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Don Bosco

CEC Don Bosco Don Bosco Scritti su Don Bosco

Scritti su Don Bosco - Anno 2011

- Anno 2008





Don Bosco educava così

È attuale il metodo preventivo di don Bosco?

Educhiamo con lo stile di Don Bosco.



Genitori felici con il sistema di Don Bosco.



Don Bosco ci parla di educazione.




«Don Bosco né anacoreta né formatore di anacoreti, è costruttore di giovani santi. Egli definisce l'educatore come "un individuo consacrato al bene dei suoi allievi" che perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi» (P. Braido).

INTRODUZIONE: La realtà educativa
Il fatto educativo, visto in profondità, appare sempre affascinante ed allo stesso tempo sempre complesso. Il fascino viene sprigionato dalla contemplazione di una persona umana orientata verso una maturazione; la complessità è la risultante della molteplicità dei fattori che ne assicurano l'esito. Si tratta di una impresa che coglie la realtà umana in tutti i suoi aspetti: fisico, sociale, spirituale, presente, passato, futuro.
L'educazione della persona comporta il passaggio di essa da uno stato di «immaturità» a quello di «maturità». È un passaggio qualitativo che chiama in causa la presenza di molteplici fattori. Da una parte le persone viventi ed attive e, dall'altra, la presenza di valori e strumenti che ne completano la realizzazione. Al centro allora di tutto il processo si trova la persona dell'educando il soggetto attivo e primario di maturità; accanto all'educando troviamo la figura dell'educatore chiamato ad offrire la sua indispensabile collaborazione; ed infine urge la presenza di valori e strumenti.
È in mezzo a questo contesto di molteplici fattori personalizzanti dove il «puer» trova l'humus per una progressiva maturazione totale che lo renderà finalmente capace di assumere la guida della propria vita.
L'educando durante il suo periodo evolutivo è, per natura, disarmonico, non possiede cioè garanzie interiori su cui può contare nel suo agire; di qui allora nasce l'esigenza di formarsi. Egli lungo questo processo di formazione acquisisce un equilibrio che, in linguaggio di pedagogia cristiana, si chiama VIRTÙ (= prudenza, saggezza pratica). È proprio la presenza di questa virtù che rende l'uomo maturo, prudente, saggio. Essa garantisce la presenza della ragione, preserva l'uomo da possibili squilibri, facilita la tensione verso il bene e permette l'uso sereno, equilibrato della sua libertà.
Sempre in prospettiva cristiana, allora, appare chiaro il compito della virtù morale: sarà opera di moderazione, di guida e di subordinazione al «bonum» (= ufficio della temperanza); sarà opera di freno, di potenziamento, di orientamento (= ufficio della fortezza); sarà ancora ricerca di equilibrio di tutti gli appetiti... nella disponibilità per tutto ciò che riguarda le relazioni con gli altri (= ufficio della giustizia).
«Ma la vita umana - osserva il Braido - non è fatta solo di grandi orientamenti; essa si frantuma nella molteplicità delle azioni minute e contingenti di ogni giorno... si rivela, quindi, sommamente necessario che una speciale dotazione di abiti virtuosi venga fornita all'intelletto, nella sua funzione pratica di guida dell'azione umana del quotidiano agire (= ufficio della prudenza)».
La dimensione morale rimane così il centro unificatore dell'educazione cristiana in quanto ne stabilisce con chiarezza il fine ultimo: la piena realizzazione umano-cristiana, di ogni uomo.
Grandi uomini nella storia, da Socrate alla Montessori, da Ignazio a La Salle, fortemente attratti dalla missione educativa, hanno dedicato la loro vita, la loro personalità, la loro scienza al servizio della gioventù. Fra questi si inserisce pure Don Bosco. È la sua attività educativa, il suo sistema, il suo stile l'oggetto principale delle nostre riflessioni. Si tratta cioè di vedere se il suo modo di essere educatore conserva quella freschezza e quell'attualità di cui godeva nel suo tempo. A suo favore resta certamente il fatto che Don Bosco più che un pedagogista fu un pedagogo. L'elemento di flessibilità nell'intuire le esigenze ha fatto di lui un precursore dei tempi. «Bisogna che cerchiamo di conoscere i nostri tempi e di adattarvici» fu suo principio.
«Don Bosco - dice il Braido - ci appare l'uomo dal temperamento estremamente "aperto" che accetta ed assimila quanto gli viene offerto di positivo dalla tradizione e dall'esperienza altrui».

