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Su Dossier Catechista del febbraio 2007, veniva pubblicata questa lettera di Maria:
Salve, ho 41 anni, sposata con due figli. Sono catechista delle elementari da cinque anni, questo è il sesto per me. Ho iniziato senza sapere a cosa andavo incontro, il mio cappellano mi ha affiancato in un momento molto particolare della mia vita, avevo appena perso mio fratello di 26 anni in un incidente. Faceva il camionista e a due mesi prima di sposarsi, un altro camion ha sbandato uccidendolo sul colpo. Per me è stata molto dura, soprattutto quando dovevo dire ai bambini che Gesù è buono, che non vuole mai il nostro male e ci protegge sempre. Io lo dicevo, ma dentro di me era una tortura continua e non lo pensavo affatto! Come può farmi soffrire cosi tanto! Cammin facendo ho perso per malattia l’altro mio fratello di 43 anni e mio padre l’anno scorso. Praticamente in dieci anni ho perso due fratelli giovani e mio padre di 73 anni. Mia mamma è distrutta, va avanti non lo so nemmeno io come faccia. L'anno scorso mi hanno chiesto di passare alle medie, io ho rifiutato senza nessun dubbio. Ora quest’anno mi hanno praticamente obbligata. La nostra parrocchia è molto grande, ci sono due cappellani e un parroco e circa 700 bambini tra medie e elementari. Dentro di me sono molto turbata e la tentazione è di mollare tutto. Soprattutto vedo le altre catechiste come parlano di Dio: ti accorgi proprio che lo amano e lo trasmettono molto bene ai loro ragazzi, invece io parlo, ma sono come un riccio: non riesco ad abbandonarmi e ho paura di non sapere trasmettere loro la fede, soprattutto ai più grandi. Ho provato personalmente e la vita ti può cambiare da un momento all’altro e ti crolla il mondo addosso.
Maria
Moltissimi hanno risposto a Maria. Presentiamo alcune delle risposte pervenute alla redazione di Dossier Catechista, ricordando che tutte le lettere sono già state inviate a Maria.
Quando ho letto la lettera di Maria, ho sentito un tuffo al cuore; anch’io sono una catechista (ho cinquantadue anni) e lo sono da sette anni. Anche io mi sono incamminata verso questa ‘avventura’ dopo la morte del mio unico fratello, deceduto a 41 anni dopo una lunga malattia della quale avevano previsto una breve durata (circa 6 mesi) ma che invece si è protratta per quasi tre anni.
La differenza con Maria, invece, e che io proprio nella morte di mio fratello ho scoperto DIO; dopo l’iniziale smarrimento, confusione, dolorosa rabbia, ribellione e non accettazione dell’avvenimento e dopo i mille perché, come sempre, inevitabilmente, avviene in questi casi, DOPO è cominciata la PACE che non significa assolutamente il cessare del soffrire, anzi, (anche adesso, dopo più di sette anni mi ritrovo a piangere) ma solo che ho provato sulla mia pelle come «Dio non permette nulla che non abbia un senso». Certo, ci vuole tempo per verificare questa realtà, basta soltanto aspettare, con FEDE e vivere nella FEDE e con FEDE saper leggere gli avvenimenti...
Ho sentito e sento tuttora le considerazioni di gente che, dopo aver fatto qualche opera buona o essersi dedicata al volontariato, rimane scandalizzata dal fatto di ricevere la stessa dose di dolore e di affanni e dispiaceri di qualunque altro che vive nel suo guscio, come se il donarsi agli altri, la nostra disposizione e il nostro ‘volontariato’ ci renda come immuni dai dolori, dalle angosce dai problemi della malattia, della sofferenza, della morte delle persone care...
