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Dossier Catechista

Ragazzi a catechismo

- Ivan non vuole pił andare a scuola e a catechismo
- Io non faccio niente di male
- I «no» che aiutano a crescere
- Date importanza all’incontro di catechismo!
- Il gioco è una cosa seria
- Conoscere bene i ragazzi

Ivan non vuole più andare a scuola e a catechismo
di Anna Maria Bastianini

Molto è già stato scritto sul dilagare del bullismo tra i ragazzi e anche tra i bambini. Ma il bullismo è soprattutto una sfida per il mondo adulto.


Il bullismo è in costante aumento: nel 2005 gli adolescenti che dichiaravano di avere assistito a prepotenze erano il 65,8%, oggi sono il 72%. Secondo un'indagine del 2007 della Società italiana di pediatria su 1.200 studenti fra 12 e 14 anni, hanno assistito a episodi di bullismo soprattutto i maschi (75,6%), ma questo comportamento non è affatto prerogativa maschile.



Il dramma di Ivan
«Ieri sera è venuta a parlarmi la mamma di Ivan», dice Flavia, catechista del gruppo di quarta elementare. «Era molto agitata e arrabbiata. Mi ha comunicato che Ivan non ne vuole più sapere di andare a scuola e anche a catechismo (perché c’è lo stesso gruppo classe). Tre bambini lo prendono pesantemente in giro, gli hanno chiesto dei soldi, non perdono occasione per sbeffeggiarlo. Lui a casa non ha mai detto niente, ma da due mesi ha cominciato ad avere mal di pancia, nausea prima di andare a scuola e a rifiutarsi di andarci e il rendimento scolastico è andato a picco. Sono gli altri bambini, e in particolare le bambine, che hanno cominciato a raccontare alla sua mamma ciò che accade a Ivan in ricreazione e a volte in classe. Anche a catechismo, dice la mamma, è la stessa cosa».

Nessuno lo difende
«Quello che fa più arrabbiare la mamma e anche Ivan», continua Flavia, «è che nessuno degli adulti sembra dargli retta quando prova a chiedere che qualcuno faccia smettere questi tre bambini. E anche le loro mamme con cui la mamma di Ivan ha già parlato, sostengono che è Ivan che provoca e che è insopportabile. Ci sono rimasta male perché so bene che in quella classe c’è un brutto clima, litigano sempre, non riescono quasi mai a mettersi d’accordo, si scherniscono a vicenda, senza lasciarne passare una. Mi ero accorta che in particolare due bambini, l’altro è più un gregario, tendono a fare i bulli, ma non mi sono resa conto che Ivan fosse il loro bersaglio e che ci stesse così male. Mi dispiace e mi chiedo cosa posso fare, io che li ho solo un’ora alla settimana, anche perché un po’ mi sento in colpa perché Ivan non è proprio un ragazzino simpatico: è imbranato e sconclusionato e non ho mai avuto voglia di stare con lui. Per quanto riguarda “i bulli” ho provato a sgridarli in tutti i modi, ma non serve a molto se non a essere sempre irritata con loro e con gli altri che vanno loro dietro».

Il disorientamento degli adulti
Del bullismo sentiamo parlare dalla cronaca ogni giorno sui giornali e in tivù e, giustamente, ne siamo dispiaciuti e inquietati, consapevoli di essere di fronte alla punta di un iceberg di un clima sociale ed educativo poco favorevole. Ma quando questo problema tocca da vicino qualche bimbo che ci sta a cuore, inizialmente possiamo essere portati a sminuirlo (chi non è stato preso in giro da piccolo? chi non ha subito dispetti, scherzi pesanti, a volte minacce?) e a far finta di niente perché ci farebbe troppo star male prendere sul serio la questione. Ci troviamo poi però inevitabilmente presi da un vortice emotivo che travolge gli adulti più ancora dei bambini.
□ Sullo scenario, dunque, compaiono improvvisamente adulti disorientati, arrabbiati, profondamente feriti da ciò che è successo ai loro bambini, pronti a pretendere giustizia immediata con qualche intervento risolutivo in grado di cancellare l’episodio e ristabilire un equilibrio accettabile.
□ Ed è facile che, nel generale sentimento di impotenza, gli adulti si accusino a vicenda in un reciproco rinfacciarsi (tra scuola, famiglia, ambienti sportivi, catechismo, ecc.) di non aver visto, di non aver fatto, di non essere intervenuti al momento giusto.