DON BOSCO E L'EDUCANDO
1. La pedagogia contemporanea sotto l'influsso delle scienze umane, specialmente antropologiche e psicologiche ha fatto dell'educando il centro di ogni processo educativo. Il fautore principale dell'educazione è l'educando stesso. Nella misura della crescita della sua libertà, l'educando determina il suo avvenire. Ogni influenza che riceve ricade nella sfera degli inviti, delle possibilità, delle proposte. Nello spazio del suo IO SOVRANO vengono recepite delle proposte e respinte delle altre. Egli possiede potenti energie di autorealizzazione.
L'incontro armonioso tra i valori che presenta l'educatore e le energie insite nell'educando, fa scaturire la realizzazione della personalità.
Ad un giornalista (25 aprile 1884) che gli chiedeva quale fosse il suo sistema educativo, D. Bosco rispose: «Semplicissimo; lasciare ai giovani piena libertà di parlare di cose che loro maggiormente aggradano. Il punto sta di scoprire in essi i germi delle loro buone disposizioni e procurare di svilupparli. E poiché ognuno fa con piacere soltanto quello che sa di poter fare, io mi regolo con questo principio ed i miei allievi lavorano tutti non solo con attività, ma con amore» (MB, 17, p. 85-86).
Il principio del primato dell'educando nel processo educativo, risalta così evidente nell'arte educativa di Don Bosco. La definizione stessa del «sistema preventivo» propugnato da Don Bosco, postula la più sollecita ed attenta preoccupazione per le persone.
La Ragione, la Religione, la Amorevolezza appellano direttamente alla coscienza ed attendono la risposta libera e personale di ognuno. Lo stile educativo di Don Bosco fortemente personalizzante ed individualizzato («parolina all'orecchio») rifugge dai consensi anonimi e collettivi ed appella invece all'adesione consapevole e personale del singolo. Per questo - afferma il Braido - «Don Bosco è instancabile propugnatore e realizzatore di una educazione fortemente "personalizzata"».
Forse Don Bosco non riusciva a cogliere tutti i dettagli profondi che le scienze umane contemporanee hanno rilevato, ma è un fatto però che il suo stile e la sua dinamica educativa era fortemente orientata verso questa dimensione fondamentale centrata nell'educando quale soggetto agente dell'educazione.

2. Un altro aspetto fortemente accentuato della pedagogia contemporanea è il carattere unitario del fatto educativo: la persona-educando come un «quid unum». Il pericolo del dualismo è stato sempre presente nell'antropologia occidentale.
Mai come oggi il superamento del dualismo è stato così esigito sia nel campo filosofico come in quello pedagogico.
Il dualismo ricorda anzitutto Platone. Più tardi esso è stato ripreso ed accentuato dalla filosofia di Deskartes: Corpo ed anima sono due sostanze radicalmente diverse ed indipendenti fra loro. L'intelligenza è pensiero puro; il corpo è una specie di conglomerato di atomi.
«La concezione unitaria dell'uomo considera il corpo non più come una parte o un settore dell'uomo, ma come espressione e presenza di tutto l'uomo, cioè come un modo fondamentale di essere e di realizzare la propria vita personale. Il corpo allora non appare come un conglomerato di atomi, bensì come presenza e campo espressivo di tutto l'uomo. L'uomo non ha soltanto un corpo, ma è anche corpo, cioè esiste corporalmente» (J. Gevaert). Questa affermazione non è una novità in quanto essa riflette il pensiero vetero-testamentario dell'antropologia ebraica. A livello filosofico è stata poi ripresa da Aristotele e da San Tommaso e quindi dalla scolastica. L'uomo è un «quid unum» indivisibile, pur ammettendo la dualità della sua attività: una esterna e corporale ed una personale. L'attività personale non esiste senza coinvolgere le funzioni corporali.
Certo per Don Bosco non era così facile la percezione a livello filosofico di questa realtà unitaria della persona umana. Non dimentichiamoci quanto prepotente imperasse in quel periodo ed in quella zona, la pedagogia giansenista fortemente dualista. «Che chimera è dunque l'uomo? Un mostro ed un prodigio, giudice di tutte le cose e stupido verme della terra; depositario del vero ricettacolo d'incertezze e d'errori; gloria e rifiuto dell'universo. Chi scioglierà questo enigma?» (Pascal).
Non è la filosofia a sciogliere questo enigma - osserva Pascal; - soltanto la Religione rivelata può dare una risposta, grazie al dogma del peccato originale. Il giansenismo aveva un atteggiamento sommamente pessimistico della natura umana, impotente, incapace di ogni azione buona, malvagia. È la grazia, infallibilmente vittoriosa, che salva l'uomo indipendentemente dalla sua cooperazione.
Don Bosco, da geniale educatore ed eminentemente pratico coglie l'unità della persona e supera ogni dualismo orientando la sua azione educativa a tutto l'educando: essa si dirige alla sfera fisica (il gioco), alla sfera religiosa morale, intellettuale, affettiva; coglie l'unità dell'uomo nella molteplicità dell'agire. Come educatore cattolico, e soprattutto come santo, Don Bosco ha colto l'unità della persona nella dimensione religiosa. È la religione che dà il fine ultimo all'uomo: la Santità. In linguaggio comune Don Bosco parla di «buoni cittadini ed onesti cristiani». «L'opera dei salesiani e dei loro Cooperatori tende a giovare al buon costume, diminuendo il numero dei discoli che abbandonati a se stessi corrono il rischio di andar a popolare le prigioni. Istruire costoro, avviarli al lavoro, provvederne i mezzi e, dove sia necessario, anche ricoverarli, nulla risparmiare per impedirne la rovina, anzi farne buoni cristiani ed onesti cittadini...» (MB, 13, 618).
«... Io vi assicuro che vi raccomando ogni giorno nella Santa Messa, domandando per ognuno i tre soliti S, che i nostri sagaci giovani tosto sanno interpretare: sanità, sapienza, santità» (lettera ad un direttore, MB, 11, 124).

