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CEC DON BOSCO Catechesi Studi e proposte LA SETTIMANA CATECHISTICA DI MONDOVI' 2008

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LA SETTIMANA CATECHISTICA DI MONDOVI' 2008
di Salvatore Barbetta, segretario Centro Evang. e Catechesi Don Bosco


Mondovi'. Foto di gruppo dei partecipanti.
La III Settimana Catechistica di Mondovì, organizzata dall'Ufficio Catechistico Regionale Piemonte e Valle d'Aosta e dal Centro Evangelizzazione e Catechesi "Don Bosco" della Elledici, si è tenuta dal 30 giugno al 5 luglio e ha visto la partecipazione di circa 80 tra catechisti, suore e preti, provenienti da 29 diocesi, da 11 regioni d'Italia e da Croazia, Germania e Slovenia, mettendo a tema la catechesi mistagogica, vista come il tempo in cui si può sperimentare la bellezza di essere diventati cristiani. Il termine 'mistagogia' indica il cammino di maturazione nella fede e di inserimento pieno della comunità di chi, avendo fatto la scelta di essere cristiano, ha ricevuto i sacramenti dell'iniziazione. Il tema è stato articolato in un percorso di sapore esperienziale.

"IL BELLO VIENE DOPO".
Una comunità cristiana per la catechesi mistagogica 

Dopo un’introduzione che ha spiegato l’origine e il significato della mistagogia ed ha evidenziato l’apporto dei Padri della chiesa alla riflessione attuale sul tema (mons. Giuseppe Cavallotto), si è partiti dall’analisi della situazione che vivono gli adolescenti nelle comunità ecclesiali (don Domenico Cravero) e nella società (Franco Garelli); quindi è stato presentato il volto della Chiesa come comunione di comunità, capace far incontrare Cristo e di valorizzare tutti i carismi, per essere se stessa e per evangelizzare, in particolare, gli adolescenti che in genere non si trovano a proprio agio al suo interno (don Roberto Repole); ci si è confrontati con il progetto dei vescovi italiani sulla mistagogia degli adolescenti, a cui tutti sono chiamati a fare riferimento (mons. Walther Ruspi), e con la proposta di alcune associazioni e movimenti circa l’educazione degli adolescenti alla fede (Agesci, Focolarini, CL), per individuare elementi utili alle comunità locali; il ruolo della famiglia nel tempo della mistagogia resta fondamentale e particolarmente delicato in una stagione in cui gli adolescenti se ne distaccano (don Andrea Fontana e coniugi Lombardi); l’esperienza di Pisa ha mostrato come si può realizzare un progetto che dia il giusto spazio e valore alla mistagogia (mons. Simone Giusti); infine i catechisti sono stati invitati a confrontarsi con l’argomento più innovativo, non solo per il metodo ma anche per i contenuti di una corretta ed efficace comunicazione con gli adolescenti: l’uso dei nuovi media nella catechesi (don Valerio Bocci). Ogni trattazione è stata seguita da un laboratorio nel quale i gruppi si sono impegnati a confrontare quanto comunicato dai relatori con la situazione degli ambienti di provenienza.

Presentiamo ora – in quanto particolarmente significativi e operativamente utili – qualche elemento di riflessione e alcune proposte emersi nella Settimana. 

