HomeContattiFaqMappa
Libreria on-line: -10%. Ricerca nel nostro catalogo on-line Ricerca Promozioni on-line Abbonamenti Carrello
Novità Le nostre librerie
Cec Bon Bosco
 
 
studi e proposte
 
strumenti
 
scuola catechisti
 
catechesi ai genitori
 
Lettere in Redazione
 
Dossier Catechista
 
Documenti
 
 
 

Catechesi
CEC DON BOSCO Catechesi Dossier Catechesi Ragazzi a catechismo Io non faccio niente di male

Dossier Catechista

Ragazzi a catechismo

- Ivan non vuole più andare a scuola e a catechismo
- Io non faccio niente di male
- I «no» che aiutano a crescere
- Date importanza all’incontro di catechismo!
- Il gioco è una cosa seria
- Conoscere bene i ragazzi

Io non faccio niente di male
di Anna Maria Bastianini

I bambini fanno fatica a riconoscersi deboli, fragili, non sempre all’altezza. Al loro fianco sono importanti adulti coerenti e maturi, capaci essi stessi di volersi bene.


Il gruppo di Giovanna
«Ho incontrato molte difficoltà con il mio gruppo di seconda elementare per la preparazione alla prima Confessione», dice Giovanna, catechista di lunga esperienza. «È un bel gruppo di bimbi vivaci, chiacchieroni, sicuri di sé, molto “competitivi”, come si dice oggi, ma sempre pronti a scagliarsi l’uno contro l’altro, a puntarsi il dito perché è sempre colpa degli altri. Nella preparazione alla Confessione mi sono trovata di fronte a un muro, al rifiuto totale anche solo della possibilità di aver fatto o poter fare “qualcosa di male”». «Io non faccio niente, non faccio niente» era il ritornello che in un modo diverso per ognuno, ha rimbalzato per qualche tempo nel gruppo. Mi ha colpito molto che affrontassero l’esame di coscienza come se dovessero difendersi da accuse infamanti nei loro confronti. Non mi era mai capitato così, e non ho capito fino in fondo il perché di questo atteggiamento».


- Ti senti almeno un po' in colpa?
- Certo!! come ho fatto a sbagliare un goal così facile?!?


Non abbassano la cresta
È molto frequente oggi incontrare bambini che assomigliano ai bimbi del gruppo di Giovanna. Per un verso ci incantano e ci gratificano: intelligenti, vivaci, così «disinibiti» nell’esprimersi che non stanno mai zitti, e spesso stupiscono per la competenza con cui sono in grado di destreggiarsi tra mille informazioni curiose e interessanti, che noi, bambini di ieri e dell’altro ieri, non ci saremmo neppure mai sognati. Nello stesso tempo ci irritano, proprio perché dicono dicono e non ascoltano mai, perché si presentano come quelli che sanno già tutto, e ci viene facile sgridarli, sottolineando «il negativo», perché «abbassino la cresta», innescando una lotta di potere che sembra non avere fine.

Eppure sono fragili
Ci colpisce perché, quando sono ripresi, sembrano sbriciolarsi, immediatamente si inquietano e si agitano e il rimprovero annega in un mare di ansia che produce pianto o chiusura oppure si scarica in comportamenti disturbanti, difficili da arginare, soprattutto all’interno di un gruppo. Ci sorprende la loro fragilità di fronte a ciò che è o che pensano difficile per loro, l’ansia nell’entrare in attività e situazioni nuove, o anche in semplici esperienze di gioco.

Devono sempre essere i primi
E ancora ci irritano perché devono sempre vincere, sempre essere i primi… La nostra esperienza di educatori ci lascia intuire con facilità, al di là della prima impressione, che si tratta di bimbi molto fragili, per nulla sicuri di sé e certamente non di bimbi «cattivi», insensibili, consapevolmente irresponsabili e superbi. Semmai, a volte, di bimbi arrabbiati, alla ricerca di un ascolto che sappia dare confini e sostenere una stima di sé come bimbo capace di fare e di dare il proprio contributo, di bimbo, nella relazione con gli adulti.

