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Lettere in Redazione

- Perché faccio il catechista? Una verità scomoda
- Lettere sull'«Atto di dolore»
- Lettere a Maria

Perché faccio il catechista? Una verità scomoda

La lettera che ha dato il via ai vari interventi:

Perché faccio il catechista? Una verità scomoda


Questa domanda me la sono posta sin dal primo anno in cui ho iniziato a fare il catechista, senza trovare mai una risposta del tutto soddisfacente. Ho continuato a pormela anche negli anni successivi, ma una spiegazione accettabile, completa e risolutoria, non arrivava mai. Dentro di me sentivo che tutte le molteplici argomentazioni religiose, culturali, sociali, educative, non esprimevano la vera origine di questo mio interesse. Di fronte a molte argomentazioni, il cuore era d’accordo, la mente si dimostrava soddisfatta, ma la pancia continuava a dire che c’era dell’altro. Non riuscivo a capire da dove partisse la spinta che mi portava a svolgere, con interesse e passione, questa attività. La risposta è arrivata quest’anno, dopo tre anni di attività, e tutto è diventato chiaro e coerente, come se lo avessi saputo da sempre; come se la risposta fosse stata scritta da molto tempo, ma io non avessi avuto il coraggio di leggerla. Bene, adesso ve lo dico: ho iniziato a fare il catechista – e lo faccio tuttora – perché sono vanitoso. Sì, avete capito benissimo: la molla, la spinta, lo stimolo, l’impulso, la scintilla iniziale di questo impegno parrocchiale era - ed è tuttora - la mia vanità. Per fortuna non è solo questo - ci sono sicuramente tante altre motivazioni più nobili che danno valore a questo mio servizio - ma devo essere sincero: se non ci fosse la vanità non avrei mai iniziato a fare il catechista.
Ovviamente, quando ho preso consapevolezza di questa «verità» mi sono turbato parecchio e ho iniziato a provare un certo disagio. Per ridurre il malessere, ho cercato di chiamarla in altri modi: auto-motivazione; carisma; voglia di mettersi in gioco; forza dello Spirito Santo; valorizzazione delle proprie idee e altre formulazioni psicologiche/spirituali, ma alla fine tornavo sempre al punto di partenza: il mio impegno parrocchiale partiva dalla mia vanità. E adesso che lo so cosa faccio? Continuo o abbandono? Ho portato a termine l’anno catechistico pensando che se il buon Dio mi ha illuminato solamente dopo tre anni, forse significa che gli andavo bene così e che la mia debolezza non era proprio tanto grave. All’inizio di ogni incontro di catechismo ho pregato il Signore di trasformare la mia vanità in un umile strumento nelle sue mani, per dare energia alla sua parola e coinvolgere i ragazzi in questa magnifica e stimolante ricerca dei suoi insegnamenti evangelici.
Mi piacerebbe raccogliere il parere di altre persone e, soprattutto, sapere se altri - a fronte della classica domanda Perché faccio il catechista? - hanno trovato delle risposte scomode.
Giancarlo - Padova


Alcune reazioni alla lettera di Giancarlo:

Trasmettere la mia gioia
Anch'io vorrei rispondere alla domanda “Perché faccio il catechista?”. Premetto che prima di fare l’esperienza forte di diventare amico di una ragazza Down, ma soprattutto prima di capire che gioia immensa dà il volerle l’immenso bene che le voglio, per me l’essere catechista era sì meraviglioso, ma non gli attribuivo la giusta importanza. Fatta questa premessa, l’essere catechista per me è trasmettere ai ragazzi la mia gioia nell’abbeverarmi alle Sacre Scritture e la mia passione nel credere.
Luca Canetti da Ferrara

