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- Il festival della catechesi
- Il volo della grande aquila
- La Prima Comunione come «catechesi familiare»
- Con mamma e papà

La Prima Comunione come «catechesi familiare»
di Umberto De Vanna

Mettere al centro i genitori e i figli


Don Clemens Pfarrer con due ragazzini di Prima Comunione

Non ha ancora 50 anni, don Pfarrer Clemens Bieber, parroco di Sankt-Laurentius di Kleinostheim, in Germania, una cittadina che dista 40 chilometri da Francoforte. Prima di studiare filosofia e teologia per diventare sacerdote, ha lavorato in banca. Uomo robusto e giovanile, è un buon organizzatore, un pastore zelante e dinamico. Fino a sei anni fa si dibatteva in una catechesi tradizionale, nella quale era evidente che i risultati erano scarsi. Un fatto lo decise a cambiare. Aveva preparato con cura un incontro di gruppo per i bambini che si disponevano alla Prima Comunione. Insieme, con l’aiuto di una donna della parrocchia, aveva fatto una grossa forma di pane, impastando la farina e facendola cuocere sul momento. Alla fine don Clemens disse ai ragazzi più o meno così: «Questo pane, come sapete, serve per essere mangiato e quindi per nutrirsi, ma posso buttarlo con indifferenza sulla tavola, oppure posso spezzarlo e distribuirlo tra voi e può diventare segno di condivisione e di fraternità». E aveva preso il pane, l’aveva spezzato e diviso tra i ragazzi.
La reazione era stata sorprendente. Dissero che non avevano mai mangiato del pane così buono. Poi ne aveva dato un bel pezzo a ciascuno in una busta, dicendo ai ragazzi di ripetere la stessa cosa a casa. In una famiglia il bambino a tavola tolse il pezzo di pane dalla busta e raccontò con entusiasmo ciò che avevano fatto insieme nel gruppo. Divise il pane e lo distribuì, ma il padre dice: «Che stupidaggine!», annullando con una battuta tutto il bel lavoro che era stato fatto. Da quel momento don Clemens si convinse che non avrebbe mai raggiunto risultati veri senza il coinvolgimento della famiglia. Si rivolse al professor Albert Biesinger, che insegnava all’università di Tubinga e che aveva introdotto in Germania la catechesi familiare secondo un modello latino-americano. Da quel momento nacque una collaborazione che cambiò profondamente la catechesi nella sua parrocchia. Il professor Biesinger, che ha tre figli ed è diacono, è dotato di forte simpatia e grande capacità comunicativa: incominciò a incontrare i genitori, diede a tutti il suo libro Incontro a Gesù con mamma e papà (tradotto in italiano dalla Elledici), spiegò come avrebbe voluto coinvolgerli nella catechesi ai loro figli e li invitò a presentarsi una volta al mese. La risposta dei genitori fu molto positiva.




