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"Ho promesso a Dio che fin l'ultimo respiro sarebbe stato
per i miei giovani"
Lettera da Roma (1884)
Miei carissimi figliuoli in Gesù Cristo,
vicino o lontano io penso sempre a voi. Un solo è il mio desiderio,
quello di vedervi felici nel tempo e nell'eternità. Questo pensiero,
questo desiderio, mi risolsero a scrivervi questa lettera.
Sento, o cari miei, il peso della mia lontananza da voi e il non vedervi e
non sentirvi mi cagiona pena, quale voi non potete immaginare. Perciò io
avrei desiderato scrivere queste righe una settimana fa, ma le continue occupazioni
me lo impedirono. Tuttavia benché pochi giorni manchino al mio ritorno,
voglio anticipare la mia venuta tra voi almeno per lettera, non potendolo di
persona. Sono le parole di chi vi ama teneramente in Gesù Cristo ed
ha dovere di parlarvi con la libertà di un padre. E voi me lo permettete,
non è vero? E mi presterete attenzione e metterete in pratica quello che
sono per dirvi.
L'Oratorio prima del 1870
Ho affermato che voi siete l'unico ed il continuo pensiero della mia mente.
Or dunque in una delle sere scorse io mi ero ritirato in camera, e mentre mi
disponevo per andare al riposo, avevo incominciato a recitare le preghiere, che
mi insegnò la mia buona mamma.
In quel momento non so bene se preso dal sonno o tratto fuor di me da una distrazione,
mi parve che mi si presentassero innanzi due degli antichi giovani dell'Oratorio.
Uno di questi due mi si avvicinò e salutandomi affettuosamente, mi disse:
- Oh, Don Bosco! Mi conosce?
- Sì che ti conosco - risposi.
- E si ricorda anche di me? - soggiunse quell'uomo.
- Di te e di tutti gli altri. Tu sei Valfré ed eri nell'Oratorio prima
del 1870.
- Dica - continuò quell'uomo - vuol vedere i giovani, che erano nell'Oratorio
ai miei tempi?
- Sì, fammeli vedere - io risposi - ciò mi cagionerà
molto piacere.
Allora Valfré mi mostrò i giovani tutti colle stesse sembianze
e con la statura e nell'età di quel tempo.
Mi pareva di essere nell'antico Oratorio nell'ora della ricreazione. Era
una scena tutta vita, tutta moto, tutta allegria. Chi correva, chi saltava, chi
faceva giocare. Qui si gioca alla rana, là a barrarotta ed al pallone.
In un luogo era radunato un crocchio di giovani, che pendeva dal labbro di un
prete, il quale narrava una storiella. In un altro luogo un chierico che in mezzo
ad altri giovanetti giocava all'asino vola ed ai mestieri. Si cantava, si
rideva da tutte le parti e dovunque chierici e preti, e intorno ad essi i giovani
che schiamazzavano allegramente. Si vedeva che fra i giovani e i superiori
regnava la più grande cordialità e confidenza.
Io ero incantato a questo spettacolo, e Valfré mi disse:
- Veda, la familiarità porta affetto e l'affetto porta confidenza.
Ciò è che apre i cuori, e i giovani palesano tutto senza timore
ai maestri, agli assistenti ed ai superiori. Diventano schietti in confessione
e fuori di confessione e si prestano docili a tutto ciò che vuol comandare
colui dal quale sono certi di essere amati.
L'Oratorio nel 1884
In quell'istante si avvicinò a me l'altro mio antico allievo, che aveva
la barba tutta bianca e mi disse:
- Don Bosco, vuole adesso conoscere e vedere i giovani, che attualmente sono
nell'Oratorio? - Costui era Buzzetti Giuseppe.
- Sì - risposi io! - perché è già un mese che più
non li vedo!
E me li additò: vidi l'Oratorio e tutti voi che facevate ricreazione. Ma
non udivo più grida di gioia e canti, non vedevo più quel moto,
quella vita, come nella prima scena.
