. Fate dunque opere degne della conversione e non cominciate a dire in voi stessi: Abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico che Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre. 9. Anzi, la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco».
10. Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». 11. Rispondeva: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». 12. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che dobbiamo fare?». 13. Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 14. Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi che dobbiamo fare?». Rispose: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe». 15. Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, 16. Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con un fuoco inestinguibile».
18. Con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella.
19. Ma il tetrarca Erode, biasimato da lui a causa di Erodiade, moglie di suo fratello, e per tutte le scelleratezze che aveva commesso, 20. aggiunse alle altre anche questa: fece chiudere Giovanni in prigione.
NOTE
7. Razza di vipere: Letteralmente: «Figli di serpenti», ma in At 28,3 l’echidna è presentata come una vipera. Sembra che si tratti di un’espressione tradizionale (cf Mt 3,7; 12,34; 23,33).
L’ira imminente: Il termine orge¯ theou («l’ira di Dio») nel NT è usato per esprimere il giudizio escatologico di Dio, che i peccatori sperimenteranno sotto forma di «ira» (cf Rm 1,18; 2,5; 5,9; 1 Ts 1,10; Mt 3,7). Luca lo usa di nuovo in 21,23.
8. opere degne …: Un modo comune per indicare il comportamento umano, sia esso buono o cattivo (cf 6,43-44; 8,8; e, sotto forma di parabola, 13,6-9; 20,10). «Degne della conversione»: letteralmente «del pentimento».
Abbiamo Abramo per padre: Il vanto è quello di appartenere al popolo benedetto dal Signore; vedi anche Lc 13,16; 16,24; At 7,2 e il discorso di Paolo nella sinagoga (At 13,26): «Fratelli, figli della stirpe di Abramo» (cf anche Gv 8,33-56; Rm 4,1; Gal 3,7.29; Gc 2,21).
Dio può far nascere figli ad Abramo: Questa è un’iperbole, ma non del tutto: rispecchia infatti la convinzione che la risurrezione dei morti e la creazione dal nulla fanno entrambe parte del potere di Dio: «Nulla sarà impossibile a Dio» (Lc 1,37; cf Rm 4,17). Per Luca, il «popolo di Dio» non è quello definito dalla discendenza biologica, ma dal dono di Dio dello Spirito e dalla fede.
9. sarà tagliato: Risuona ancora la nota intonata in 3,8 del portare «opere degne…». Il giudizio emesso in base alle opere di ognuno è un principio assiomatico; cf ad esempio Rm 2,6-8. Ciò che colpisce qui è il carattere progressivo del giudizio e del criterio sul quale è basato: il modo in cui ognuno risponde alla visitazione di Dio nella persona del Messia (cf anche Lc 7,29-30). In At 3,23 quest’idea viene applicata direttamente all’«esclusione» del popolo.
10. Che cosa dobbiamo fare?: La triplice domanda viene ripresa in At 2,37 in risposta al discorso di Pietro a Pentecoste. Il passo 3,10-14 si trova soltanto in Luca e serve a dar corpo alla missione profetica di Giovanni.
11. due tuniche: Il chitōn («tunica») era un indumento da indossare sotto l’himation (il mantello; cf At 9,39). In Lc 9,3 è vietato ai missionari itineranti di portare con sé due tuniche. Per la condivisione del vestiario e del cibo come espressione di fede, cf Gc 2,15-17.
12. pubblicani: Traduzione del termine telōnai, che erano gli esattori delle tasse. In questo periodo in Palestina sembra che questi fossero incaricati dell’esazione delle imposte indirette in appositi banchi (cf il telo¯noin o banco delle imposte in Lc 5,27) sotto il controllo di certi «capi esattori» quali Zaccheo (architelōneēs, 19,2) e dell’amministrazione imperiale. Il disprezzo di cui erano fatti segno da parte delle persone religiosamente impegnate è evidente (cf 15,1-2; 18,10-11). Ma questi costituiscono uno dei gruppi che accettano sia il profeta Giovanni che il profeta Gesù (cf Lc 5,27.29-30; 7,29-30.34; 15,1-2; 19,2).
13. Non esigete nulla di più …: Il verbo prassō ha il senso di «esigere il pagamento» e l’esortazione è quella di non esigere più di ciò che è legalmente dovuto (diatasso).