Non è così, ai ‘vicini’, così chiamiamo in parrocchia i coinvolti in attività molteplici, quelli che partecipano, che frequentano, si coinvolgono, si attivano, si prestano spendono tempo ed energia, i dolori non vengono risparmiati, anzi, a volte sembra che certe avversità si abbattano con più tenacia proprio su chi più ‘pratica’ (sarà una coincidenza?).
La risposta è arrivata ‘ad oc’ nel leggere il Vecchio Testamento. Nella Genesi al cap. 27 narra della storia di Giuseppe. La frase rivelatrice è quella di Giuseppe che afferma che... Dio ha pensato di convertire il male in bene, per fare quello che oggi vedete, per conservare in vita un gran popolo, ecc. ecc.
Per un attimo mi sono messa nei panni di Giuseppe, piccolo pastore con il dono di fare i sogni che solo dopo anni tra molteplici avversità (la gelosia dei fratelli, l’essere da loro venduto, l’allontanamento dal padre e dalla sua casa, la prigionia…) comprende il perché di tutto il dolore e la delusione sofferti: era la strada per salvare la sua gente! È la sua presenza in Egitto quando arriva la carestia che permette a lui di fare quel che ha fatto.
Vedi, quindi, cara Maria, che la nostra presenza su questo mondo, in questo preciso momento storico non è qualcosa di «accidentale», ma ha un suo significato preciso. Ma FEDE significa credere nel progetto previsto per noi anche se a noi, per ora sembra oscuro. Il tempo ci svelerà i misteri eterni. Vorrei dirti tanto altro, vorrei poter piangere insieme i nostri cari, la cui perdita non è definitiva, loro non sono «persi», soltanto nascosti in attesa di poterci con loro ricongiungere, una volta superata questa nostra presenza terrena.
Se vorrai, potrai scrivermi direttamente all’indirizzo privato.
Ti saluto caramente e ti abbraccio
Laura
Cara Maria,
colpita (e chi non lo sarebbe?) dalla lettura delle tue parole non posso fare a meno di scriverti. In realtà, ho capito subito che non so esattamente che cosa risponderti, ma, ripeto, non posso fare a meno di provare a darti una mano. Il turbamento che tu esprimi con chiarezza lo proviamo quasi tutti, in particolare nei momenti più difficili: come trovare la forza di… non solo andare avanti, ma per giunta sostenere se stessi e gli altri nel cammino quotidiano; ancora di più nel caso di noi catechisti, presentare Gesù come Buon pastore a chi non lo conosce ancora, e farlo da “testimoni”, cioè saper dire: «Credetemi, è così, io lo conosco!». Compito che sembra impossibile! Quando a me è capitato un periodo di dolore (la perdita di mia sorella dopo anni di cure e preghiere, preghiere e cure) mi aggrappavo a qualunque appiglio potesse suggerirmi un’idea che mi sostenesse per un po’. Una volta per esempio, era il ricordo delle parole di mia sorella stessa che con tutte le sue forze insisteva nell’educare i sui figli («Se non ora quando?», mi diceva) e spiegava loro che la nostra mente e il nostro cuore sono piccoli per capire, ma poiché sappiamo per certo che Gesù ci vuole bene, allora possiamo stare tranquilli. Se lui dovesse chiederci un sacrificio così grande… certamente un motivo importante ci sarà, da qualche parte del mondo e del tempo, chissà! …fidiamoci di lui.
Un’altra volta, ad aiutarmi è stata una breve conversazione con mio fratello, (uno di quelli che sanno ascoltare). Io confusamente mi sfogavo a proposito del valore delle preghiere e dicevo che forse facciamo male a contarci, forse dovremmo chiedere soltanto grazie spirituali, forse pregare è inutile, perché tutto va come comunque andrebbe, o forse tutto… non vale la pena!
Lui non rispondeva man mano, ma in silenzio ha lasciato che io non potessi più parlare per il nodo che mi stringeva alla gola e poi con calma: «C’è da dire però che ti è stato data un’occasione unica!». «E quale?». «Esistere». «E per ottenere cosa?», brontolavo io. «Direi il paradiso, la vita, no?».