Negli atti e nel viso di molti giovani si leggeva una noia, una spossatezza,
una musoneria, una diffidenza che faceva pena al mio cuore. Vidi, è vero,
molti che correvano, giocavano, si agitavano con beata spensieratezza, ma altri
non pochi io li vedevo star soli, appoggiati ai pilastri in preda a pensieri
sconfortanti; altri su per le scale e nei corridoi o sopra i poggiuoli dalla
parte del giardino per sottrarsi alla ricreazione comune; altri passeggiare lentamente
in gruppi parlando sotto voce tra di loro, dando attorno occhiate sospettose
e maligne: talora sorridere ma con un sorriso accompagnato da occhiate da fare
non solamente sospettare, ma credere che San Luigi avrebbe arrossito se si fosse
trovato in compagnia di costoro; anche fra coloro che giocavano ve ne erano alcuni
così svogliati, che facevano vedere chiaramente, come non trovassero gusto
nei divertimenti.
- Ha visto i suoi giovani - mi disse quell'antico allievo.
- Li vedo - risposi sospirando.
- Quanto sono differenti da quelli che eravamo noi una volta! - esclamò quell'antico
allievo.
- Purtroppo! Quanta svogliatezza in questa ricreazione!
- E di qui proviene la freddezza in tanti nell'accostarsi ai santi sacramenti,
la trascuratezza nelle pratiche in chiesa ed altrove; lo star mal volentieri
in un luogo ove la Divina Provvidenza li ricolma di ogni bene per il corpo, per
l'anima, per l'intelletto. Di qui il non corrispondere che molti fanno alla loro
vocazione; di qui le ingratitudini verso i superiori; di qui i segretumi e le
mormorazioni, con tutte le altre deplorevoli conseguenze.
Amare non basta. Sappiano di essere amati...
- Capisco, intendo. - risposi io - Ma come si possono rianimare questi miei cari
giovani, perché riprendano l'antica vivacità, allegrezza ed espansione?
- Con la carità!
- Con la carità? Ma i miei giovani non sono amati abbastanza? Tu
lo sai se io li amo. Tu sai quanto per essi ho sofferto e tollerato durante ben
quaranta anni, quanto tollero e soffro ancora adesso. Quanti stenti, quante umiliazioni,
quante opposizioni, quante persecuzioni, per dare ad essi pane, casa, maestri
e specialmente per procurare la salute alle loro anime. Ho fatto quanto ho saputo
e potuto per coloro che formano l'affetto di tutta la mia vita.
- Non parlo di lei!
- Di chi dunque? Di coloro che fanno le mie veci? Dei direttori, prefetti, maestri,
assistenti? Non vedi come sono martiri dello studio e del lavoro? Come consumano
i loro anni giovanili per coloro, che ad essi affidò la Divina Provvidenza?
- Vedo, conosco; ma ciò non basta: ci manca il meglio.
- Che cosa manca dunque?
- Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di
essere amati.
- Ma non hanno gli occhi in fronte? Non hanno il lume dell'intelligenza?
Non vedono che quanto si fa per essi è tutto per loro amore?
- No, lo ripeto, ciò non basta.
- Che cosa ci vuole adunque?
- Che essendo amati in quelle cose che loro piacciono, col partecipare alle
loro inclinazioni infantili, imparino a vedere l'amore in quelle cose che naturalmente
loro piacciono poco; quali sono la disciplina, lo studio, la mortificazione
di se stessi; e queste cose imparino a far con slancio ed amore.
Con loro, nel giuoco e nel tempo libero
- Spiegati meglio!
- Osservi i giovani in ricreazione.
Osservai e quindi replicai.
- E che cosa c'è di speciale da vedere?
- Sono tanti anni che va educando giovani e non capisce? Guardi meglio. Dove
sono i nostri Salesiani?
Osservai e vidi che ben pochi preti e chierici si mescolavano tra i giovani
e ancor più
pochi prendevano parte ai loro divertimenti. I superiori non erano più l'anima
della ricreazione.
La maggior parte di essi passeggiavano tra di loro parlando, senza badare che
cosa facessero gli allievi; altri guardavano la ricreazione non dandosi nessun
pensiero dei giovani; altri sorvegliavano così
alla lontana chi commettesse qualche mancanza; qualcuno poi avvertiva ma in atto
minaccioso e ciò raramente. Vi era qualche Salesiano che avrebbe desiderato
di intromettersi in qualche gruppo di giovani, ma vidi che questi giovani cercavano
studiosamente di allontanarsi dai maestri e superiori.