3. La persona-educando è fortemente orientata verso il vero, il bene, il bello. La concezione cristiana riconosce che nel processo educativo c'è un reale passaggio dal meno al più, dalla potenza all'atto, dall'immaturità alla maturità. Nell'educando è cioè presente ed insita la capacità di vita spirituale sul piano sia degli atti e degli abiti di virtù sia di scienza e di sapienza. (Braido). Ci troviamo di fronte ad una concezione realistico-ottimistica della capacità umana.
Le scienze psicologiche ci rivelano quanto forte sia nel bambino il desiderio di scoprire e conoscere la verità: «mamma cosa è questo?». Non diversamente forte è in lui la ricerca del bene e del bello, in un primo momento ricercato per sé stesso e poi sempre più personalizzante.
In Don Bosco questa triplice dimensione umana informa tutto il suo stile educativo: lo studio, quindi la ricerca della verità (verum), l'allegria, lo sport, la gioia, la contemplazione, quindi la ricerca della bellezza (bello) ed infine l'onestà, la sincerità, la santità, quindi la ricerca della bontà (bene) sono costantemente presenti nella sua pedagogia.
«...sempre abbiate presente lo scopo di questa congregazione, diceva ai suoi direttori, che è di istruire la gioventù, ed in generale il nostro prossimo, nelle arti e nelle scienze e più nella Religione, cioè, in una parola, la salvezza delle anime, la santità» (MB, 10, 1063).
«Don Bosco - osserva il Caviglia - dirigeva i suoi giovani secondo i tre principi pratici dell'allegria, dello studio e della pietà» (A. Caviglia, Domenico Savio. Studio).
Nel 1875 scrivendo ai giovani dei collegio di Lanzo Don Bosco dice: «Volendo poi venire a qualche augurio particolare, io vi desidero dal cielo sanità, studio, moralità.
SANITÀ - È questo un prezioso dono del cielo. Abbiatene cura. Guardatevi dalle intemperanze, dal sudar troppo, dal troppo stancarvi, dal repentino passaggio dal caldo al freddo. Queste sono le ordinarie sorgenti delle malattie.
STUDIO - Siete in collegio per farvi un corredo di cognizioni con cui potervi a suo tempo guadagnare il pane della vita. Qualunque sia la vostra condizione, la vocazione, lo stato vostro futuro, dovete fare in modo, che se vi mancassero tutte le vostre sostanze domestiche e paterne, voi possiate altrimenti essere in grado di guadagnarvi onesto alimento. Non si dica mai di noi che viviamo dei sudori altrui.
MORALITÀ - Il legame che unisce insieme la sanità e lo studio, il fondamento sopra cui sono essi basati è la moralità. Credetelo, miei cari figli, io vi dico una grande verità: se voi conservate buona condotta morale, voi progredite nello studio, nella sanità» (MB, 11, 15).