Capisco che detta così non rende molto l’idea, ma ti assicuro che quella sera in macchina parcheggiati vicino i cassonetti sotto casa mia, queste affermazioni che potevano sembrare superficiali e impacciate, ma che mi veniamo da qualcuno che so molto serio e profondo, è sicuro che non le dimentico.
Io sono stata fortunata, in queste cose come in altre occasioni, che custodisco e mi danno ancora sostegno dopo 12 anni.
Per quanto riguarda il nostro impegno di catechisti testimoni, penso che non dobbiamo scoraggiarci: la nostra fede è povera e fragile, spesso messa male, ma credo che se riusciamo a mettere amore in tutto ciò che facciamo, e questo amore lo mettiamo, perché crediamo che abbia un valore eterno, allora anche se forse non ce ne accorgiamo subito, ritrova il suo senso.
Ti scrivo queste cose adesso, sull’onda della lettura della tua storia, perché non sono certa che domani o un altro giorno, quando lo scoraggiamento potrà avere la meglio, proverò questo stesso senso di fiducia e di abbandono.
Resto di stucco quando mi dicono «Beata te che hai la fede». E che cosa c’entra? La fede come la vivo io, non è un vaccino assunto una volta per sempre che ti risolva qualunque problema (da il senso della vita a come sbarcare il lunario). Proprio no! Esistono gli alti e i bassi, eccome!
Allora, concludendo, perché sono le 15e trenta e devo scappare in parrocchia per la catechesi, concludendo direi offriamo al Signore gli alti e i bassi, perché lui solo può veramente capire e valorizzare i nostri sforzi.
Chiediamo allo Spirito Santo di darci una mano. Approfittiamo dell’aiuto di chi ci sta vicino e non chiudiamoci a riccio, come dici tu. Coraggio! Ti mando un grosso bacio, e ti prometto di pregare per te.
Chiara
Carissima Maria,
ho letto la tua lettera sulla rivista Dossier Catechista di febbraio e mi sei entrata. nel cuore. Mi presento, mi chiamo Liliana, ho 45 anni e da ben 25 sono costretta su una carrozzella per una malattia neuro-muscolare. Da tre anni faccio la catechista nella mia parrocchia con grande gioia. Non è facile credere all’amore di Dio quando veniamo provati così duramente, a volte può nascere dentro di noi la tentazione di sentirci abbandonati... a volte addirittura castigati.
Vorrei dirti di non mollare, anzi io credo che proprio perché la vita ti ha provato così duramente, tu possa donare e comunicare ai tuoi ragazzi la Fede, quella vera, la fede provata nella sofferenza. I tuoi ragazzi capiranno che tu ami veramente Dio, perché nonostante le tue sofferenze continui ad amarlo, non l’hai abbandonato ma continui a parlare loro di Lui.