Punto di partenza obbligato: la comunità cristiana 

È inutile, scorretto e fuorviante prendersela con gli adolescenti se, dopo aver ricevuto i sacramenti, si allontanano dalla comunità. Nella Settimana i giovani non sono mai stati visti come causa di questo fenomeno, fin troppo diffuso e ricorrente. Piuttosto ad essere messa in questione è stata la comunità cristiana. E le considerazioni non sono state tenere. Facciamo un breve elenco delle difficoltà maggiormente evidenziate:
- ci sono preti e catechisti che, più o meno inconsciamente, considerano la celebrazione dei sacramenti come la ‘conclusione’ del percorso formativo, visto ancora come semplice ‘preparazione ai sacramenti’ di tipo prevalentemente conoscitivo se non addirittura nozionistico;
- ci sono comunità in cui è difficile vedere il primato di Dio e fare esperienza dell’incontro con Cristo vivo oggi nella Chiesa;
- ci sono parrocchie in cui i carismi che danno vita a gruppi, associazioni e movimenti sono visti non come doni dello Spirito alla comunità ma come problemi e, a volte, ostacoli;
- ci sono gruppi che si credono migliori degli altri e non costruiscono la comunione;
- molte liturgie sono senza vita e generano nei ragazzi e negli adolescenti noia e disaffezione.
Ma, stimolati dai relatori, i partecipanti sono stati orientati a prospettive di fiducia e di progettualità. Ecco allora l’invito fondamentale ad ogni comunità: passare dalla preoccupazione frenetica del ‘fare’ alla cura dell’‘essere’ vera comunità cristiana. In pratica, una comunità che:
- afferma con forza il primato della presenza di Dio, Padre, Figlio e Spirito, e della sua azione di salvezza per tutti gli uomini;
- si adopera perché ciascuno possa incontrarlo e per questo vive la carità operosa verso tutti i poveri e bisognosi e celebra con gioia festosa la liturgia domenicale in cui tutti si sentono e sono parte attiva;
- nella comunione riconosce, valorizza e dà spazio a tutti i carismi;
- non presume di mostrarsi ‘perfetta’ ma riconosce i propri limiti e il proprio peccato, fidando nella misericordia di Dio e nella sincerità del proprio amore e del proprio impegno;
- non si accontenta di accogliere quelli che la avvicinano ma va alla ricerca di tutti i figli di Dio dispersi;
- ha perso l’orgoglio del 100% e umilmente accetta, nella realtà dei piccoli numeri, di essere il pugno di lievito che fermenta la massa, il granellino di senape che cresce o il piccolo gregge a cui il Padre ha affidato il suo regno.Solo se la comunità assume questo volto, visibile a tutti, lo Spirito Santo opera efficacemente in essa, rendendola affascinante per gli adolescenti, che saranno orientati a desiderare di farne parte e a gustare in essa la vita vera e piena. 

Una catechesi incarnata nel mondo e nella sensibilità giovanile

La Settimana non ha dato spazio a discussioni teoriche, come per esempio il confronto tra la ‘catechesi esperienziale’ e la ‘catechesi kerigmatica’. L’attenzione al mondo giovanile e alle esperienze pastorali riuscite ha messo in luce che si può partire dall’annuncio del vangelo oppure dalla vita delle persone, ma in ogni caso gli adolescenti si intercettano non con discorsi, per quanto ben fatti, ma con esperienze di incontro gratificante con Cristo e con una comunità credente; incontro che diventa, a seconda dei casi, proposta o risposta alle loro concrete esigenze di vita. Benché ormai da decenni si dica che la catechesi non può essere considerata un semplice insegnamento di verità, ma è invece un cammino, iniziale o permanente, di vita cristiana, tuttavia ancora troppe volte essa rimane una scuola orientata ad una promozione che dà la facoltà di accedere alla celebrazione del sacramento; e qui ha termine la sua funzione. Con gli adolescenti questo genere di catechesi non funziona.
Può funzionare solo una catechesi che accetti la sfida posta dai ragazzi di oggi. Essi, più che in passato, vivono di emozioni, cercano il ‘divertimento’, danno enorme importanza alla scoperta dell’amore. La sfida allora è proprio questa: riuscire a far incontrare il Signore della vita, che salva tutti e anche i giovani, valorizzando proprio la loro sensibilità. Si richiede un cambio di mentalità e di prospettiva di chi pensa la catechesi e di chi la fa. La domanda di conversione, insita nel vangelo, per trovare accoglienza e risposta positiva da parte dei nostri adolescenti, ha bisogno di poggiare su un incontro bello che motivi e renda desiderabile l’andare controcorrente rispetto ad una cultura giovanile indifferente, se non ostile, al cristianesimo.
Per essere bello deve essere un incontro con persone reali, adulte nella fede, che vivono con gioia nella comunità la salvezza ricevuta e che sanno parlare la lingua dei giovani. Una catechesi che voglia raggiungere gli adolescenti ha bisogno di dialogare con la loro cultura e di imparare ad usare gli strumenti comunicativi a loro familiari. La verità e la bellezza del vangelo non possono restare prigioniere di forme e linguaggi che i giovani non comprendono; ed essendo bellezza e verità divine hanno la capacità di incarnarsi in ogni cultura e in ogni tempo, raggiungendo ogni persona ed ogni gruppo umano e toccando direttamente la loro vita.
Alla catechesi degli adolescenti allora si richiede una conversione: passare dalla trasmissione più o meno scolastica delle verità all’accompagnamento personale in un gruppo lungo un cammino di maturazione della fede,  della speranza e della carità nella libertà; cammino fatto di esperienze belle, anche se non poche volte esigenti, di incontro con Cristo e con la comunità. 