Don Clemens, perché la catechesi familiare?
• La catechesi sacramentale dei fanciulli non raggiunge lo scopo se si prescinde da un vero coinvolgimento dei genitori, come avviene per ogni altro aspetto educativo. Non mi pare del resto neanche molto corretto arrogarsi di educare religiosamente i fanciulli in esclusiva, senza tener conto del rapporto privilegiato genitori-figli a questa età. In Cile, dove è nata l’idea della «Catequesis familiar», si è detto ben presto: il vero problema catechistico non sono i fanciulli, ma i genitori.
Come vi siete organizzati?
• La catechesi ai bambini è settimanale. I genitori li incontriamo una volta al mese. Sono incontri piuttosto impegnativi. Aiutiamo i genitori a capire bene ciò che devono dire ai loro figli e il cammino che proponiamo sia ai fanciulli che a loro. Il libro del professor Biesinger è molto coinvolgente ed è un misto di profondi contenuti e di tecniche e metodologia.
Praticamente?
• Come dice il professor Biesinger, la catechesi famigliare parte dall’analisi della situazione concreta (vedere) la interpreta con la fede (giudicare) e cerca di promuovere cambiamenti nelle persone, nella comunicazione genitori-figli, nella comunità e nella società. In questo processo intervengono anche il servizio di solidarietà (diaconia), la testimonianza (martyria) e la liturgia, con le famiglie e per le famiglie.
Nasce così anche una nuova comunione tra le famiglie?
• Certamente, nel cammino verso la Prima Comunione lavoriamo insieme nella comunicazione e nella condivisione. Si vengono a creare nuovi rapporti e spazi per l’incontro reciproco delle persone tra loro e con Dio. Questo fa nascere pure un’azione solidale e l’impegno politico perché vi siano migliori condizioni di vita per le famiglie.
Scatta davvero qualcosa negli incontri con i genitori?
• Un altro libro del professor Biesinger ha un titolo volutamente provocatorio: Introdurre Dio nella famiglia. Egli dice a ogni genitore: «Incomincia finalmente a pensare che anche Dio deve entrare nella tua famiglia. Di fatto è da tempo che si trova là. Dio è già presente nella tua famiglia!».
Ci sono momenti liturgici particolari?
• Sì, diamo vita a nuove forme di liturgia familiare con il coinvolgimento dei genitori. La fede cresce anche così. In questo modo genitori e figli imparano la fede con tutti i sensi e possono diventare protagonisti di creazioni liturgiche. Chiediamo ai genitori che imparino anche a introdurre la preghiera nella loro famiglia e a farlo da protagonisti. Entriamo in questa prospettiva, come se ogni genitore ci dicesse: «Aiutatemi a farlo da me stesso». 
Come vi comportate con le famiglie non regolari?
• Abbiamo accettato la sfida di prendere ugualmente sul serio le persone lontane dalla comunità come quelle che regolarmente vi partecipano in modo attivo e responsabile. E proprio così che la comunità si sviluppa e si genera in maniera nuova. La catechesi familiare invita i genitori a percorrere il pezzo di strada che ogni famiglia è capace di fare. Per una famiglia può essere importante fare 5 metri su 100, per un’altra sarà conveniente farne 60 su 100. Diciamo: «Anche tu cerca di dare ampio spazio a quel Regno di giustizia, di amore e di pace, nella comunicazione della fede nella tua famiglia, tanto se sei single, o divorziato/a risposato/a, o famiglia di «padre-madre-figlio», o famiglia a cui è affidato un bambino, o anche se tu devi ancora cercare te stesso/a attraverso le strade polverose della tua storia di vita». La catechesi familiare non è fatta per le «famiglie sane». Non ci sono famiglie sane, tutti noi abbiamo bisogno di essere risanati.


AI GENITORI: NON DELEGATE L’EDUCAZIONE RELIGIOSA DI VOSTRO FIGLIO

«Ha poco senso preparare i bambini alla Prima Comunione se i genitori non rendono loro possibili importanti esperienze di fede in comune, se li lasciano più o meno soli nell’imparare a credere e se li affidano soltanto ad altri educatori.
Non dovete essere degli specialisti in educazione religiosa per preparare vostro figlio alla Prima Comunione. La comunità parrocchiale accompagnerà voi e vostro figlio. La parrocchia vi incoraggerà, affinché voi stessi possiate trarre frutto dalle vostre esperienze e capacità, nonché dai vostri interrogativi e dai vostri dubbi. Per questo la parrocchia vi invita agli incontri con i genitori, in cui potete comprendere la vostra fede in modo nuovo e approfondirla, per condividerla con vostro figlio». 

Don Clemens ha preparato una scheda plastificata della comunità St. Laurentius di Kleinostheim (Germania). Ci trovi tutti i numeri utili a un parrocchiano. Ma don Clemens ci ha scritto dietro una preghiera con il nome di un bambino che riceverà la Prima Comunione. Ogni parrocchiano è invitato a prendere una scheda e di accompagnare il bambino sconosciuto con la preghiera. Con il tempo nascono delle belle amicizie tra le famiglie, perché chi prega spesso vorrà conoscere il ragazzo per cui ha pregato.

Le foto di queste pagine presentano don Clemens con alcuni bambini della sua parrocchia che si preparano alla Prima Comunione. Dopo la Prima Comunione moltissimi chiedono di fare i chierichetti. In questo momento la parrocchia ne ha 130.


Da Dossier Catechista, febbraio 2006


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