Tu che hai provato la sofferenza potrai capire meglio i tuoi ragazzi, i loro dubbi, le loro sofferenze, le loro ribellioni e potrai aiutarli ad approfondire la loro fede, potrai consigliarli nelle scelte, potrai aiutarli a continuare a sperare contro ogni speranza. Ti dico queste cose perché anch’io ho avuto parecchie prove nella mia vita: ho perso mio papà quando avevo 16 anni, a 20 mi sono ammalata, ho visto morire due carissimi amici a solo 39 anni... ho provato la solitudine, l’angoscia... ma Dio non mi ha mai abbandonata. Come san Paolo mi piace ripetere: «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di Colui che ci ha amati» (Romani 8, 35-39). Ti prometto un ricordo nella preghiera, che lo Spirito Santo ti doni il coraggio di continuare a fare catechismo, a non mollare... Chiedo anche a te una preghiera perché possa sempre essere la matita di Dio, come diceva Teresa di Calcutta. Un abbraccio e un grazie per la tua testimonianza. Con affetto
Liliana
Ho appena letto la lettera di Maria e vorrei contribuire - se ci riesco - anch’io, a darle serenità, raccontandole un’esperienza recentissima di mia figlia venticinquenne. Giusto otto giorni fa è morto un giovane di 33 anni, milanese, di buona famiglia, ma soprattutto generoso. In occasione della tremenda onda anomala in Asia – pensa – ha lasciato i suoi impegni ed è andato anche lui a dare il suo aiuto. Ma è soprattutto un ragazzo di grande fede. Che c’è di strano? Oltre alla giovane età? Ti racconto. Nel mese di luglio dello scorso anno aveva perso suo padre, il 14 ottobre se n’è andato anche il fratello, ammalato di tumore. Sua madre non ha proprio retto: prima della fine dell’anno scorso è morta anche lei. Questo giovane, ormai solo al mondo, è crollato, non nella fede, ma nel fisico. Aveva delle febbri spaventose, delle quali non si capivano le cause. Ricovero in ospedale e lui, con grande serenità, diceva solo - a mezzo sms a mia figlia - di rammaricarsi di non poter partecipare alla veglia di mezzanotte, la vigilia di Natale: non ne aveva persa neanche una, fino ad allora! Come nostro Signore ha voluto, quella vigilia dello scorso anno le sue febbri sono sparite, ha potuto partecipare alla veglia - come sempre! - e dopo di nuovo ricovero, di nuovo tubicini e fili e la speranza - a detta dei medici - di poter vivere forse ancora altri sei mesi. Sempre dagli sms che mia figlia riceveva - erano ormai l’unico contatto col mondo esterno, per lui, che era chiuso in una stanzetta di ospedale - dimostrava una grandissima fiducia in Dio: diceva che tutto quanto sarebbe accaduto sarebbe stato comunque per il suo bene. «Dio sa qual è il mio bene!», diceva... Ora noi siamo qui, in questa valle di lacrime, a proseguire il nostro cammino... Conosco il dolore di mia figlia, e, da mamma, soffro anch’io, per lei.
Vedi cara Maria? Quanto dolore c’è nel mondo, oltre al nostro! Capisco che il dolore degli altri non serva a lenire il «vuoto» che percepiamo, ma ci accomuna! e sorreggendoci gli uni e gli altri riusciamo ad andare avanti, giorno dopo giorno, senza perdere la speranza. E per quanto riguarda i ragazzi "sgarbatelli" a noi affidati... dobbiamo fare come diceva Don Bosco: ripetere 100 volte e anche più - se occorre - le stesse cose, senza stancarci, con amore e pazienza verso i figli del nostro tempo che manifestano - nel modo a noi meno simpatico - tutta l’incertezza del presente e la loro difficoltà di vivere. Se ci pensiamo attentamente, forse essi stessi soffrono più di noi e non sanno come chiederci aiuto, finendo per rifugiarsi nei giochi elettronici e vivendo ancora di più la solitudine. Non socializzano, questi figli! Hai notato quanto poco parlino con i loro genitori? E con i grandi in genere? Non li ascoltiamo a sufficienza, secondo me! Allora, sull’esempio delle persone migliori di noi, facciamoci coraggio e forza e soprattutto, non deludiamo la fiducia che nostro Signore ripone in ciascuno di noi e rendiamo fruttuoso il «talento» che a ciascuno di noi ha affidato. Un abbraccio,
Maria Letizia
Cara Maria,
è facile fare il catechismo, parlare di Dio Amore quando tutto va bene, diventa difficile, arduo, quando si ha il cuore a pezzi per il dolore. Cara Maria, va avanti, prega ancora quel Dio che ha permesso tutto, anche la morte di tuo fratello, che poi però è risorto! Ciao
Anna
Cara Maria,
mi chiamo Gianna. Anch’io, come te, ho perso una sorella molto giovane: aveva trent’anni e due figli piccoli. Puoi immaginare il vuoto che c’era in quella casa.