Allora quel mio amico riprese:
- Negli antichi tempi dell'Oratorio lei non stava sempre in mezzo ai giovani
e specialmente in tempo di ricreazione? Si ricorda quei begli anni? Era un
tripudio di paradiso, un'epoca che ricordiamo sempre con amore, perché
l'affetto era quello che ci serviva di regola, e noi per lei non avevamo segreti.
- Certamente! E allora tutto era gioia per me e nei giovani uno slancio per avvicinarsi
a me, per volermi parlare, ed una viva ansia di udire i miei consigli e metterli
in pratica. Ora però vedi come le udienze continue e gli affari moltiplicati
e la mia sanità me lo impediscono.
- Va bene. Ma se lei non può, perché i suoi Salesiani non si fanno
suoi imitatori? Perché
non insiste, non esige che trattino i giovani come li trattava lei?
- Io parlo, mi spolmono, ma purtroppo molti non si sentono più di
far le fatiche di una volta.
- E quindi trascurando il meno, perdono il più e questo più sono
le loro fatiche. Amino ciò che piace ai giovani e i giovani ameranno ciò che
piace ai superiori. E a questo modo sarà facile la loro fatica. La
causa del presente cambiamento nell'Oratorio è che un numero di giovani
non ha confidenza nei superiori. Anticamente i cuori erano tutti aperti ai superiori,
che i giovani amavano ed obbedivano prontamente. Ma ora i superiori sono considerati
come superiori e non più come padri, fratelli e amici; quindi sono temuti
e poco amati. Perciò
se si vuol fare un cuor solo ed un'anima sola, per amore di Gesù bisogna
che si rompa quella fatale barriera della diffidenza e subentri a questa la confidenza
cordiale. Quindi l'obbedienza guidi l'allievo come la madre guida il piccolo;
allora regnerà
nell'Oratorio la pace e l'allegrezza antica.
- Come dunque fare per rompere questa barriera?
- Familiarità
coi giovani specialmente in ricreazione. Senza familiarità non
si dimostra l'affetto e senza questa dimostrazione non vi . può essere
confidenza. Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Gesù
Cristo si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità.
Ecco il maestro della familiarità! Il maestro visto solo in cattedra è maestro
e basta, ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello.
Se uno è visto solo predicare dal pulpito si dirà
che fa né più né meno che il proprio dovere, ma se dice
una parola in ricreazione, è la parola di uno che ama. Quante conversioni
non cagionarono alcune sue parole fatte risuonare all'improvviso all'orecchio
di un giovane mentre si divertiva!
Chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani
Chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente
dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica fra i giovani
ed i superiori. I cuori si aprono e fanno conoscere i loro bisogni e palesano
i loro difetti. Questo amore fa sopportare ai superiori le fatiche, le noie,
le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovanetti.
Gesù Cristo non spezzò la canna già incrinata, né spense
il lucignolo che fumigava. Ecco il vostro modello.
Allora non si vedrà più chi lavorerà per fine di vanagloria;
chi punirà solamente per vendicare l'amor proprio offeso; chi si ritirerà dal
campo della sorveglianza per gelosia di una temuta preponderanza altrui; chi
mormorerà degli altri volendo essere amato e stimato dai giovani, esclusi
tutti gli altri superiori, guadagnando null'altro che disprezzo ed ipocrite moine;
chi si lasci rubare il cuore da una creatura e per fare la corte a questa trascuri
tutti gli altri giovanetti; chi per amore dei propri comodi non tenga conto del
dovere strettissimo della sorveglianza; chi per un vano rispetto umano si astenga
dall'ammonire chi deve essere ammonito.
Se ci sarà questo vero amore, non si cercherà altro che la gloria
di Dio e la salute delle anime. Quando illanguidisce questo amore, allora le
cose non vanno più bene.
Perché si vuol sostituire alla carità la freddezza di un regolamento?
Perché i superiori si allontanano dall'osservanza di quelle regole di
educazione che Don Bosco ha loro dettate?
Perché al sistema di prevenire con la vigilanza e amorosamente i disordini,
si va sostituendo a poco a poco il sistema, meno pesante e più spiccio
per chi comanda, di bandir leggi che se si sostengono coi castighi, accendono
odii e fruttano dispiaceri; se si trascura di farle osservare, fruttano disprezzo
per i superiori a causa di disordini gravissimi?
