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Catechesi
CEC DON BOSCO Catechesi Le vostre domande

Le vostre domande

Inviate le vostre domande a: Dossier Catechista, Elledici, 10096 Leumann (To).
E-mail: dossier@elledici.org

- Prima Comunione ma non il Giovedì Santo
- L’esamino del parroco
- Il linguaggio dei giovani
- I miei ragazzi mettono tutto in discussione
- A 15 anni posso fare il catechista?
- Tempi difficili: che fare?
- Ho accettato, ma non mi sento preparata
- La tentazione di mollare
- I bambini e la messa

Prima Comunione ma non il Giovedì Santo
Risponde Gianfranco Venturi

«Caro don Gianfranco, nella mia parrocchia la Prima Comunione si celebra il Giovedì Santo. Io da sempre ne sono infastidita. Mi sembra modo di guastare due celebrazioni: quella della Prima Comunione, che è un momento di festa e di famiglia; ma rovina soprattutto il Giovedì Santo a noi, che vogliamo riflettere sul mistero dell’Ultima Cena di Gesù e sulla vigilia della Passione. Ma come può un parroco rovinare una delle più belle tradizioni per accontentare (così dice lui) alcuni catechisti? Che cosa mi dici?» (Santina, Roma).

Cara Santina,

Prima Comunione, la famiglia, la festa.
La messa di Prima Comunione è oggetto di tante attese e attenzioni (dei parroci, dei catechisti, dei genitori e dei parenti dei ragazzi). Per mettere insieme le varie esigenze in alcune parrocchie si è pensato di celebrarla proprio il Giovedì Santo, il giorno in cui gli apostoli hanno fatto anche loro la Prima Comunione. Ma non tutti hanno riflettuto abbastanza sul senso del Giovedì Santo e sul legame che ha l’Eucaristia con l’iniziazione cristiana.
 
Il senso del Giovedì santo
Il Giovedì Santo è il giorno in cui il Signore ha affidato agli apostoli il ministero di celebrare l’Eucaristia («Fate questo in memoria di me»); ne ha spiegato il significato (la lavanda dei piedi, la lunga preghiera sacerdotale); ha cercato di preparare gli apostoli alla sua passione, morte e risurrezione. Proprio davanti a questo grande mistero, il Giovedì Santo, dopo avere celebrato l’Eucaristia, ci si pone in adorazione prolungata durante la notte che inizia, si veglia come Gesù nell’orto degli olivi. La messa del Giovedì santo si colloca in questa cornice, per cui ridurla a una «Prima Comunione» è veramente svilirne il significato. Con tutte le tradizioni e consuetudini che accompagnano la Prima Comunione dei fanciulli (feste, regali…, presenza in chiesa di non credenti…) sarebbe difficile, anche con tutta la buona volontà e gli accordi presi, riuscire a dar vita a una celebrazione che conservi almeno qualcosa della peculiarità di questa messa.

Sacramento dell’iniziazione cristiana
L’Eucaristia è il sacramento culmine dell’iniziazione cristiana. La messa vespertina del Giovedì Santo segna l’inizio del Triduo pasquale che termine con la solenne Veglia pasquale durante la quale vengono celebrati i tre sacramenti dell’iniziazione, Battesimo, Cresima, Eucaristia. Non ha senso celebrare l’Eucaristia prima, cioè il Giovedì Santo. Un orientamento dato dalle CEI sull’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dice giustamente che «in considerazione del legame con il mistero pasquale i sacramenti dell’iniziazione cristiana si celebrano di norma nella Veglia pasquale, o in altra domenica durante il tempo pasquale (n. 46; cf anche 55) .

La domenica giorno dell’Eucaristia
A molti può sembrare strano questo orientamento, perché non hanno mai visto dei ragazzi ricevere i sacramenti dell’iniziazione la notte di Pasqua. Si tratta di quei ragazzi che non hanno ancora ricevuto il Battesimo, oppure di chi sceglie il cammino catecumenale e riceve in un’unica celebrazione la Confermazione e l’Eucaristia.
Se però la prima partecipazione all’Eucaristia non è possibile farla nella notte di Pasqua, allora deve celebrarsi in una domenica del tempo pasquale. Perciò non si dovrebbero nemmeno scegliere le feste civili come il 25 aprile o il primo maggio.