Una liturgia ‘divertente’ 

Nel linguaggio, a volte povero di parole degli adolescenti, l’espressione “mi sono divertito” indica l’essersi sentito a proprio agio, l’essere contento di una esperienza fatta. Il contrario è: “mi sono annoiato”. Troppe liturgie, a cui i ragazzi per un certo tempo sono ‘costretti’ a partecipare, sono sotto il segno della noia invincibile. L’ora di ‘catechismo’ può essere anche ‘divertente’ ma la messa normalmente no. Gli adolescenti spesso hanno un disagio fisico ad essere presenti a messa e quindi, appena possono, fuggono. Hanno bisogno di messe ‘divertenti’, in cui si sentano protagonisti, con un loro posto e un loro ruolo, riconosciuto dalla comunità, in cui sentano parole comprensibili rivolte con simpatia, fiducia e apprezzamento alla loro vita. Se sono impegnati nella preparazione dell’accoglienza, dei canti, delle letture, della preghiera dei fedeli, dell’offerta dei doni…; se l’omelia si riscatta dalla incomprensibilità e dal facile moralismo negativo e sa far vedere invece come la Parola salva la vita di ogni persona; se l’eucaristia celebrata diventa un incontro festoso con Cristo che rende più bello l’incontro con gli amici… allora si potrà sentire qualche adolescente che alla fine della messa dica ad un amico: “mi sono ‘divertito’; perché non vieni anche tu?”. 

E gli adolescenti?