4. La persona-educando si realizza nella comunicazione con gli altri. Nel contesto della formazione integrale dell'uomo l'educazione alla socialità ne costituisce un aspetto fondamentale. Non c'è autentica morale, che non include il rapporto con Dio e disponibilità vitale con il mondo e con gli altri. Nel campo dell'antropologia la dimensione intersoggettiva viene affermata come una dimensione costitutiva e fondamentale dell'uomo.
«L'uomo comprende il proprio mistero incontrando l'altro e istituendo con lui dei rapporti interpersonali... La verità dell'uomo non è teoretica ed oggettiva, ma è l'amore vissuto, l'etica responsabilmente vissuta nei confronti dell'altro» (Gevaert).
Scrive E. Schillebeeck: «Dal punto di vista antropologico l'uomo è un essere che si realizza nel mondo e con l'aiuto del mondo; questo significa primariamente con gli altri uomini e con l'aiuto degli altri. L'uomo è un essere che realizza se stesso donandosi agli altri... L'uomo possiede se stesso soltanto quando dona se stesso agli altri... il compimento e la realizzazione interiore della persona sono nell'intersoggettività delle relazioni IO-TU realizzate nell'ambito del mondo».
La personalità educatrice di Don Bosco si inserisce magistralmente in quest'ordine d'idee. Tutta la sua vita fu un continuo colloquio a livello di gruppo ed a livello personale con i suoi allievi. «Ho bisogno che ci mettiamo d'accordo e che fra me e voi regni vera. amicizia e confidenza» (MB, 7, 504).
L'amorevolezza (amore soprannaturale, misto a ragionevolezza e comprensione umana, paterna e fraterna) costituiscono il supremo principio del metodo educativo di Don Bosco. Questa «amorevolezza» - fa notare Bauquier - trasforma il rapporto educativo in rapporto personale, fraterno, filiale e l'ambiente di educazione in una famiglia. In questa prospettiva l'amorevolezza porta alla comunione di spiriti, al dialogo, alla comprensione, alla donazione reciproca.
«L'educatore - dice Don Bosco - è un individuo consacrato al bene dei suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi».
Le sue buonenotti, gli appunti sul sistema preventivo, e gli stessi regolamenti sono un apologia di questa amorevolezza, di questa carità, di questa familiarità con le quali voleva si entrasse in relazione con i giovani.
«Ognuno procuri di farsi amare se vuol farsi temere...; il superiore si mostri loro amico» (Regolamenti). Don Auffray osserva: «Egli ha tentato quasi sempre con successo, di ricostruire attorno al fanciullo lo spirito di famiglia... ogni suo sforzo fu continuamente diretto ad ottenere nelle sue case di educazione la fusione dei cuori, ad affiatare, in una intimità di buona lega, superiori ed alunni...».
Nella comunicazione, nel rapporto soggettivo c'è in Don Bosco la presenza dell'Altro per eccellenza: Gesù Cristo, Dio. Sappiamo il lavoro immenso, l'interesse, la preoccupazione di D. Bosco per portare i suoi giovani all'amicizia con Dio. Egli percepiva chiaramente che Cristo era per il giovane la risposta più perfetta al suo desiderio di amore, di relazione, di comunione. In una sua circolare inedita sui castighi si legge: «Ricordatevi che l'educazione è cosa di cuore e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremmo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte e non ce ne dà in mano le chiavi... studiamoci di farci amare...» (E, 4, 209).

DON BOSCO E L'EDUCATORE
1 - Necessità dell'educatore
È stato detto precedentemente come l'educando sia il punto focale ed il protagonista principale dell'educazione. Ci si potrebbe giustamente chiedere quale sia allora la funzione dell'educatore in questo processo di formazione. L'educando, quantunque in possesso di tutte le disposizioni per realizzare la sua educazione, resta sempre, nel fondo, un immaturo. Sul piano culturale e su quello prudenziale sono assolutamente necessarie sollecitazioni, contributi che vengono dall'esterno. «Si sa infatti che la crescita dell'uomo non si può concepire come l'espansione autonoma e assolutamente interiore di uno spirito autocreativo ma come il progressivo arricchimento di un essere personale, spirituale e corporeo chiamato a realizzarsi in un mondo» (Braido).
Questa presenza funzionale dell'educatore è da ritenersi assolutamente necessaria.