Un abuso?
A conferma, ricordo che l’Istruzione Redemptionis sacramentum (2004) su «alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia», afferma: «Salvo casi eccezionali, è poco appropriato amministrarla il Giovedì Santo in Cena Domini. Si scelga piuttosto un altro giorno, come le domeniche II-VI di Pasqua o la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo o le domeniche per annum, in quanto la domenica è giustamente considerata il giorno dell’Eucaristia» (n. 87).

Come vedi, cara Santina, quello che pensavi era giusto e forse adesso hai argomenti in più per sostenere la tua idea. Auguro a te e ai tuoi amici di riuscirci senza tante tensioni.
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L’esamino del parroco
Risponde Gianfranco Venturi

«Carissimo don Gianfranco, anch’io vorrei porti una domanda che da tempo mi frulla per la testa. Sento dire a ogni incontro di catechesi a cui partecipo che si deve evitare di dare l’impressione di essere a scuola. Ma il mio parroco, con le migliori intenzioni, due o tre volte all’anno passa dai vari gruppi e in ognuno si ferma, fa delle domande ai ragazzi, vuole conoscere il programma che facciamo, dice loro che devono essere preparati bene, se vogliono poi essere ammessi ai sacramenti. Tutto questo sa però tanto di scuola e di controllo scolastico. Non trovi?» (Margherita).

Cara Margherita,

Catechesi, un incontro piacevole e creativo.
giustamente pensi che si deve evitare di dare l’impressione di essere a scuola durante la quale essere interrogati e alla fine fare gli esami.

Oltre la semplice conoscenza. Purtroppo la catechesi si porta dietro una eredità scolastica, per cui la catechista viene chiamata insegnante o maestra; esistono ancora da qualche parte i registri appositi per le presenze e i voti; da quando la scuola scoprì «il metodo attivo» si cerca di applicarlo anche alla catechesi con i relativi quaderni attivi. Il tuo parroco probabilmente risente di questa impostazione. Proprio per superarla si propone, tra l’altro, di non far coincidere il gruppo catechistico con la classe scolastica; il luogo stesso degli incontri «non deve dare l’idea di un’aula scolastica». La Guida per l’itinerario catecumenale dei ragazzi (Elledici) suggerisce, per quanto è possibile, di «costruire insieme ai ragazzi l’ambiente degli incontri, la sala dove Gesù ci parla…: un’icona di Gesù, il leggio, una candela, dei fiori…». 

Portare a incontrare Gesù e la Chiesa. «La finalità dell’annuncio – leggiamo nella seconda nota della CEI sull’Iniziazione cristiana - non è tanto di trasmettere nozioni e regole di comportamento, ma di contribuire a portare il catecumeno a:
- un incontro con Cristo vivo: i vari elementi dell’annuncio devono essere strutturati in modo che al fanciullo risulti che Cristo oggi gli parla, lo invita alla conversione, lo chiama a condividere la sua avventura umana; da parte sua il fanciullo catecumeno accoglie questa Parola e vi risponde con la fede, la preghiera e l’azione;
- un incontro con una comunità, la Chiesa, che è in ascolto costante della parola di Cristo per seguirlo e vivere come lui» (n. 31).

Fare l’esperienza di essere amici con Gesù. Gli incontri dovrebbero risultare momenti in cui i fanciulli fanno l’esperienza di essere amici di Gesù, come è avvenuto per i primi due discepoli (Gv 1,35-40). Il/la catechista dovrebbe poter dire come Gesù: «Venite e vedrete», in modo che essi «si fermino» (v. 39) presso di lui. La «Nota per l’accoglienza e l’utilizzazione del Catechismo della CEI» dice che «originalità e tipicità di una catechesi che si richiama all’iniziazione cristiana, consistono in un’armoniosa interdipendenza e integrazione tra il momento dell’annuncio e della memoria della fede, quello di una sua esperimentazione e celebrazione nella Chiesa e quello del suo esprimersi nella vita dei catechizzandi» (n. 5).