Rispondo a Giancarlo, catechista «vanitoso» (novembre 07). Caro Giancarlo, a me sembri perfetto! Hai convogliato il tuo difetto in una opportunità: la vanità è diventata la molla di un’attività preziosa, la catechesi, che, oltretutto, dici di svolgere con interesse e passione! Non solo: cosciente del tuo limite, preghi il Signore di trasformarlo in un umile strumento nelle sue mani! Perché mai non dovrebbe esaudirti? Se Dio ha deciso di realizzare il suo Regno attraverso gli uomini, che sono imperfetti, perché ti turbi tanto della tua imperfezione? Non credo che sia importante «il perché» facciamo una cosa (quesito che, se ci fai caso, mette noi al centro del ragionamento), quanto «il come» la facciamo (che invece rende protagonisti i fratelli). Voglio dire che, secondo me, non dovresti preoccuparti tanto del fatto che la vanità sia la molla del bene che fai, quanto impegnarti affinché questo tuo difetto non ti impedisca di fare bene il catechista, mettendo te anziché l’annuncio al centro degli incontri. Io mi ritengo un’egocentrica, e così mi sono inventata questo trucchetto: quando preparo l’incontro, e subito prima di incontrare i ragazzi, mi soffermo a pensare che i protagonisti sono Dio e i ragazzi; noi siamo solo strumenti. Ma devo dire che tu hai trovato una soluzione migliore: affidare a Dio le nostre debolezze. Penso che ti copierò l’idea! Un affettuoso augurio.
M. Laura - Ancona

Se permettete, vorrei rispondere al sig. Giancarlo di Padova che si domandava: «Perché faccio il catechista?». Premetto che faccio oramai da anni la catechista in un piccolo paesino, vicino a Prato in Toscana. La molla che fece scattare in me la volontà di fare catechismo  fu ed è tuttora la seguente: la parrocchia aveva contribuito, in modo molto determinante, a portare i miei due ragazzi (un maschio e una femmina) a conoscere Gesù. Mi sentii e mi sento, il dovere di ringraziarla, mettendo a disposizione della parrocchia un po’ del mio tempo nella cura dei ragazzi.
Renza

Vorrei rispondere alla lettera di Giancarlo (N°3-Novembre 2007). Questo è il mio terzo anno di catechismo e ti assicuro che mi sono posta la tua stessa domanda centinaia di volte. Perché lo faccio? Nel mio caso non credo sia stata la vanità (oppure sì: chi può dirlo?) a spingermi in questa direzione, ma il desiderio di trovare un posto nell’equilibrio della mia comunità parrocchiale; se uno ha dei talenti cerca di metterli a disposizione, perché spesso accade (specialmente in parrocchia) di credere che c’è sempre qualcun altro disposto ad accollarsi un incarico che ci viene richiesto di assumere, mentre in verità non c’è: questo modo di pensare, almeno nella mia comunità, ha fatto vacillare o cadere molti progetti validi. Personalmente, trovo parecchi stimoli nel gruppo giovanile che frequento o in altre occasioni di arricchimento spirituale che mi capita di cogliere: è in quei momenti che mi interrogo sul mio essere cristiana e anche sul mio essere catechista.
Spesso mi vengono mille idee su come impostare gli incontri con i bambini, preparo un sacco di materiale, sento di padroneggiare gli argomenti, ma poi mi chiedo se il messaggio del Vangelo entri veramente nella loro vita o se quello che percepiscono equivale ad una lezione scolastica che non ha particolari effetti sul loro cuore. Non credo che al Signore interessi se abbiamo iniziato fare i catechisti per vanità, per la convinzione di essere bravi o perché conosciamo bene la Bibbia (non è un corso di teologia!): l’importante è rendersi conto che - in fondo - è un servizio che svolgiamo volentieri, che siamo disposti a farci domande per migliorarci e che Dio può mutare le nostre motivazioni «egoistiche» in ragioni d’amore.
Ambra, San Giorgio di Mantova