2 - Causalità dispositiva ed esemplare dell'educatore
In questo contesto la presenza dell'educatore si configura come causa efficiente dispositiva: «l'educando non può agire per virtù propria. Egli deve agire in virtù dell'educatore, che si suppone capace di creare le condizioni percepibili dall'immaturo in quanto tale che inducono in lui la disposizione, lo stato interiore...; per ottenere questo si servirà dei mezzi educativi: disciplina, leggi, precetti, ecc.» (Braido).
La presenza dell'educatore si configura pure come causa esemplare nel dinamismo educativo: L'educatore per mezzo dell'esempio, del suo comportamento, influisce fortemente sull'educando.
Non solo cioè si limita ad imporre all'educando ciò che deve fare ma egli stesso diventa il modello esemplare di quella che deve essere la condotta dell'educando. Non si limita a formulare precetti e imposizioni ma mostra con l'esempio quale è la forma di vita più conveniente.
Con il crescere della maturità dell'educando, l'educatore si va ritirando progressivamente fino al punto di scomparire definitivamente.
Quale è il pensiero di Don Bosco sulla figura dell'educatore? Si può riscontrare una convergenza con quelle che sono le linee generali di una concezione moderna dell'educatore? Analizzando anche sommariamente la «mens» e soprattutto la prassi educativa di Don Bosco non si può non ammirare la genialità e le intuizioni veramente attuali della sua pedagogia in riferimento alla concezione dell'educatore.
Che la presenza dell'educatore fosse indispensabile, Don Bosco ne era convintissimo. Nel suo sistema egli parla di un insieme di persone: direttore, prefetto, catechista, consigliere, maestri... tutte in funzione dell'educando. Egli sintetizza l'azione di tutti essi nella parola «assistenza». «L'assistenza infatti - scrive il Braido - significa presenza educativa ininterrotta, di tutti gli educatori, fino alla direzione vera e propria dell'assistente degli assistenti, che è il direttore. Essa esprime, in concreto, nella sua integralità, il senso del sistema preventivo inteso come azione positiva, di direzione, di orientamento, di influsso continuo e persistente».
Parlando del suo sistema Don Bosco dice: «Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un istituto e poi sorvegliare in guisa che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l'occhio vigile del direttore o degli assistenti, che come padri amorosi, parlino, servano di guida (causalità esemplare) ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nell'impossibilità di commettere mancanze» (cf ap. sul sist. Preventivo).
Insistiamo ancora con Don Bosco nell'affermare che tutti gli educatori sono «assistenti»:
«Quelli che trovansi in qualche ufficio o prestano assistenza ai giovani che la Divina Provvidenza ci affida, hanno tutti l'incarico di dare avvisi e consigli a qualsiasi giovane della casa, ogni qual volta, vi è ragione di farlo, specialmente quando si tratta d'impedire l'offesa di Dio» (Reg. per le case, Art. gen., 1).
Nella «mens» di Don Bosco l'educatore per eccellenza dovrebbe essere il Direttore. A lui è riservata in modo speciale la paternità feconda all'interno della famiglia educativa. «Egli lo è soprattutto nel contatto continuo con gli alunni nei colloqui, nella direzione spirituale e per mezzo della buonanotte, uno degli elementi di primordine in mano del direttore per la creazione ed il rinnovamento del clima della famiglia nella comunità educativa» (Braido).
«Sceso dalla cattedra dopo la buona notte - nota il biografo - i giovani gli si stringevano attorno bramosi che dicesse a ciascuno di loro una parola confidenziale» (MB, 6, 105).