14. non estorcete: La traduzione letterale del verbo diaseiō contiene l’idea di incutere terrore. Il verbo è usato con sycophanteō (come qui) in riferimento ai maltrattamenti praticati dai funzionari. I soldati, come la polizia, sono al corrente delle più svariate esperienze umane e si trovano in posizione di coltivare il vizio dell’estorsione e del ricatto (la minaccia di riportare a chi di dovere).
15. il popolo era in attesa: Come fa Giovanni in 1,24-25, anche Luca in 3,15 spiega il motivo per cui Giovanni rifiuta per sé il ruolo messianico. Luca, come Matteo e Marco, riporta la dichiarazione di Giovanni di occupare una posizione subordinata, ma qui omette «viene dopo di me» (opisō mou), che però usa in At 13,25!
16. in Spirito Santo e fuoco: Sia Luca che Matteo aggiungono «e fuoco» al solo «Spirito Santo» di Marco. Questo serve a continuare il simbolismo del fuoco in 3,9 (Mt 3,10), che si trova ancora in 3,17 (Mt 3,12). In Luca-Atti il riferimento è naturalmente alla Pentecoste, dove sono presenti sia il fuoco che lo Spirito (At 2,3.19), in un «battesimo nello Spirito» messo esplicitamente in contrasto con quello di Giovanni (At 1,5; 11,16).
18. Con molte altre esortazioni: Questa è una tipica sintesi lucana che segna un punto di transizione. Consente a Luca di dare l’idea che il ministero di Giovanni si è protratto per un certo periodo di tempo (notare anche l’uso dei verbi all’imperfetto a indicare azioni ripetitive), che egli era un profeta «tra il popolo» e che il suo messaggio aveva le caratteristiche di un Vangelo.
20. fece chiudere Giovanni in prigione: Luca omette completamente il vivido resoconto della decapitazione di Giovanni (Mc 6,17-29; Mt 14,3-12) che gli altri Sinottici collocano molto più avanti nel ministero di Gesù (per il resoconto di questo avvenimento fatto da Giuseppe, il quale però lo riferisce in modo leggermente diverso dai Vangeli, cf Antichità giudaiche 18,116-119). Collocando la nota relativa all’arresto di Giovanni in questo punto del racconto, Luca ha la possibilità di stabilire una successione tra i due profeti e di spostare l’attenzione completamente su Gesù. I due profeti avranno il loro ultimo interscambio personale a grande distanza e tramite intermediari in 7,18-19.
INTERPRETAZIONE
Con il battesimo predicato da Giovanni, il racconto di Luca comincia a seguire la sua principale fonte scritta, il Vangelo di Marco.
L’importanza del ministero di Giovanni per il racconto di Luca è indicata dalla solenne presentazione che Luca ne fa per mezzo della sua terza e maggiormente elaborata sincronizzazione (3,1-2), nonché dal modo in cui Giovanni inaugura un «inizio» (archē) della buona notizia che può essere confermata da testimoni oculari (At 1,21-22; cf anche 13,24-25). Osservando i tocchi redazionali e compositivi presenti in questo passo, il lettore è in grado di comprendere meglio le sue tecniche letterarie e le sue preoccupazioni religiose.
L’interesse di Luca per ciò che egli considera la giusta sequenza degli avvenimenti è indicato dalle modifiche apportate all’ordine di Marco. Qui non utilizza la citazione mista da Ml 3,1 ed Es 23,20 che si trova sia in Mc 1,2 che in Mt 3,3, preferendo usarla molto più avanti nel discorso di Gesù su Giovanni in 7,27. Ancora più notevole, Luca sposta la notizia dell’arresto di Giovanni in un punto immediatamente precedente il battesimo di Gesù (3,19-20), anziché più avanti nel ministero di Gesù come è in Mc 6,17-19 e in Mt 14,3-4.
Luca omette e aggiunge materiale liberamente. Tralascia la descrizione del modo di vestire e della dieta di Giovanni (Mc 1,6; Mt 3,4-6) e l’espressione «dopo di me» dalla dichiarazione di Giovanni riguardante il «più forte di me» (cf Mc 1,7; Mt 3,11). Ancora più interessanti, tuttavia, sono le aggiunte di Luca. Dalla fonte Q (materiale in comune con Matteo), Luca aggiunge il messaggio di Giovanni sul pentimento (3,7-9; cf Mt 3,7-10) e il detto circa la pala che spazza l’aia (3,17; cf Mt 3,12). Molto però del materiale nuovo è proprio di Luca. Il modo di porre e rispondere alle domande in 3,10-14 potrebbe anche venire da qualche fonte, ma il modo di valutare i beni materiali è del tutto consono al pensiero di Luca. Per quanto riguarda il sincronismo proposto in 3,1-2, la citazione più estesa da Isaia in 3,4-6 e le frasi di transizione in 3,18-19: tutto questo è da attribuire direttamente alla penna di Luca.
