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Maria Ss. Madre di Dio
I PASTORI TROVARONO MARIA , GIUSEPPE E IL BAMBINO (Lc 2,16-21)
1. In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. 4. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5. per farsi registrare insieme con Maria sua promessa sposa, che era incinta. 6. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. 8. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10. ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11. oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». 13. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: 14. «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che
egli ama».
15. Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». 16. Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. 17. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. 19. Maria, da parte sua, serbava queste cose meditandole nel suo cuore. 20. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
NOTE
15. vediamo questo avvenimento: Letteralmente: «vediamo la parola che si è compiuta». Luca usa rhēma («parola») qui e in altri due punti in questo stesso passo (2,17.19). Il termine può significare «parola» o «cosa» (cf anche 1,37-38), ma in questo caso l’aspetto verbale predomina ed è essenziale per lo schema profezia-adempimento usato da Luca. Il verbo ginomai usato al passato in questo passo sembra richiedere il senso di «adempimento» (cf Lc 8,34-35; At 4,21; 5,7).
17. riferirono: Letteralmente: «resero noto», con lo stesso termine, gnōrizō, usato in 2,15. Per il carattere apertamente pubblico della composizione di Luca vedi la nota relativa a 1,65 e la dichiarazione di Paolo in At 26,26: «Non sono fatti accaduti in segreto».
19. Maria… serbava queste cose: Il termine rhēma qui è usato come in 2,15 e con la stessa ambiguità. meditandole nel suo cuore: Il termine symballō letteralmente significa «mettere insieme» ed è usato con vari sensi, ad esempio: «discutere» o «confrontare». Luca più avanti lo usa nel senso di «dibattito» o «discussione» (cf 11,53; At 4,15; 17,18; 18,27). Qui, come in 2,51, si vuole chiaramente intendere un processo mentale.
INTERPRETAZIONE
(vedi anche NATALE)
Per diversi motivi molto comprensibili, questo passo è uno dei più commentati del NT, il che rende difficile discernere quali commenti possano essere più utili al lettore che vuole capire come Luca imposti il suo racconto generale in modo da raggiungere determinati obiettivi religiosi.
Preoccuparsi eccessivamente riguardo alla precisione cronologica di Luca nel datare la nascita di Gesù, ad esempio, significa non tenere conto della sua ricerca del sincronismo, ed è realmente importante soltanto se l’esattezza dei fatti in ogni dettaglio è un elemento critico per poter stabilire la credibilità generale di un narratore. Senza dubbio, sulla base di approfondite ricerche, risulta che le date di Luca sono fuori quadro: Quirinio e il censimento fatto sotto di lui non collimano con le altre date. Ma Luca, per questo solo motivo, non deve essere liquidato come storico. In primo luogo, non poteva avere a disposizione tutto il materiale che le approfondite ricerche hanno messo a disposizione degli storici contemporanei.
Ancora più importante, l’ossessione per l’esattezza porta il lettore fuori strada.
Luca nel suo quadro ha bisogno di metterci l’imperatore e il censimento perché deve portare Giuseppe e Maria a Betlemme. Devono trovarsi a Betlemme sia perché una diffusa tradizione collocava la nascita di Gesù in quella città al tempo di Erode (cf Mt 2,1-6), sia perché la nascita nella città di David era importante come credenziale messianica. In altri termini, qui si tratta non di una cronologia stabilita scientificamente, ma di un racconto finalizzato.
Se vediamo nel racconto una creazione letteraria di Luca, saremo meglio in grado di apprezzare la sua profondità ingannevolmente semplice. Non c’è bisogno di soffermarsi troppo a lungo sul motivo profezia-adempimento, anche se Luca lo utilizza di nuovo in questo passo con una prevedibilità quasi metronomica: ciò che l’angelo annuncia, i pastori lo vedono; ciò che i pastori vedono lo riferiscono, ed è tutto «com’era stato detto loro» (2,20). Come nelle annunciazioni fatte a Zaccaria e a Maria, la presenza angelica e la profezia danno una legittimazione divina non solo agli avvenimenti, ma anche all’interpretazione degli stessi nell’ambito del racconto. L’apertura del cielo con l’apparizione dell’esercito celeste che rende lode a Dio (2,13) fa intendere al lettore sia che questo è un racconto con una dimensione trascendentale (ciò che avviene in cielo si intreccia con ciò che accade sulla terra), sia che il traffico tra questi due mondi è bidirezionale (come si verifica nell’ascensione di Gesù: At 1,9-11).
Il ritratto di Maria e di Giuseppe è coerente con la parte precedente del racconto.
Essi appartengono, attraverso Giuseppe, alla casa di David – dalla quale dovrà spuntare il «corno della salvezza» (1,69) – cosicché Gesù è attestabilmente «figlio di David» oltre che «figlio di Dio». Sono gente semplice che obbedisce all’autorità costituita. Il decreto imperiale non li stimola a unirsi alla rivolta; essi invece accettano il decreto, al contrario dell’accenno che Luca fa a un certo Giuda il Galileo che si ribellò «al tempo del censimento» (At 5,37). Giuseppe e Maria sono inoltre annoverati tra i poveri del popolo. In qualsiasi modo interpretiamo la mangiatoia e l’alloggio e le fasce nelle quali il bambino è stato avvolto, e la visita da parte dei pastori, non rimane alcun dubbio riguardo al ritratto che Luca fa del livello economico e sociale di questi primi compagni di Gesù.
I pastori non saranno forse da annoverare tra i «peccatori» come accade nella letteratura rabbinica successiva (cf ad esempio m.Qidd. 4,14; m.Bab.Qam. 10,9), ma appartengono senz’altro alla classe di lavoratori meno stimata. Maria e Giuseppe, a loro volta, sono itineranti, l’equivalente dei «senza tetto» delle strade delle città contemporanee, gente priva di un’adeguata dimora.
Il contrasto, quindi, tra lo sfarzo angelico e la realtà terrena è acuto; nessuna meraviglia che Maria custodisse «queste cose meditandole nel suo cuore», nel tentativo di capirle. Non c’è niente di particolarmente glorioso nelle circostanze concrete della nascita del Messia. Ma questo è il modo di procedere di Luca: di mostrare come la fedeltà di Dio si realizzi negli avvenimenti umani, perfino quando le apparenze sembrano negare la sua presenza o la sua potenza.
Il lettore, pertanto, fa bene a scorgere sottili insinuazioni di una realtà più grande in questo umile racconto. Certamente la scelta dei pastori non è casuale; essi accorrono a vedere il «figlio di Davide», il quale nella tradizione era il pastore del gregge d’Israele (1 Sam 16,11; 17,15; 2 Sam 5,2), così come doveva essere anche il suo successore messianico (Ger 3,15; Ez 34,11-12; Mic 5,4).
Il lettore può perfino essere indotto a riflettere sulla dimensione più profonda del «segno» dato loro dall’angelo (2,12). Nelle note io suggerisco che non sono le circostanze che circondano il bambino che costituiscono il segno, ma la descrizione che ne fanno gli angeli. Ma i vari particolari elencati da Luca non possono forse presentare anche un’altra dimensione? Non è forse possibile che i tre dettagli descritti certamente non a caso da Luca: «lo avvolse in fasce», «lo depose in una mangiatoia» e «perché non c’era posto per loro», siano un’anticipazione della stessa tripartita cadenza di «lo avvolse con un lenzuolo», «lo mise in un sepolcro» e «nel quale nessuno era stato ancora sepolto» (23,53), di modo che la nascita e la morte siano l’una lo specchio dell’altra?
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