Ho scelto di fare la catechista, primo perché mi è stato chiesto, secondo perché ero in un momento veramente difficile della mia vita e solo stare vicino a Gesù trovavo conforto. Il parlare ai bambini di come Gesù sia l’Unico vero Amico che non ci abbandona mai mi sembrava veramente quello che vivevo e vivo. Non riuscivo ad accettare la sofferenze senza offrirla, pensavo che anche Gesù sulla croce era stato umiliato, tradito eppure era riuscito a perdonare chi Gli aveva fatto del male. Credo che l’esperienza personale sia la più efficace molto più dei discorsi. Far capire ai figli o ai ragazzi di catechesi che tutto quello che ci capita è per un bene più grande che tutto serve.
Questo a mio avviso, è il messaggio che deve passare e non aiutarli a risolvere i problemi perché niente è nelle nostre mani.
Rosanna Mezzolombardo

Rispondo alla lettera di Giancarlo da Padova da voi pubblica sul numero della rivista di Novembre 2007 per portare anch’io la mia esperienza in merito alla domanda: Perché faccio il catechista? Una verità scomoda… ma per me in un altro senso. Sono abbonata alla vostra rivista da due anni, periodo in cui ho cominciato a fare la catechista ai bambini di terza e poi quarta elementare. Non avendo mai avuto esperienza in tale settore, ma solo tanta passione e volontà di mettere al servizio del Signore i «miei talenti», ho cominciato a documentarmi come potevo. Sapendo utilizzare internet mi sono collegata al vs. sito partendo dal libro utilizzato per la catechesi. Di qui è nata la curiosità per la vs. rivista, un sussidio che mi è stato davvero utilissimo: mi ha davvero guidato e aiutato con le schede e gli articoli nel difficile compito di catechista. Il motivo per cui volevo fare catechismo era cercare di trasmettere agli altri quell’Amore e Forza che avevo scoperto nella mia vita in un momento difficile per dover conciliare lavoro, famiglia e studio, riuscendo a laurearmi in un anno, nonostante i numerosi esami e la tesi ancora da affrontare. Il primo anno però il parroco ritenne che dovessi apprendere il mestiere e quindi mi collocò come aiutante a due catechiste veterane che preparavano i bimbi al sacramento della Confessione. Non sono mai mancata a un incontro, nonostante avessi una bimba di neanche tre mesi quando ho cominciato. L’anno scorso dato l’elevato numero dei bambini, la mancanza di veterane volontarie, ha fatto il grande passo: io dico mi ha mandato allo sbaraglio, affidandomi da sola (affiancata da un’altra catechista solo sulla carta visti i suoi impegni lavorativi e famigliari) una classe di quarta elementare formata dallo smembramento delle tre già esistenti. Dico allo sbaraglio perché i bambini non accettavano la divisione dai loro compagni, una nuova figura di catechista, di essere stati «scartati» proprio loro… Ho dovuto davvero lottare per farmi apprezzare e farli affezionare a me, ho inventato di tutto: giochi, quiz, cartelloni, attività. Devo dire però che il giorno della loro Comunione ho pianto per la commozione quando mi hanno ringraziato e abbracciato facendomi percepire il loro affetto: per me è stata la ricompensa più grande e l’esperienza più bella. Loro sono stati la mia speranza, la forza per lottare, lo stimolo per andare avanti.
Lucy, Barletta

Ci troveranno a braccia aperte
Caro Giancarlo di Padova (DC, novembre 2007), mi sono ritrovata nelle tue parole nella prima parte del mio cammino catechistico, iniziato con la mia bimba Maria Sole quando aveva 7 anni. Catechismo che continuo tuttora che sono nonna. Io credo che il Signore mi ha raccolta con la mia esuberanza, il mio entusiasmo, la mia vanità e, con la sua infinita misericordia, goccia dopo goccia, mi ha insegnato la mia inutilità con il mio «io» bello tronfio. Mi ha insegnato l’umiltà della preghiera e del silenzio e da lì tutto è cambiato, perché so che nel mio cammino di fede ci sono i sacramenti, gli incontri di preghiera, i ritiri spirituali, la catechesi, perché se non riempiamo sempre la nostra bisaccia, diventiamo dei maestri di scuola, che magari insegnano bene, ma che anche se spiegano storia e parlano dei greci non è che i ragazzi diventano greci… Noi grazie alla Parola di Dio li dobbiamo saper crescere ogni volta nell’amore e funziona perché per un certo periodo si condivide un cammino… e loro hanno sempre la certezza che se avranno bisogno di noi ci troveranno a braccia aperte. Ci sono dei ragazzi ormai adulti che mi fermano per strada e mi dicono «Ciao, Anna!» e parlando con loro scopro pur nel «cambiamento fisico» il mio ragazzo di allora. L’ultimo bell’incontro è stato con un fraticello a cui io dico: «Il Signore ti benedica! Vedere un bel ragazzo giovane e così sorridente offrire la sua vita, per me è miele alla mia anima». Mi risponde con un sorriso: «Ma non ti ricordi di me? Sei stata la mia prima catechista…». Erano passati 20 anni! Quest’anno con i ragazzi della 4ª ci accingiamo a scoprire com’è bello l’incontro sacramentale con Gesù, ma con quelli che vengono alla Messa (frequentano il catechismo da due anni) è dall’anno scorso che facciamo la «comunione spirituale». Troppo bello trasmettere l’amore che Gesù ha per noi.
Anna, Alessandria