3 - Dualità dell'educatore
La quasi totalità di pedagogisti moderni convergono nello stabilire un ridotto numero di qualità da considerare essenziali ad un educatore. Si parla così di amore pedagogico, cioè l'amore che deve possedere l'educatore nei riguardi del bambino e dei valori; si parla di tatto pedagogico, presenza di specifiche qualità, di psicologia pratica, che permettono all'educatore di intuire il «momento opportuno», «il quando si deve», «il giusto momento»; si parla di autorità personale interiore ed esteriore, conseguenza logica di una personalità ricca; si parla di religiosità, punto di convergenza della molteplicità degli interventi; ed infine si parla di carattere, che deve servire da modello, dotato di ottimismo, equilibrio, pazienza.
Per coloro che conoscono un po' a fondo Don Bosco ed il suo stile educativo non avranno difficoltà alcuna in ritrovare la sua figura nel leggere le qualità che una pedagogia moderna e dinamica attribuisce ad un buon educatore. Mi piace a questo proposito, esaminare ognuna di esse e vederne il confronto pratico con l'agire educativo di Don Bosco.
L'AMORE PEDAGOGICO - L'amore è il sentimento pedagogico fondamentale in quanto manifesta l'atteggiamento totale della persona. «L'amore pedagogico - osserva Henz - fu glorificato da Platone, San Giovanni, San Paolo, Sant'Agostino e realizzato in grado nella pedagogia pratica da educatori come La Salle, Pestalozzi, Don Bosco, Flanagan, che totalmente dediti al loro lavoro, raggiunsero tale efficacia educativa da essere considerata modello a tutti gli altri educatori». Nella pedagogia di Don Bosco questo amore pedagogico sfocia nella CARITÀ (agape). Questo amore ama alla maniera di Cristo. Ama principalmente nell'uomo il Figlio di Dio. È la carità, l'amore di misericordia che si dirige specialmente ai deboli e ai poveri, a coloro che hanno fame e sete, ai malati e ai carcerati ed anche a coloro che cercano consiglio. Nel primo articolo delle costituzioni per i salesiani Don Bosco scrive: «Il fine della Società Salesiana è che i soci, mentre si sforzano di acquistare la perfezione cristiana, esercitino ogni opera di carità spirituale e corporale verso i giovani, specialmente i più poveri».
L'amore cresce con l'amore. Non può vivere senza reciprocità. L'amore è generato dall'amabilità. Per Don Bosco l'educazione è questione di cuore. «Trattiamo i giovani, come Gesù Cristo stesso tratteremmo, se fanciullo abitasse in questo collegio. Trattiamoli con amore ed essi ci ameranno, trattiamoli con rispetto ed essi ci rispetteranno. Bisogna che essi stessi ci riconoscano superiori. Se noi vorremo umiliarli con parole per la ragione che siamo superiori, ci renderemo ridicoli...» (MB, 14, 846-847). Don Bosco voleva che questo amore fosse imparziale:
«Dopo aver messo in pratica tutte le regole della casa - scrive nel 1868 - procurate anche di farle osservare dai giovani... Andate sempre con quelli che hanno bisogno di essere consolati, cogli infermi, e ispirate loro coraggio, animateli alla pazienza... ciò fate non solamente con quelli che ci piacciono, che sono buoni, che han molto ingegno, ma anche con quelli che sono di poca virtù, di poco ingegno, e anche con i cattivi» (MB, 9, 356-357).
Perché la relazione educativa sia feconda ed efficace si fa pure necessario che l'educando ami il suo educatore. Per riuscire ad avere e poi conservare questo amore il maestro dovrà essere amabile, simpatico, di carattere disponibile. A don Bonetti Don Bosco scrive: «A te: fa in modo che tutti quelli, cui parli, diventino tuoi amici» (MB, E, 2, 434).
A monsignor Cagliero: «Raccomanda a tutti i nostri di dirigere i loro sforzi a due punti cardinali: farsi amare e non farsi temere» (MB, 10, 1039). Ad un assistente
diceva: «Si vis amari, esto amabilis» (MB, 10, 1022). Si potrebbe continuare a non finire su questa linea in quanto questo è uno dei pilastri fondamentali della pedagogia di Don Bosco: l'amore. Amore che implica per lui benevolenza, promozione, reciprocità.
Benevolenza: affetto che esprime un atteggiamento verso gli altri nella loro individualità, lo fa stimare e valorizzare come altri, come persone, come figli di Dio.
Promozione: atteggiamento affettivo di Don Bosco che invita a promuovere l'altro nella sua alterità. I frutti-modello sono Domenico Savio, Magone, Besucco... Il simbolo della promozione è l'amore paterno verso i figli che devono maturare e sviluppare secondo le proprie esigenze.
Un vero amore paterno non decide tutto al posto del figlio, non gli impone nulla con la violenza, ma lo aiuta a prendere personalmente in mano la propria esistenza: educazione è aiuto nella liberazione di un altro essere, umano, aprendo delle prospettive di verità e di valori, invitando ad impegnarsi, sostenendo nella fragilità.
Reciprocità: la promozione dell'altro come altro implica essenzialmente l'esigenza che l'altro risponda e collabori alla propria promozione. La glorificazione dell'amore che vediamo nella lettera di Paolo ai Corinti (13,1), traccia la strada dell'educatore cristiano: «Quand'io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo risonante o un cembalo squillante... La carità è paziente, è benefica: la carità non è astiosa, non è insolente, non si gonfia, non è ambiziosa, non cerca i propri interessi, non si muove ad ira, non pensa male, non gode dell'ingiustizia, ma si rallegra del godimento della verità: a tutto si accomoda, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, la carità non muore mai» (1 Cor 13,14).
Il tatto pedagogico: Così come l'amore pedagogico è il sentimento fondamentale per il pedagogo in quanto rende attiva la personalità educativa, il tatto pedagogico arriva ad essere lo strumento attraverso il quale l'amor pedagogico sviluppa la sua azione. Herbart dice che: «il tatto pedagogico è il tesoro maggiore dell'arte dell'educazione».
Aristotele parla di Kairòs e cioè di «tempo opportuno», del «quando si deve», del «gusto del momento». Si tratta di sfumature di ordine psicologico che accompagnano ed arricchiscono la personalità dell'educatore. Si possono enumerare a titolo di esempio alcune di queste esigenze psicologiche: sensibilità, percezione dell'ambiente, fantasia, creatività, capacità di movimento affettivo, attenzione ai dettagli, ecc....
Ciò presuppone nell'educatore maturità personale, libertà interiore, visione profonda della Religione e della vita, conoscenza delle leggi dello sviluppo e delle caratteristiche del bambino, capacità di un persistente adattamento dell'attenzione e della volontà alla situazione del bambino.
Il tatto pedagogico sarà efficace se esso prende come supporto la ragione, (il criterio) e l'amore pedagogico. Si tratta di una sintesi tra teoria e pratica.
Anche qui, senza nessuna forzatura, sbocchiamo facilmente nel pensiero di Don Bosco. Lo spirito del tatto pedagogico di cui abbiamo parlato sopra e che fa appello, alla ragione ed all'amore lo ritroviamo sintetizzato in un paragrafo del sistema preventivo: «Questo sistema - dice - si appoggia tutto sulla ragione, religione ed amorevolezza...» (op. sul sist. Preventivo).
