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CEC DON BOSCO Catechesi Dossier Catechista Ragazzi a catechismo Conoscere bene i ragazzi

Dossier Catechista

Ragazzi a catechismo

- Ivan non vuole più andare a scuola e a catechismo
- Io non faccio niente di male
- I «no» che aiutano a crescere
- Date importanza all’incontro di catechismo!
- Il gioco è una cosa seria
- Conoscere bene i ragazzi

Conoscere bene i ragazzi
di Elvira Bianco

Conoscere bene i ragazzi nel loro momento evolutivo è il punto di partenza e un’esigenza per qualunque catechista.

«Se vuoi insegnare matematica a Pierino, devi prima di tutto conoscere Pierino». La frase contiene un’anima di verità confermata dall’esperienza di qualsiasi educatore. Perché anche una cosa per così dire «neutra» come la matematica, non entrerà mai nella testa (o nel cuore) di Pierino, se l’insegnante non sa creare il giusto interesse e non riesce a motivargliene l’utilità e i vantaggi.
Nella catechesi questa affermazione appare ancora più vera, trattandosi di trasmettere valori che per giunta non contengono immediatamente evidenti vantaggi. Anzi, per molti ragazzi, l’insegnamento religioso appare spesso come un qualcosa che o prima o poi richiederà qualche rinuncia. E non ha tutti i torti, anche se nel complesso per un cristiano è evidente che ciò che chiede il progetto cristiano conduce alla felicità e alla piena realizzazione di sé.

Perché la catechesi li coinvolga
La catechesi è diretta specialmente ai bambini e ai ragazzi. È un periodo che gli psicologi definiscono talvolta «età adulta dell’infanzia», ed è abbastanza omogeneo, tranne nei momenti di passaggio, che possono determinare periodi di crisi. Conoscerli bene nel loro momento evolutivo è una premessa indispensabile per qualunque catechista. È su questa esigenza che si fonda il cosiddetto «metodo antropologico», che premette a qualsiasi insegnamento catechistico, la conoscenza dei ragazzi e il far capire come questo insegnamento può coinvolgerlo da vicino e integrarsi nella sua vita di ragazzo in crescita e alla ricerca della realizzazione di sé.     Per capire meglio i ragazzi della fascia di età che si prepara a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana, vediamone dunque le caratteristiche principali. Sarà un primo avvicinarci alla personalità dei ragazzi. Nei prossimi numeri daremo altro spazio alla conoscenza della loro identità.

PSICOLOGIA DEI BAMBINI E DEI RAGAZZI

Dai 3 ai 7 anni è l’età magica, l’età dei «perché».
A 4-5 anni un fanciullo tende a credere che il mondo giri intorno a lui. Così piccolo, così fragile, e tuttavia sovrano! Egli ha alternativamente la sensazione che tutto gli debba ubbidire e il sospetto che spesso il suo potere gli sia tolto dagli altri. Da qui gioie, capricci, tristezze, entusiasmi e furie.
A sei o sette anni si sveglia il senso critico. I bambini immaginano la grandezza del mondo e si fanno un’idea dei disordini che lo tormentano, almeno di quelli che vedono alla televisione. Ciò non impedisce che restino molto più commossi per le sventure di un eroe immaginario, soprattutto se è un animale, che sulle vittime delle guerre o delle calamità naturali.

Dagli 8 ai 12 anni è l’età della ragione.
Tra gli otto e i dodici anni i ragazzi vivono un periodo di latenza: in psicologia, questa età indica il periodo durante il quale lo sviluppo della sessualità avviene in modo occulto.
Il ragazzo sa esprimersi, domina il linguaggio, ama discutere, scopre le gioie e le difficoltà della riflessione, dei sentimenti e dell’interiorità. Scopre che il mondo della fanciullezza è appassionante con i suoi giochi, i suoi amici e le sue scoperte. «A quell’età sono come spugne – afferma Caterina, un’educatrice –. Non hanno problemi di ego, si interessano del mondo che li circonda, sono curiosi di tutto. Non bisogna esitare a dar loro “da mangiare”: sono avidi di imparare!».

Tra i 12 e i 15 anni inizia l’adolescenza. È l’età della rivoluzione e della ribellione, la fine dello stato di grazia dell’infanzia.
Alcuni si ripiegano su se stessi e si chiudono, altri esplodono nelle prime ribellioni. I genitori non riconoscono più il fanciullo di ieri, e il fanciullo di ieri non si riconosce nell’adolescente che sta diventando. Si ribella, drammatizza, si sente perduto, si entusiasma e talvolta dà prova di cinismo. Si sente solo, incompreso, strano. Il gruppo diventa essenziale, sia che riesca a integrarvisi, sia che tenti invano di farsi accettare.

Elvira Bianco


«Non si dovrebbe mai dire “il ragazzo”. È come dire “la donna”. Si dica almeno “un ragazzo”. Un ragazzo esiste. È un essere in cammino. Ogni ragazzo è in cammino per diventare uomo o donna, del tutto diverso dagli altri» (Françoise Dolto, psicoanalista dell’educazione).

Misurati con queste tre domande: sono una specie di test sulla qualità del tuo lavoro con i ragazzi.   
a. Pensando al tuo rapporto con i ragazzi, scrivi a questo proposito le cinque cose che per te sono diventate più importanti da quando fai catechesi e le cinque cose che sono diventate meno importanti; 
b. Dalla tua esperienza, che cosa pensi dell’interesse dei ragazzi verso la religiosità? È lontana dal loro mondo e dai loro interessi? Ti pare possibile che si inserisca positivamente nella loro vita?
c. Scrivi a memoria il nome di tutti i ragazzi che hai a catechismo. Quanti riesci a scriverne?


Da Dossier Catechista, settembre 2005


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