Le nostre relazioni con i protagonisti
Ma invece di scaricare «la colpa» sugli altri adulti responsabili dei bambini, vale la pena di domandarsi chi sono la vittima e il/i bulli della situazione, quale possa essere il senso del loro comportamento, senza avere timore di incontrare fragilità e difficoltà che rimandano ad aspetti problematici per i bambini nella relazione con noi adulti.
□ Sappiamo infatti che la tolleranza, la comprensione di sé e degli altri, la capacità di relazionarsi con i «diversi da sé» e di controllare i propri impulsi non sono abilità innate, né calate dall’alto attraverso precetti astratti, ma piuttosto si sviluppa nella quotidianità a partire dalla primissima infanzia, e soltanto all’interno di esperienze e relazioni affettivamente significative.
□ E se è vero che gli adulti più vicini e più direttamente responsabili dei loro piccoli sono i genitori, sappiamo quale importanza nel percorso evolutivo assumono le altre figure educative come modello da imitare e riferimento capace di trasmettere fiducia in sé e negli altri, gusto di vivere, di acquisire competenze e di crescere imparando a pensare, a comunicare, a voler bene, a costruire relazioni di rispetto e di autentica collaborazione con gli altri.

Due facce della stessa medaglia
Tra i bimbi che si comportano come vittime o come bulli troveremo la duplice faccia di una stessa medaglia, espressione di grande fragilità, emergente da storie affettive diverse, ma segnate da relazioni profondamente carenti con gli adulti responsabili della loro crescita.
Il bullo (o i bulli, perché è spesso indispensabile il sostegno del gruppo per comportarsi come tale) è stato spesso vittima di relazioni psicologicamente o fisicamente aggressive o emotivamente segnate dal distacco e dall’indifferenza in un ambiente povero di valori morali. Non ha potuto viversi nella sua storia affettiva come interlocutore riconosciuto e importante nella relazione con l’altro (pur nel suo ruolo di bimbo). Incapace di modulare tenerezza e aggressività nel rapporto, propone ripetutamente una modalità di prevaricazione, sottolineata da una significativa difficoltà nel gestire la propria impulsività ed emotività riconoscendo quella dell’altro.
□ La vittima propone difficoltà speculari, emergenti da storie affettive segnate da iperprotettività e permissivismo. Insicuro, ansioso, ha avuto scarse possibilità di sperimentarsi in grado di affrontare le novità e le avversità, conosce il calore del nido caldo, il linguaggio della tenerezza, ma è spaventato dalla propria e altrui aggressività, dalla possibilità di fare e ricevere danno, e si muove nel mondo in un registro di passività e dipendenza quasi attirando su di sé i comportamenti violenti e prevaricatori che tanto vorrebbe allontanare.
□ Come spezzare la circolarità che lega i persecutori e le vittime? Come portare un contributo al riaprirsi di possibilità di comunicazione in cui entrambi imparino a rispettarsi e a stare bene?

Nessuno si tiri indietro
Ancora una volta è importante che nessun adulto si tiri indietro nella relazione con i ragazzi e testimoni passione e cura per la loro crescita.
□ Ascoltare, comprendere, «mettersi nei panni» dell’altro, offrire loro una modalità di relazione che non schiaccia, non aggredisce, ma piuttosto è in grado di sostenere, di trasmettere sicurezza, fiducia in sé, di sollecitare una buona gestione delle emozioni, della frustrazioni, dell’aggressività: è questa la sfida che oggi più che mai i piccoli - persecutori e vittime - ci chiedono di affrontare per loro e con loro.



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