Dire amorevolezza è dire amore pedagogico. Su questo topico ci siamo intrattenuti nelle considerazioni precedenti. Facciamo adesso qualche riflessione sulla «ragione» quale puntocardine della pedagogia di Don Bosco. Ad un assistente Don Bosco: «Lasciati guidar sempre dalla ragione e non dalla passione» (MB, 10, 1023). Lo stile educativo di Don Bosco è tutto permeato di ragione. «Ma di ragione - scrive il Braido - è soprattutto, satura l'amorevolezza (dalla loro sintesi nasce il tatto pedagogico). Ragione significa, anzitutto, razionalità, guida degli animi con la chiarezza delle idee e della verità e non mediante la suggestione o la pressione emotiva e sentimentale. In questo senso essa costituisce un elemento essenziale della carità soprannaturale e dell'autentica amorevolezza, che non d'essere puro slancio affettivo, e istintivo. L'amore umano appunto perché tale, è spirituale e razionale.
Ma ragione, «ragionevolezza», nella concezione vissuta da Don Bosco è anche buon senso, semplicità, fuga da ogni artificio e da ogni «montatura». Essere ragionevoli educativamente significa, allora, evitare stranezze, artifici, complicazioni.
Lo vuole il clima della famiglia e di ogni convivenza normale. Lo nota molto bene un commentatore: il buon senso salesiano ha anche altri nomi: normalità, che potrebbe essere chiamata anche ragionevolezza. In tutte le cose comandate Don Bosco è ragionevole, non solo, ma vuole che i suoi educandi afferrino la ragionevolezza dell'ordine dato, né vuole che per motivi legittimi spirituali si comandino cose irragionevoli... Il metodo di Don Bosco è il metodo della ragionevolezza, della naturalezza più perfetta» (P. Braido).
Come si vede ci troviamo di fronte all'applicazione pratica di quel tatto pedagogico descritto teoricamente sopra.
Don Giovanni Turchi attesta: «Don Bosco educava i giovani e li portava al bene colla persuasione e quelli lo facevano con trasporto di gioia» (MB, 4, 288).
Nel sistema Preventivo si legge: «L'avviso amichevole e preventivo che ragiona, per lo più riesce a guadagnare il cuore, cosicché l'allievo conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera».
Egli era solito ripetere con frequenza la massima di San Francesco di Sales: «Si prendono più mosche con un piatto di miele che con un barile di aceto» (MB, 14, 514).
L'autorità - Nel contesto educativo si presenta pure forte il problema del rapporto tra autorità e libertà. Il mettere l'accento su uno dei due termini ci porta ad estremi difficilmente conciliabili. Una pedagogia realista trova la soluzione in una coesistenza dinamica delle due realtà. L'autorità è educativa in quanto ciò che impone all'educando è razionale, prudenziale, virtuoso, orientata cioè a perfezionare, realizzare la persona.
È naturale che l'educatore, trattandosi di un problema così delicato, debba essere munito di tutti i requisiti che lo abilitino ad esercitare una certa superiorità di servizio nei riguardi dell'educando. Si può così parlare di responsabilità giuridica, in quanto fa le veci dei genitori; di responsabilità etica che presuppone nell'educatore saggezza pratica e prudenziale; di capacità tecnica e culturale che lo renda atto a promuovere realmente il progresso virtuoso dell'educando.
Si vede allora come in campo pedagogico-operativo autorità e libertà non si oppongano in quanto la prima ha la funzione di completare la seconda fino a scomparire del tutto.
Durante il periodo evolutivo l'autorità si sviluppa e si amplifica passo per passo. In un primo momento si dà soltanto l'autorità dei genitori. Con la scuola si aggiunge l'autorità del maestro, del sacerdote ed infine la presenza di Dio come fonte perenne di autorità.
L'atteggiamento dell'educando, di fronte a questa autorità rispettosa e di servizio sarà allora di obbedienza, fede e fiducia.
Con l'obbedienza egli conforma all'autorità dell'educatore la sua volontà e la sua condotta; con la fede egli conforma la sua intelligenza all'autorità dell'educatore; infine obbedienza e fede hanno il loro rapporto psicologico nella fiducia. In questa linea di idee corre pure la prassi pedagogica di Don Bosco. Egli ha superato l'antinomia autorità-libertà nell'esigenza di una «disciplina nell'amorevolezza». È escluso nella pratica educativa di Don Bosco ogni atteggiamento di autoritarismo: «Voglio così perché sono superiore» o «il padrone sono io». Assolutamente no. Il suo stile marcia in un piano del tutto differente: «Ragione e Religione sono gli strumenti, di cui deve costantemente far uso l'educatore, insegnarli, egli stesso praticarli, se vuole essere ubbidito ed ottenere il suo fine» (op. sul sist. prev.). E più avanti: «Il sistema preventivo rende amico l'allievo, che nell'assistente ravvisa un benefattore che lo avverte, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai consigli, dal disonore» (idem).
Il Braido a questo proposito osserva: «L'autorità pedagogica non è costituita soltanto dall'autorità oggettiva dei principi etico-religiosi proposti all'alunno, ma anche dall'incarnazione di questi principi nella persona dell'educatore che ama ed è, quindi, diventato amico e benefattore del giovane ed è riconosciuto da lui come tale» (P. Braido). Al ministro Rattazzi, meravigliato del fatto avvenuto nella Generala, Don Bosco diceva: «Eccellenza, la forza che noi abbiamo è una forza morale; a differenza dello Stato, il quale non sa che comandare e punire, noi parliamo principalmente al cuore della gioventù, e la nostra parola è la parola di Dio» (MB, 5, 225).
Nell'agire di Don Bosco l'amore lo informava tutto. A conclusione di una buona notte diceva: «Credete forse che si facciano le cose per capriccio? Un superiore prima di deliberare si mette alla presenza di Dio, esamina la sua coscienza, prega perché il Signore voglia illuminarlo e fargli vedere se quella disposizione che intende dare è per il bene dei suoi soggetti... Date confidenza ai vostri superiori, seguite fiduciosi il loro consiglio... Essi hanno un po' più di età, pratica, esperienza, scienza di voi. E poi vi AMANO» (MB, 12, 147).
«Nell'assistenza... si dia agio agli allievi di esprimere liberamente i loro pensieri; ma si stia attento a rettificare le espressioni, gli atti non conformi alla cristiana educazione» (Regolamento).
Senza teorizzazione Don Bosco ha risolto con ammirabile maestria il problema autorità-libertà.
«Insomma - diciamo con il Braido - per Don Bosco l'educazione è effettivamente e veramente cosa di cuore». E don Caviglia: «Don Bosco... ha cercato di far buoni e santi i suoi infiniti giovanetti, e di parecchi ha fatto santi autentici: ma il punto di partenza di tutto il suo lavoro di costruzione spirituale fu sempre uno: il cuore» (D. Caviglia, Don Bosco e il pastorello delle Alpi).
La Religiosità. Nella pedagogia cristiana tra gli agenti attivi e personali dell'educazione, oltre all'educando ed educatore si inserisce pure Dio. È in lui che si realizza il fine ultimo di ogni educazione. Il Battesimo inserisce l'uomo in una nuova vita di comunione dialogica e personalizzante: in Cristo si partecipa alla comunione eterna della trinità, l'uomo si fa in Cristo membro vivo della santità divina. Tutta la pedagogia di Don Bosco è orientata verso la santità dei suoi allievi. Parlando di Don Bosco, Caviglia, dice:
«Il movente della sua pedagogia è la santità» ed altrove:
«Il santo pedagogo compare nella sua figura più propria di educatore e l'esito a cui perviene mette in chiara luce la religiosità sostanziale della sua concezione pedagogica... Perché alla santità è volta tutta la pedagogia di Don Bosco» (A. Caviglia, Domenico Savio, Introduzione).