È ormai un luogo comune che gli adolescenti non si possano definire ed inquadrare. I sociologi hanno timore a fare delle indagini su di loro. I genitori troppo spesso smettono di pensare di avere ancora un ruolo educativo nei loro confronti (mentre diventa più necessario che siano sostegno discreto, testimoni coerenti, consiglieri saggi). Non è strano che essi stessi, interrogandosi o interrogati da altri, non sappiano dare su di sé che risposte vaghe e contraddittorie: la loro è pur sempre l’età della ricerca e della costruzione di una identità.
Ad una comunità cristiana lo studio psico-sociologico sugli adolescenti certamente serve, ma molto di più serve un ritorno all’“essenziale” teologico ed educativo-pastorale.
L'"essenziale” è presto detto.
L’adolescente, come ogni uomo, è capax Dei.
Non è vero che sono indifferenti e non basta a consolarci un vago e confuso ritorno del sacro nel loro orizzonte vitale. A noi cristiani interessa il fatto che sono figli di Dio, capaci di credere, sperare ed amare, desiderosi di incontrare chi apra le finestre giuste per inondare di luce la loro vita. E noi sappiamo che questa luce è Cristo, che dopo aver illuminato la nostra vita ci manda da loro, perché vedano sul nostro volto e nella nostra vita la luce del Risorto.
Gli adolescenti sono diversi da noi, ma non è vero che siano ‘sbagliati’. Hanno le loro idee, i loro valori, la loro carica vitale e li esprimono a modo loro. Alla comunità cristiana tocca il compito, normalmente non facile, anzitutto di fare spazio alla novità che portano, anche nel modo di vivere la fede e poi di far notare gli eventuali errori nelle idee e nei comportamenti. Don Bosco ha mostrato e insegnato che l’amore pastorale per i giovani si traduce visibilmente in simpatia, accoglienza, aiuto concreto, fiducia, comprensione, dialogo, proposta educativa integrale, invito a incontrare Cristo, accompagnamento vocazionale, slancio verso la santità. Per questo tutto ciò che fa parte del mondo giovanile, eccetto il peccato (purtroppo c’è ancora qualcuno che lo vede anche dove non c’è), è un buon punto di partenza per iniziare il cammino verso la santità. E ragazzi e adolescenti santi ce ne sono anche oggi e sarebbero di più se i preti e le comunità vivessero di più il vangelo e avessero più fiducia e simpatia verso il mondo giovanile.
Non è vero che gli adolescenti rifiutano gli adulti. Se ne trovano qualcuno capace di vivere ciò in cui dice di credere e di parlare il loro linguaggio, accettano di dialogare e perfino di lasciarsi accompagnare e  guidare sulla strada della loro ricerca. Le associazioni e i movimenti sono testimoni ogni giorno di questa realtà che più spesso alle parrocchie sfugge.
Con gli adolescenti non esistono schemi fissi e ricette prestampate. I progetti pastorali devono essere misurati sulla situazione di ogni comunità, di ogni gruppo e di ogni persona. I Padri della chiesa non avevano un solo modo di fare mistagogia. Questo dice che ogni comunità ha il diritto-dovere di trovare il proprio modo concreto di educare alla fede gli adolescenti, tenendo presenti e valorizzando le indicazioni generali che provengono dai Vescovi.
La preghiera dei giovani può essere diversa dalle Lodi e dai Vespri. È molto facile e comodo prendere i libretti e far recitare la Liturgia delle Ore. Ma è più adatta ai giovani e li interpella di più una preghiera preparata con cura che parte dalla loro vita, la illumina con la Parola e torna alla vita per animare la quotidianità; oppure che parte dalla Parola per interrogare la vita e prospettare la vita nuova nello Spirito.
La libertà è l’ambiente interiore ed esteriore necessario per qualunque scelta di vita, tanto più per una scelta di fede. Questo significa che noi cristiani abbiamo fiducia che Cristo è capace di affascinare anche i giovani di oggi, come ha affascinato noi ieri. A noi tocca non inventare chissà quali strategie per convincerli o trascinarli, ma creare l’ambiente adatto perché l’incontro avvenga. Non servono, anzi sono dannosi gli obblighi, più o meno stringenti, i ricatti, più o meno scoperti, le concessioni strumentali per ottenere qualcos’altro, il simulare o rivendicare una ‘perfezione’ che non c’è. Il messaggio evangelico è proposto, con gioia e senza sconti facilitanti, da persone ‘normali’ a giovani liberi di scegliere se accettarlo o meno. Non abbiamo la pretesa di portare tutti in parrocchia, magari abbassando sempre di più la soglia di accesso, ma, facendoci tutto a tutti, cerchiamo di salvare ad ogni costo qualcuno (cf 1 Cor 9, 22), liberi dalla preoccupazione dei grandi numeri e della ‘visibilità di piazza’. 

Per concludere

La catechesi mistagogica degli adolescenti, come la catechesi di ogni altra età e condizione, richiede una comunità che:
- vive la comunione nell’eucaristia domenicale e nella vita quotidiana, attorno ai pastori, che sono a servizio dei fedeli, e nella solidarietà corresponsabile di tutti i carismi e i ministeri;
- si riconosce missionaria, cioè impaziente di portare a tutti il vangelo, incarnandolo in ogni situazione umana e dialogando con ogni cultura (per questo sono necessarie figure nuove di catechisti-animatori che sappiano raggiungere gli adolescenti lì dove sono);
- è progettuale, perché crede nell’azione dello Spirito e per questo si emancipa dalla fissità del passato e dall’improvvisazione superficiale;
- vive la responsabilità di formare ogni persona sul piano umano e cristiano attraverso una catechesi permanente ed un costante accompagnamento spirituale orientato ad una scelta vocazionale specialmente per gli adolescenti. Ci sembra abbastanza chiaro allora che il futuro della catechesi mistagogica si gioca tra l’esigenza di un rinnovamento autentico della vita cristiana delle comunità e quella di imparare i linguaggi che permettano di riscrivere i contenuti della fede, di rinnovare la liturgia, di far incontrare Gesù Cristo vivo oggi e di sperimentare nel quotidiano l’amore vero ricevuto e donato, dando così la possibilità di intercettare il desiderio di felicità degli adolescenti e dei giovani di oggi.                                                                                                      Salvatore Barbetta

In allegato il testo di alcune conferenze, in una copia destinata ai partecipanti. 
Settimana Catechistica di Mondovì 2008


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