Quale «esamino»? E allora, aboliamo gli esamini? Se sono intesi nel senso scolastico, non c’è dubbio che si debba rispondere di sì; però… se ci poniamo nella prospettiva dell’iniziazione cristiana, cioè dei cosiddetti scrutini, allora sì. Gli scrutini non vanno intesi nel senso che hanno a scuola, ma come momenti in cui un fanciullo, con l’aiuto del catechista e del sacerdote, verifica il cammino che ha compiuto nell’amicizia con Gesù, nell’avvicinamento al sacramento, nella pratica del Vangelo; in altre parole, nel proprio progresso personale. Intesi così, essi sono necessari e c’è da rammaricarsi come si stenti ancora a introdurli.
Cara Margherita, forse dirai che non è troppo chiaro questo discorso sugli scrutini; anche la parola non è felice e può trarre in inganno. Non mancherà l’occasione per approfondirne più diffusamente il significato. Il Signore benedica il tuo sforzo di portare i tuoi ragazzi a incontrare quel Gesù di cui ci parla il Vangelo.
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Il linguaggio dei giovani
Risponde Elvira Bianco

«Ma come parlano i ragazzi oggi? Sillabe, parole indecifrabili e strane… Il linguaggio dei ragazzi e dei giovani non poche volte mi sconcerta. Che cosa devo fare? Capirlo? Accettarlo per essere più vicina ai ragazzi?» (Giorgia).


«Il linguaggio dei giovani», dice un’esperta francese, Claudine Dannequin, dottore in scienza del linguaggio, «riguarda essenzialmente i ragazzi adolescenti, età nella quale, da una parte si vede affermarsi la loro autonomia dai legami dei genitori, dei professori, degli adulti in generale, e dall’altra si afferma l’imitazione di quelli che sono un po’ più grandi, il cui mondo sembra affascinante. Il linguaggio è un aspetto di questa conquista dell’autonomia, insieme alla musica, la moda, la pratica di certi sport…».

• Come linguaggio di gruppo, il loro è destinato a essere compreso da quelli della stessa età, della medesima situazione sociale, dello stesso quartiere. Spesso è ignorato dagli altri, specialmente dagli adulti. Di qui la nascita di un vocabolario criptato, un capovolgimento del senso delle parole, un misto di lingua nazionale e di parole straniere.

• Ma non è un fenomeno nuovo. La creazione di un linguaggio riservato a un gruppo è sempre esistita e in tutte le civiltà. Nell’Europa del Medio Evo ci sono molti casi di linguaggi criptati, sovente legati ai mestieri. È il gergo dei carpentieri, dei fornai, dei tessitori o dei medici che inventarono parole speciali per i loro utensili, i materiali, i movimenti… Ai nostri giorni, non abbiamo l’impressione di essere completamente «storditi», quando gli esperti di informatica parlano tra di loro?

• Invece il linguaggio tipicamente giovanile sembra un fenomeno recente. Oggi le grandi concentrazioni suburbane, sovente di gente molto giovane, e la varietà delle estradizioni geografiche e linguistiche arricchiscono e rendono più complesso il linguaggio. I giovani d’origine straniera, che sovente non parlano la loro lingua d’origine, introducono anch’essi qualche parola di quelle che hanno appreso dai loro genitori.

• Siamo poi in un tempo di vasti e diffusi mezzi di comunicazione. La televisione, il cinema, la radio diffondono questo linguaggio. Soprattutto attraverso le canzoni e i concerti, i giovani costruiscono un modo di parlarsi che poi si allarga con il passaparola nella scuola e nei gruppi spontanei, che li arricchiscono grazie alla genialità di qualcuno.

• È meglio evitare ogni reazione di rifiuto e di giudizio a priori negativo. È vero che sovente il suo contenuto nascosto evoca dei tabù che gli adulti non amano vedere diffondersi tra i giovani, come la sessualità, la violenza, la droga… I giovani lo sanno molto bene e passano a diversi registri d’espressione nello stesso tempo, adattandosi a seconda delle situazioni. Non parlano allo stesso modo con i loro compagni come con i loro genitori, con i  loro professori come con i fratelli e le sorelle.