Conclusione
Nella nostra breve trattazione ci siamo limitati a fare delle riflessioni sui protagonisti principali della realtà educativa. Dalle riflessioni fatte emergono alcune linee che formano la filigrana dell'azione educatimbaroni@elledici.orgva di Don Bosco. Egli appare l'educatore del «contenuto»: i valori umani e cristiani vengono a costituire il «leit motive» della sua pedagogia.
Il raggiungimento di questi obiettivi è legato alla presenza di un sistema educativo fortemente facilitante: l'amore, la ragione, la religione ne sono i cardini. Innamorato dei giovani Don Bosco ha saputo cogliere le istanze più caratteristiche rifuggendo da eccessivi soprannaturalismi: il tema dell'allegria, dell'amore, la contemplazione della natura sono infatti le espressioni più normali del suo agire. In questo contesto di spontaneità trova posto l'atteggiamento della «ragionevolezza», «familiarità», che deve regnare tra l'educando e l'educatore. Attraverso il dialogo, il rapporto personale, la collaborazione, Don Bosco stabilisce il clima ideale per comunicare valori e trovare disponibilità di recezione.
Don Bosco ha previste tutte le difficoltà che comporta questo sistema di educazione ed ha trovato nella «santità» dell'educatore la chiave di un possibile superamento.
«Nella santità di Don Bosco, infatti, il trinomio pedagogico fondamentale del sistema raggiunge le punte massime; la Religione diventa fede robusta ed incrollabile, l'amorevolezza si fa carità soprannaturale eroica, e la ragione si illumina della luce della "saggezza" e del "consiglio"» (P. Braido).
L'amore, la carità viene così a costituire il fondamento ed il coronamento della visione educativa di questo grande educatore del secolo XIX.


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