La mia avventura di catechista
Ciao, mi chiamo Tatiana, ho 17 anni e da qualche anno collaboro alla catechesi della mia parrocchia. Ho letto quanto scrive Giancarlo da Padova sul numero 3 del 2007 e anch’io vorrei esprimere la mia opinione. Dopo la cresima ho terminato il catechismo e la suora che mi ha accompagnato lungo questo cammino mi ha chiesto se avessi voluto aiutarla con il nuovo gruppo che le avevano assegnato. Io ho accettato con entusiasmo perché ero molto felice e orgogliosa di potermi rendere utile nella mia parrocchia e così ho iniziato la mia attività di catechista. Nel 2004 il nostro parroco don Tino é stato trasferito e da noi é arrivato don Carluccio che ha subito dimostrato grande volontà e disponibilità verso tutti. In seguito é giunto come assistente don Michele, anch’egli una persona di cuore. Nel 2006 assieme ad altri ragazzi e ragazze della parrocchia sono diventata ufficialmente catechista. Per l’anno catechistico 2006-2007, il don ci aveva assegnato (a Gianluca, a Marta e a me) i bambini della terza elementare, a cui sono molto affezionata. Li abbiamo accompagnati nel cammino che li ha portati alla Prima Comunione. Conservo nel cuore con molta gioia il ricordo di quel giorno. Mi é dispiaciuto moltissimo quando, a settembre, il don ha annunciato il cambiamento di alcuni gruppi da parte di noi catechisti. Quest’anno ci hanno assegnato (ad Angelina, a Riccardo e a me) i bambini più piccoli, che fanno prima elementare. Per loro é il primo anno di catechismo, per noi é iniziato l’anno più difficile in quanto abbiamo il compito, all’apparenza semplice, di farli ambientare (molti cercano ancora la mamma e il papà), di farli relazionare e insegnare loro le prime preghiere.
Quando mi domando perché faccio la catechista, mi rispondo: perché sono una ragazza a cui piace dedicarsi agli altri, insomma voglio fare qualcosa che sia utile, al contrario di alcuni adolescenti che pensano solo a se stessi e al divertimento. Faccio la catechista molto volentieri; adoro stare a contatto con i bambini anche perché ti fanno rivivere per la seconda volta quella fascia d’età di cui a volte ho nostalgia. Penso sia un’esperienza che aiuta a maturare e a crescere nella fede. Come dice Alessandro Manzoni: «Occupati dei guai, dei problemi del tuo prossimo. Prenditi a cuore gli affanni, le esigenze di chi ti sta vicino. Regala agli altri la luce che non hai, la forza che non possiedi, la speranza che senti vacillare in te, la fiducia di cui sei privo. Regala un sorriso quando hai voglia di piangere. Produci serenità dalla tempesta che hai dentro. Ti accorgerai che la gioia a poco a poco entrerà in te. Invaderà il tuo essere, diventerà veramente tua nella misura in cui l’avrai regalata agli altri».
Tatiana, Pavia



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