Più avanti nel tempo, mio padre, reso lentamente infermo dalla malattia, aveva bisogno di cure e presenza costanti. Il tempo passato accanto lui (ultimamente non poteva nemmeno parlare) mi ha fatto riscoprire la sua bontà, la sua umiltà, il bene che gli volevo.
Vorrei risponderti con una preghiera di un anonimo brasiliano. Forse la conosci già, ma ogni tanto me la rileggo volentieri.
Messaggio di tenerezza. Sognavo che camminavo in riva al mare con il Signore e rivedevo sullo schermo del cielo i giorni della mia vita passata. E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia due orme: le mie e quelle del Signore. Ma in alcuni tratti ho visto una sola orma, proprio nei giorni più difficili della mia vita. Allora ho detto: «Signore, io ho scelto di vivere con te e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me. Perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili?». E lui mi ha risposto: «Figlio, tu lo sai che io ti amo e non ti abbandono mai: i giorni nei quali c’è soltanto un’orma sulla sabbia sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio».
Cara Maria, sei ancora in braccio al Signore, ma quando riuscirai a camminare da sola e lui sarà sempre fianco, non solo riuscirai a parlare di Dio, ma mostrerai agli altri il suo volto. Perché il vissuto conta molto più delle parole. Abbi speranza!
Gianna
Cara Maria,
mi permetto di scriverti, nonostante l’inconsapevolezza del tuo immenso dolore, cercando di dimostrare attenzione e rispetto al tuo "vuoto". "Mollando tutto" a volte può essere utile, se necessiti di un cammino più profondo, la cui risalita è senz’altro più difficile, ma ognuno deve poter scegliere la propria strada. Personalmente penso che non sempre ciò che si "vede" è ciò che "é", quindi mi chiedo se hai già provato a confidarti con qualche "catechista" affinché insieme possiate fare un cammino? Oppure anche esprimendo i tuoi dubbi e timori non solo al parroco o a chi ti ama già, ma a un incontro coi genitori dei ragazzi a te affidati? Chissà forse potresti in qualcuno di loro trovare sostegno, collaborazione… amicizia che "sopporti" insieme a te questo "cammino di fede" più profondo, più significativo di cui noi tutti abbiamo bisogno di rinnovare, e i giovani di trovare.
Per me è stato in parte così e tuttora posso ringraziare alcune nuove amicizie che mi hanno capita e accettata, ma soprattutto per la mia esperienza vissuta in questi ultimi tre anni, la preghiera quotidiana alla B.V. Maria mi continua a sostenere e a tenermi lontani "quei fantasmi" che mi opprimevano. Ora non so se e quando riappariranno, ma la preghiera quotidiana è senz’altro un’ottima alleata. I ragazzi infine penso che siano un’altra risorsa a cui attingere, perché sentendo la tua voce intuiscono la verità, quindi la sincerità nei loro confronti. Non sempre è un’arma, a volte si trasforma in quella "risposta" in "quella luce", di cui tu hai bisogno.
Comunque sono certa che tu la risposta, in cuor tuo, sia già pronta, quindi nella preghiera la troverai e un "segno" tutto tuo ti dimostrerà che Lui c’è, ma Lo hai solo "perso di vista", perché una grande lacerazione ha creato un "baratro". La tua confidenza "pubblica" dimostra la tua umiltà e richiesta di aiuto, quindi secondo me sei già a "metà" del cammino.
I migliori auguri di un buon proseguimento e perfezionamento di fede alla riscoperta di Dio nel tuo cuore.