L'educatore si faccia tutto a tutti
E ciò accade necessariamente se manca la familiarità. Se adunque
si vuole che l'Oratorio ritorni all'antica felicità, si rimetta in
vigore l'antico sistema; il superiore sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare
sempre ogni dubbio o lamentanza dei giovani, tutto occhio per sorvegliare paternamente
la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro
che la Provvidenza gli ha affidati.
Allora i cuori non saranno più chiusi e non regneranno più certi
segretumi che uccidono. Solo in caso di immoralità i superiori siano inesorabili. È meglio
correre pericolo di scacciare dalla casa un innocente, che ritenere uno scandaloso.
Gli assistenti si facciano uno strettissimo dovere di coscienza di riferire ai
superiori tutte quelle cose le quali conoscano in qualunque modo essere offesa
di Dio.
Allora io interrogai:
- E quale è il mezzo precipuo perché trionfi simile familiarità e
simile amore e confidenza?
- L'osservanza esatta delle regole della casa.
- E null'altro?
- Il piatto migliore in un pranzo è quello della buona cera.
Educarli ad una vita di fede
Mentre così il mio antico allievo finiva di parlare ed io continuavo ad
osservare con vivo dispiacere quella ricreazione, a poco a poco mi sentii oppresso
da grande stanchezza che andava via via crescendo. Questa oppressione giunse
al punto che non potendo più resistere mi scossi e rinvenni.
Mi trovai in piedi vicino al letto. Le mie gambe erano così gonfie e mi
facevano così male che non potevo più star ritto. L'ora era tardissima,
quindi me ne andai a letto risoluto di scrivere ai miei figlioli queste righe.
Io desidero di non fare questi sogni che mi stancano troppo. Nel giorno seguente
mi sentivo rotto nella persona e non vedevo l'ora di riposare la sera seguente.
Ma ecco appena fui in letto ricominciare il sogno. Avevo dinanzi il cortile,
i giovani che ora sono all'Oratorio, e lo stesso antico allievo dell'Oratorio.
lo presi ad interrogarlo:
- Ciò che mi dicesti io lo farò sapere ai miei Salesiani; ma ai
giovani dell'Oratorio che cosa debbo dire?
Mi rispose:
- Che essi riconoscano quanto i superiori, i maestri, gli assistenti faticano
e studiano per loro amore, poiché
se non fosse per il loro bene non si assoggetterebbero a tanti sacrifici; che
si ricordino essere l'umiltà la fonte di ogni tranquillità; che
sappiano sopportare i difetti degli altri, poiché al mondo non si trova
la perfezione, ma questa è solo in paradiso; che cessino dalle mormorazioni,
poiché queste raffreddano i cuori; e soprattutto che procurino di vivere
nella santa grazia di Dio. Chi non ha pace con Dio, non ha pace con sé,
e non ha pace con gli altri.
- E tu mi dici dunque che vi sono fra i miei giovani di quelli che non
hanno la pace con Dio?
- Questa è la prima causa del malumore fra le altre che lei sa, alle
quali deve porre rimedio, e che non c'è bisogno che ora le dica. Infatti
non diffida se non chi ha segreti da custodire, se non chi teme che questi segreti
vengano a conoscersi, perché sa che gliene tornerebbe vergogna e disgrazia.
Nello stesso tempo se il cuore non ha la pace con Dio, rimane angosciato, irrequieto,
insofferente di obbedienza, si irrita per nulla, gli sembra che ogni cosa vada
male, e perché esso non ha amore, giudica che i superiori non lo amino.
- Eppure mio caro, non vedi quanta frequenza di confessioni e di comunioni vi è nell'Oratorio?
- È vero che grande è la frequenza delle confessioni; ma ciò che
manca radicalmente in tanti giovanetti che si confessano è la stabilità nei
proponimenti. Si confessano, ma sempre le stesse mancanze, le stesse occasioni
prossime, le stesse abitudini cattive, le stesse disobbedienze, le stesse trascuratezze
nei doveri. Così si va avanti per mesi e mesi, e anche per anni e taluni
perfino così continuano alla 5ª Ginnasiale.
Sono confessioni che valgono poco o nulla; quindi non recano pace, e se un giovanetto
fosse chiamato in quello stato al tribunale di Dio sarebbe un affare ben serio.
- E di costoro ve ne sono molti all'Oratorio?
