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I «no» che aiutano a crescere
Alla riscoperta delle regole
di Anna Maria Bastianini




«Sono vivacissimi, abituati a fare e a dire immediatamente ciò che salta loro in testa, capaci di pochi minuti di concentrazione e non di più, continuamente richiedenti la mia attenzione per nulla abituati ad ascoltare, e, meno che meno, a obbedire, caotici nell’organizzarsi per un gioco o per un’attività, inesperti nel dirimere costruttivamente i frequenti conflitti…». È questo è il quadro tratteggiato con preoccupazione da una giovane catechista alle prese con il suo gruppo nel primo anno.

□ «Non riesco a tenerli e mi sembra di non poterci fare niente perché sono educati così a casa. Cosa devo fare? Non riesco a impormi, mi sembra di essere cattiva».

Non solo coccole
La gestione di un gruppo di bambini oggi pone subito in evidenza la questione dell’autorità e delle regole. Viviamo in un tempo di cambiamenti sociali e familiari che hanno portato i genitori a privilegiare il registro affettivo piuttosto che quello normativo.
□ L’obiettivo educativo prioritario, al di là della scelta consapevole dei genitori, non è che il bimbo si comporti bene, ma che stia bene e sia sempre contento, nell’impossibilità di coniugare il legame affettivo con la regola e il riferimento a valori e norme condivise da tutti.
□ Il timore di genitori ed educatori oggi non sembra più quello di reprimere la spontaneità e la libera possibilità di espressione e di esperienza dei bambini (così come sottolineava Benjamin Spook intorno agli anni Sessanta). C’è una paura e un desiderio più profondo, legato spesso alla difficoltà ad assumere pienamente il proprio ruolo di adulto-genitore nei confronti dei bambini, esercitando quelle funzioni psicologiche che li aiutano a crescere: se dico di no, posso provocare reazioni di intolleranza, di contrasto, posso suscitare conflitti ed aggressività ed è difficile gestirli, essere fermi e far valere le richieste senza arrabbiarsi subito.
□ Genitori ed educatori vorrebbero sempre poter essere amati e amabili e ci si sente quasi «cattivi» a dire di no o a chiedere qualcosa che non rientra nei desideri immediati dei bambini.

I «no» che aiutano
Ma… «la gatta troppo buona fa i gattini ciechi», recita un antico detto di saggezza popolare. Proviamo a capire perché il «no» aiuta i bambini a crescere psicologicamente, ad «aprire gli occhi» a diventare grandi e autonomi.
□ Il «no» dell’adulto protegge dall’idea di poter essere onnipotente, permettendo al bambino di diventare e sentirsi progressivamente capace ed efficace nel confronto con la realtà.
□ C’è un primissimo periodo della vita in cui ogni neonato ben accudito dalla mamma non ha consapevolezza dell’esistenza di confini fra sé e la mamma, fra il proprio bisogno e la risposta «sintonizzata» della presenza affettuosa della mamma.
□ È solo con il trascorrere del tempo che il bimbo si accorge, nello scarto fra il sorgere del bisogno e la risposta materna, che la mamma è altro da sé e che a volte è disponibile, e altre volte no o si fa attendere. In altri termini, il bimbo progressivamente impara a confrontarsi con la realtà, con i tempi e le necessità del mondo esterno.
□ Questo passaggio dalla logica del desiderio a quella del confronto con la realtà non è spontaneo, va accompagnato dalla consapevolezza dei genitori, dai loro interventi di mediazione e di facilitazione anche ad accettare (non ad evitare) le inevitabili frustrazioni che il crescere comporta.
□ Quindi mentre nei primi mesi di vita il bambino crede di ottenere tutto ciò che vuole per una specie di potere innato, è compito dei genitori prima, e degli educatori poi, proteggerlo da questa illusione fornendogli le prime regole esterne, assecondandolo solo in parte, con un saggio equilibrio che, tenendo conto delle sue esigenze, ma anche di quelle della realtà, lo aiuta pian piano a interiorizzare, a far propria questa stessa capacità di mediazione tra sé e gli altri.

È così che impara a crescere
Lo si prepara così alla socializzazione, al rapporto con la scuola, alla possibilità di cooperare con gli altri, lo si protegge dai rifiuti, dai contrasti troppo violenti, lo si forma al raggiungimento di obiettivi che richiedono una sua parte attiva, gustandosi la possibilità di conquistarsi qualcosa, con tutta la fatica e la soddisfazione che questo comporta.
□ Dare regole, cioè esplicitare e far valere ciò che è «sì» e ciò che è «no», non è dunque fare un torto ai nostri bambini, anzi. Giacché le regole servono loro a delimitare lo spazio in cui crescere senza perdersi e senza perdere troppo tempo a provocarci per avere da noi il limite, il confine entro il quale è possibile per loro esprimersi, agire e costruirsi autonomamente.

L’adulto impari a fare l’adulto
Si potrebbe dire che oggi è più difficile per l’adulto essere autorità, che per il bambino, accettarla. Per il bambino, lo abbiamo visto, rapportarsi a chi sa e sa far valere, in relazione alla realtà, ciò che è giusto e ciò che non lo è, è un’esigenza vitale di crescita.
□ Ma per l’adulto, che magari ha vissuto nella propria famiglia un’autorità castrante o un’assenza di autorità di sapore abbandonico e vive ancora un rapporto problematico con se stesso in questa area, l’imparare a essere autorevole richiede tempo, riflessione su di sé, ascolto e interesse autentico per la crescita dei cuccioli d’uomo che ci sono affidati.


Verso la «capacità di giudizio»
«A 8-14 anni non è facile comprendere perché un certo comportamento è lecito oppure no. È più facile che un bambino di questa età sostenga che qualcosa non si possa fare o non sia corretto farlo perché la maestra non vuole, perché il papà ha detto di non farlo o perché è risaputo che non si può fare. Si tratta della cosiddetta fase di eteronomia (da etero = altro e nomos = regola) che consiste nel rispettare un regola perché una persona che si ritiene importante e significativa l’ha dettata, imposta o semplicemente esplicitata. Un fanciullo, poi ragazzo, deve essere però accompagnato nel lento e progressivo passaggio dall’eteronomia all’autonomia (da auto = da solo e nomos = norma) vale a dire alla fase in cui sarà poi in grado di darsi delle regole da solo, nel senso che non si limiterà ad attenersi a una norma o regola perché ha paura della rottura del legame con l’adulto che vuole che venga rispettata, ma avrà consapevolezza di tutta una serie di conseguenze, su di sé e sugli altri, dell’esito delle proprie azioni e delle proprie scelte» (Barbara Sini, collaboratrice dell'Istituto Adler).




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