Giulia
Carissima Maria,
Ho letto la tua lettera su Dossier di febbraio e mi ha colpito una tua frase molto sincera: «Gesù è buono… io lo dicevo, ma dentro di me era una tortura continua e non lo pensavo affatto». Mi chiamo Frida, ho 49 anni, sono sposata e vivo a Padova. Ho cinque figli e faccio la catechista da 10 anni! La tua frase mi ha colpita perché rivela una teoria (l’amore di Dio = Gesù è buono) che non si è mai incontrata con la pratica! Tu sai, conosci l’amore di Dio, o forse non lo hai mai sperimentato nella vita. E questo è un vero peccato! Noi cristiani siamo persone davvero speciali, perché siamo state scelte e chiamate da Dio per nome a formare la sua Chiesa, il suo popolo. Ma questo cristianesimo non è, come molti vogliono farci credere, una teoria, una serie di norme e prescrizioni o divieti morali. No, il cristianesimo non è un moralismo, ma è fondamentalmente un’esperienza, un incontro vero è concreto con lo Spirito di Gesù Cristo Risorto. Se tu non hai mai fatto questa esperienza nella tua vita quotidiana, se non hai mai incontrato questo Spirito capace di dare vita, di trarre dalla morte profonda, dall’angoscia, dal lutto, dalla precarietà, dalla sofferenza, dalla tristezza… vuol dire che conosci Dio solo teoricamente. Ti manca la pratica, il tirocinio, la conoscenza vera. Solo così potrai raccontarlo i tre ragazzi con gioia ed entusiasmo.
La Chiesa infatti non nasce dopo la risurrezione di Gesù, ma dopo la discesa dello Spirito Santo che ha dato agli apostoli la forza e il coraggio, ma soprattutto la consapevolezza che quel Gesù che loro avevano conosciuto, amato, seguito e che era stato crocifisso ed era morto e risorto, era proprio il Figlio di Dio. Allora cosa puoi fare tu? Puoi chiedere con umiltà ma con insistenza al Signore che ti mandi il suo Santo Spirito che ti permetta di accettare la tua sofferenza di questo momento (la tua croce!), ma che poi ti conceda di poter sperimentare il suo amore e quindi di poter vedere la tua croce gloriosa. Tu sai bene che senza croce non c’è cristianesimo e non è possibile incontrare il Risorto se non c’è la croce. Allora coraggio, tu in questo momento particolare della tua vita sei nella condizione privilegiata per poterlo incontrare davvero.
Prega usando per esempio i salmi, che io credo siano tra le preghiere più belle che la Chiesa ci ha dato; cerca il Signore con cuore sincero e vedrai che lui si farà trovare trasformerà il tuo lutto in gioia. Solo Dio ha il potere di fare questo, non ci sono psicologi, medici o maghi che siano capaci di questo miracolo.
Noi cristiani abbiamo una certezza: che tutta la morte di questo mondo non ha potere sopra di noi, perché a noi è stata donata alla vita eterna, quella che tuo padre e i tuoi fratelli stanno già sperimentando in cielo. Anche a noi però che siamo qui è stata data la possibilità di assaporare questa vita eterna. Quando? Dove? Ce lo dice molto chiaramente San Paolo: «Siamo tribolati, ma non abbattuti, sconvolti, ma non disperati, perseguitati, ma non abbandonarti, colpiti ma non uccisi, perché portiamo nel nostro corpo il morire di Gesù affinché sia manifesta in noi la sua Risurrezione e portiamo questo tesoro (lo Spirito Santo) in vasi di creta (che siamo noi), affinché sia manifesta che la forza di questo amore viene da Dio e non da noi (2Cor 4,7-12).
Nel Credo noi professiamo che Dio è Signore del cielo e della terra, che lo Spirito Santo è Signore e dà la vita… Tu credi questo? Credi che Gesù Cristo è il Signore della tua vita della tua storia e che ha potere sui fatti della vita? Bene, allora invocalo, pregalo, chiamalo, grida forte, fatti sentire con forza e convinzione e il Signore non ti deluderà.