- Pochi in confronto al gran numero di giovani che sono nella casa. Osservi -
e me li additava.
Io guardai e ad uno ad uno vidi quei giovani. Ma in questi pochi io vidi cose
che hanno profondamente amareggiato il mio cuore. Non voglio metterle sulla carta,
ma quando sarò di ritorno voglio esporle a ciascuno cui si riferiscono.
Qui vi dirò soltanto che è tempo di pregare e di prendere ferme
risoluzioni; proporre non con le parole, ma con i fatti, e far vedere che i Comollo,
i Savio Domenico, i Besucco e i Siccardi vivono ancora tra noi.
In ultimo domandai a quel mio amico:
- Hai null'altro da dirmi?
- Predichi a tutti, grandi e piccoli, che si ricordino sempre di Maria SS.
Ausiliatrice. Che essa li ha qui radunati per condurli via dai pericoli del
mondo, perché si amassero come fratelli, e perché dessero gloria
a Dio e a lei con la loro buona condotta; che è la Madonna quella che
loro provvede pane e mezzi di studiare con infinite grazie e portenti.
Si ricordino che sono alla vigilia della festa della loro SS. Madre e che con
l'aiuto suo deve cadere quella barriera di diffidenza che il demonio ha saputo
innalzare tra i giovani e superiori e della quale sa giovarsi per la rovina di
certe anime.
- E ci riusciremo a togliere questa barriera?
- Sì certamente, purché grandi e piccoli siano pronti a soffrire
qualche mortificazione per amore di Maria e mettano in pratica ciò che
io ho detto.
Intanto io continuavo a guardare i miei giovanetti, e allo spettacolo di coloro
che vedevo avviati verso l'eterna perdizione sentii tale stretta al cuore che
mi svegliai. Molte cose importantissime che io vidi desidererei ancora narrarvi,
ma il tempo e le convenienze non me lo permettono.
Ritornino i giorni dell'affetto e della confidenza
Concludo: sapete che cosa desidera da voi questo povero vecchio che per i suoi
cari giovani ha consumata tutta la vita? Niente altro fuorché, fatte le
debite proporzioni, ritornino i giorni felici dell'Oratorio primitivo. I giorni
dell'affetto e della confidenza cristiana tra i giovani e i superiori; i
giorni dello spirito di accondiscendenza e di sopportazione, per amore di Gesù Cristo,
degli uni verso gli altri; i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità e
candore, i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti. Ho
bisogno che mi consoliate dandomi la speranza e la promessa che voi farete tutto
ciò che desidero per il bene delle anime vostre.
Voi non conoscete abbastanza quale fortuna sia la vostra di essere stati ricoverati
nell'Oratorio. Innanzi a Dio vi dico: Basta che un giovane entri in una casa
Salesiana, perché la Vergine SS. lo prenda subito sotto la sua protezione
speciale. Mettiamoci dunque tutti d'accordo. La carità di quelli che comandano,
la carità di quelli che debbono ubbidire faccia regnare fra di noi lo
spirito di San Francesco di Sales.
O miei cari figliuoli, si avvicina il tempo nel quale dovrò staccarmi
da voi e partire per la mia eternità. (Nota del segretario: A questo punto
Don Bosco sospese di dettare; gli occhi suoi si empirono di lacrime, non per
rincrescimento ma per ineffabile tenerezza che trapelava dal suo sguardo e dal
suono della sua voce; dopo qualche istante continuò). Quindi io bramo
di lasciar voi, o preti, o chierici, o giovani carissimi, per quella via del
Signore nella quale egli stesso vi desidera.
A questo fine il Santo Padre, che io ho visto venerdi 9 maggio, vi manda di tutto
cuore la sua benedizione. Il giorno della festa di Maria Ausiliatrice mi troverò con
voi innanzi all'effigie della nostra amorosissima Madre.
Voglio che questa gran festa si celebri con ogni solennità; Don Lazzero
e Don Marchisio pensino a far sì che stiano allegri anche in refettorio.
La festa di Maria Ausiliatrice deve essere il preludio della festa eterna che
dobbiamo celebrare tutti insieme uniti un giorno in Paradiso.
Vostro aff.mo in Gesù Cristo
Sac. Giovanni Bosco
Roma, 10 maggio 1884 |
Altro materiale su Don Bosco è possibile reperirlo nella sezione Don
Bosco.
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