Sono i figli di oggi
Sono abituati per lo più a un clima educativo in cui non è più così chiaro per tutti che cosa si può e che cosa non si può fare, in cui la richiesta implicita o esplicita ai bambini è quella di «non dare problemi in più», per non appesantire il carico di lavoro e il ritmo di vita dei genitori, oggettivamente già molto faticoso. Sono i figli della cultura, dell’immagine e del successo, in cui il comportarsi bene vuol dire far bella figura, essere il primo, non farsi mettere i piedi in testa, in cui è il risultato, il voto, a sancire il valore di ognuno, in cui è bene «tutto ciò che mi piace» mentre ciò che ha a che fare con la difficoltà, la paura, l’ostilità, l’ansia, le emozioni e l’aggressività è bandito e contenuto negli schermi della tv e della playstation, per esplodere poi, con violenza incontenibile di fronte a qualsiasi difficoltà o contrarietà della vita reale.

Di questi genitori
Sono i figli di quella generazione di genitori così in difficoltà nel porre regole e limiti ispirati a un bene che non è solo ciò che piace a me, ma ciò che è un bene per tutti. Quei genitori incapaci di reggere l’insuccesso e l’incertezza dei propri figli e, pur di non correre il rischio di sentirsi genitori falliti o in colpa, pronti a fare per, a sostituirsi in tutto ciò che è possibile ai loro figli, per evitare loro la fatica, la difficoltà, la sofferenza del crescere. Quei genitori così poco in grado nelle semplici cose di tutti i giorni di sostenere il proprio bambino nell’incertezza, nello scoraggiamento, nel provare e riprovare per cercare soluzioni, pian piano in modo sempre più autonomo ai piccoli e grandi problemi della sua vita. Quei genitori così in difficoltà nel trasmettere al proprio bambino quando non si comporta bene, che «ha sbagliato», ma «non è sbagliato», che l’essere «perfetto» non è un valore assoluto e acquisisce senso solo come impegno a non danneggiare, anzi, ad essere utile, a se stesso e agli altri. E non si tratta di non fare mai errori, ma piuttosto di assumersene la responsabilità e impegnarsi a riparare.

Ritorniamo al gruppo di Giovanna
Non stupisce che i figli di oggi, così li chiamiamo per intenderci, che raramente sono stati aiutati a maturare una sana capacità di sentirsi in colpa, vivendo poi l’esperienza di essere perdonati e di poter riparare, possano fare molta fatica a riconoscere un senso al sacramento della Confessione, ed è normale, cioè molto frequente che, sentendo come profondamente minaccioso il guardarsi dentro di sé per scoprire ciò che non è bene né per sé, né per gli altri, tendano ad accusare, «proiettando» sugli altri, ciò che hanno tanto timore di scoprire in sé. Soprattutto se non hanno vissuto l’esperienza di essere amati anche fragili, a riconoscere anche le esperienze negative, il potersi sperimentare capaci di piccole e grandi scelte. Accompagnati dall’esempio di adulti coerenti nei loro valori, impegnati essi stessi a volersi bene, nonostante i difetti e le difficoltà, in un continuo e a volte faticoso lavorio di mediazione tra i bisogni, i desideri, i progetti di ognuno all’interno della famiglia, della scuola, della parrocchia…

La certezza di essere amato anche se debole
È questo che libera dalla necessità di negare, di nascondere, maturando la possibilità di tenere a bada, all’interno del legame affettivo, anche gli aspetti più distruttivi e negativi di ognuno. E apre la strada al Dio che è venuto per i peccatori, che non condanna mai la persona e sempre il peccato, che accoglie sempre, trasformando le nostre fragilità in un dono d’amore.

Chi perde il bambino che ha dentro di sé, lo rimpiangerà per il resto della vita.

«Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere» (François Rabelais).

«Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi se lo ricordano» (A. De Saint-Exupery, Il Piccolo Principe).

Sono i no a fare diventare adulti i nostri figli. I troppi sì li viziano.


torna su
 
ContrattoPrivacyCredits
© Istituto Bernardi Semeria - Editrice ELLEDICI P.I. / C.F. 00070920053