Tu hai la possibilità ora di vedere cambiare la tua vita, perché tutti questi fatti dolorosi di morte che ti sono capitati forse hanno lo scopo di farti fare un salto di qualità nella fede e farti avere un incontro serio, profondo e autentico con lo Spirito Santo del Signore e con la sua misericordia.
Ci sono sempre due possibilità: soccombere agli eventi, alla storia, alla sofferenza, oppure appoggiarsi a Dio e riuscire a camminare sulle acque della morte, senza affondare, che è l’esperienza di Pietro.
Quando avrai fatto anche tu questa bellissima esperienza vedrai che saprai cosa dire ai ragazzi e come dirlo!
Il mondo non ha bisogno di teoria, di bravi parlatori, ma di testimone autentici, capaci di mostrare l’amore di Dio.
Tu sei stata scelta per diventarlo, a te la prossima mossa. Ti lascio le parole di Giovanni Paolo II in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù del 2000: «Non abbiate paura, perché Cristo ama ciascuno di noi in maniera personale ed unica nella vita concreta di ogni giorno… Ci ama quando riempie di freschezza le giornate della nostra esistenza e anche quando, nell’ora del dolore, permette che la prova si abbatta su di noi…».
Ti abbraccio e faccio il tifo per te, perché tu sei stata scelta non per «mollare tutto», ma per mostrare a tutti chi è il nostro Dio!!! Con affetto,
Frida
Cara Maria,
ho il tuo stesso nome, 49 anni, sono moglie e mamma, sono catechista da 16 anni e ho perso in tre anni entrambi i genitori colpiti da cancro e posso capire la tua sfiducia.
Condivido il tuo imbarazzo quando dici che non ci che le sue buono però dentro di te ti chiede se i ragazzi capiscano che non lo pensi davvero.
Sono anch’io così e se non sono convinta di quello che dico mi sento ipocrita. Ho avuto in questi 16 anni un periodo in cui mi sentivo falsa nel fare catechesi e mi fermai. Mi è servito per riflettere. Io vivo in un paese di poco più di 2000 abitanti dove si ci conosciamo tutti e quando incontri bambini che hai portato alla Prima Comunione e che chiedono: «Perché non vieni più?», devi dare delle risposte soddisfacenti per non vanificare quello che hai fatto prima.
In questo momento nella nostra parrocchia si iniziato un altro progetto per adulti. Si chiama «Nuova Immagine di Parrocchia» (NIP). Praticamente c’incontriamo una volta al mese a casa di qualcuno, circa 15-20 persone adulte e riflettiamo sulla Parola di Dio confrontandola con la realtà di oggi. Il parroco mi ha affidato il compito di animare e guidare uno di questi gruppi. I gruppi sono 13 in tutto il paese. Questo impegno ha fatto sì che io conoscessi più in profondità la Parola usando meglio la Bibbia. Mi spiego: come catechista dei bambini consultavo i catechismi e qualche rivista che mi passava il parroco. Adesso invece sono andata alla fonte ed è questa che mi ha reso più forte e più convinta. Non possiamo comprendere la volontà di Dio quando ci allontaniamo da lui. Lasciati guidare dallo Spirito Santo. Non lo dico per dire. Quando negli incontri ti senti fare delle domande che ti fa una persona anziana e ti viene fuori una risposta che mai avresti pensato di saper dare, ti rendi conto che veramente c’è qualcuno che usa la tua bocca per lanciare dei messaggi. Quando i miei ragazzi di catechismo (ho la seconda media è li guido dalla prima elementare) mi fanno le loro confidenze e chiedono aiuto per capire qualcosa che per loro è troppo grande, vuol dire che a quei ragazzi hai dato una speranza e sei diventata punto di riferimento e di fiducia per loro. Poi non dimentichiamo che sono i dolori grandi che ci rendono più forti e che Dio ci ama anche con le nostre debolezze, così come noi amiamo i nostri figli incondizionatamente. Auguri di cuore e non fermarti.
Maria
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