L’effetto di questi tocchi compositivi è quello di far risaltare il ministero di Giovanni, di dargli un carattere distintivo e di collocarlo in quella che per Luca è la giusta sequenza.
Il ministero di Giovanni è messo in risalto perché l’altisonanza cronologica di 3,1-2 rende la vocazione profetica di Giovanni («la parola di Dio scese su Giovanni») altrettanto importante per la storia quanto la nascita del Messia, e perché l’ampliamento del materiale dedicato a Giovanni induce il lettore a vedere in lui l’ideatore di un proprio ministero alquanto esteso (3,18), relativamente indipendente da quello di Gesù, anche se sicuramente in funzione di esso.
In At 19,3 Luca ci ricorda che Giovanni aveva ancora dei discepoli a Efeso circa vent’anni più tardi.
Al ministero di Giovanni Luca attribuisce un carattere distintivo. Chiamandolo figlio di Zaccaria (3,2), è chiaro che Luca vuole collegare il ministero di Giovanni al racconto dell’infanzia e vuole inoltre ricordare al lettore tutto ciò che è stato predetto di Giovanni da Gabriele e da suo padre: tutte profezie che il presente racconto dimostra che si stanno avverando. Giovanni è indicato come un profeta che annuncia la «parola di Dio» (3,2), che è una «buona novella» per il «popolo» (3,18). Con questa descrizione, Luca lo ha messo nella sequenza delle figure profetiche (cf l’Introduzione, pp. 17, 23).
Luca presenta il contenuto del ministero profetico di Giovanni: egli è un maestro di moralità che richiede opere che dimostrino il proposito di una conversione. Nei suoi ammonimenti rivolti alle folle riconosciamo il modo di vedere caratteristico di Luca secondo cui l’uso che l’uomo fa di ciò che possiede simboleggia la sua risposta alla visitazione di Dio. Rinunciare a estorsioni, ricatti, truffe e smania di possesso, e cominciare invece a condividere ciò che uno possiede con i più bisognosi, significa attuare in maniera concreta la risposta di fede. Giovanni sta effettivamente preparando «al Signore un popolo ben disposto» (1,17).
Per quanto importante possa essere il messaggio personale di Giovanni, Luca segue Marco nel definire il ruolo di Giovanni principalmente come precursore del Messia. Luca lo presenta in atto di respingere decisamente tale designazione per se stesso e di indicare uno più grande di lui, il cui battesimo sarebbe stato nello Spirito e nel fuoco (3,16): profezia letteraria che si vedrà adempiuta solo nel resoconto che Luca farà della Pentecoste. Giovanni definisce se stesso un servo indegno di colui che dovrà venire (3,16). Soprattutto, facendo sì che Giovanni venga gettato in prigione prima che Gesù si presenti al pubblico, Luca stabilisce una sequenza tra i due profeti. L’unzione di Gesù con lo Spirito è percepita dal lettore come un evento che fa seguito al ministero di
Giovanni, anziché sovrapporvisi.
Salvezza e condanna sono egualmente sottolineate in questo passo. La citazione ampliata da Isaia 40 dà modo al lettore di vedere di nuovo lo schema del capovolgimento, della caduta e della ripresa (cf 1,51-53; 2,34). E come Simeone aveva predetto una «luce per illuminare le genti» (2,32), così qui il lettore apprende che «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio» (3,6). L’estensione a tutti di «questa salvezza» (At 28,28) viene lentamente dispiegata. Se Dio può «far nascere figli ad Abramo da queste pietre», allora può farlo senz’altro anche tra i Gentili. Il tema del giudizio sta in questo: è richiesta una risposta di fede positiva. In mancanza di questa, anche quelli che appartengono al popolo storico saranno come alberi infruttuosi che vengono tagliati alla radice (3,9), o come la pula che viene gettata in un fuoco inestinguibile (3,17).
|