• «Una reazione sbagliata», precisa Claudine Dannequin, «sarebbe quella di voler anche noi adulti tentare di parlare così, per entrare più facilmente in dialogo con i giovani. Cosa del tutto vana per non dire ridicola…». Ma ciò che sconcerta di più è che a volte sono i più piccoli a lasciarsi contagiare da questo modo di esprimersi. E se ci viene spontaneo prenderne le distanze e magari proibirlo, soprattutto quando è ambiguo, è meglio non fare drammi e affrontare le cose con serenità. Tra alcuni ragazzi non si diffonderà mai, tra altri è lottare contro i mulini a vento tentare di bloccarlo.
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I miei ragazzi mettono tutto in discussione
Risponde Gianfranco Venturi

«Fino all’anno scorso tutto filava liscio. Ma da qualche mese i miei ragazzi sono diventati difficili: non si può più proporre un argomento senza che qualcuno di loro lo scalzi, mettendolo in discussione. Per esempio: “Ma chi lo dice che esiste Dio?”; oppure “Ma sono fatti veri quello che leggiamo nella Bibbia?”; e così via…» (Luciano).


1. Mi trovavo su un autobus e c’era il nonno con il suo nipotino, piuttosto chiacchierino; non finiva di fare domande su ogni cosa che vedeva o avveniva; tutte le persone intorno assistevano piene di meraviglia per quella raffica di domande. Il nonno era veramente imbarazzato, anche perché qualche volta non sapeva che cosa rispondere. Alla fine, esausto, gli disse: «Ma smettila di fare domande». Ho visto che la frase non è piaciuta al ragazzino. I bambini vogliono rendersi conto di tutto, sapere tutto, e soprattutto non amano che si dicano loro delle bugie.
Anche per i ragazzi, sia pure non in quel modo, arriva il momento di fare domande, di mettere in discussione ciò che sembrava ormai pacificamente acquisito.

2. Dobbiamo essere contenti quando un ragazzo incomincia a fare domande: è venuto il tempo in cui sta crescendo la sua razionalità, il bisogno di darsi una ragione a ciò che sta vivendo, di ciò che è gli stato insegnato; spesso chiedono anche: «A cosa serve». Nel nostro caso le domande possono esprimere il bisogno di fondare in modo personale la loro fede. Più precocemente che nel passato, acquisiscono un primo atteggiamento critico. Spesso s’interrogano sul valore e sull’utilità delle cose, sul significato di certi comportamenti o obblighi: ad esempio, perché andare a messa, perché confessarsi? Perché siamo cristiani?... Lo fanno spesso stimolati dal comportamento degli adulti, oppure da compagni di altre culture e religioni.

3. A questo punto non si può evadere la domanda, perché tra tutte le belle cose che io posso avere da comunicargli, quello che a loro interessa in quel momento è sapere se c’è una risposta al loro perché. Prima che li vadano a cercare altrove e finché sono aperti ad accogliere la nostra risposta, è bene che rispondiamo.

4. Si può rispondere in modo secco, frettoloso, come se ci avessero infastidito. Così facendo, la prossima volta si guarderanno bene da farci altre domande. Finché ci fanno domande, significa che hanno fiducia in noi. Cerchiamo quindi di rispondere subito: loro vogliono una risposta immediata. Se non lo facciamo, dentro il loro cuore potrebbe entrare un po’ di delusione o di diffidenza. Se poi tramandando, quando daremo la risposta, essi avranno probabilmente già dimenticato la domanda.
Rispondiamo con amabilità: la risposta avrà il sapore dell’amore; usando la ragione: la risposta avrà la luce dell’intelligenza; facendo riferimento a Gesù: la risposta avrà la forza della verità che già abita in noi e in loro e dà senso a tutto. È quello che ci ha insegnato san Giovanni Bosco: ragione, religione amorevolezza!
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A 15 anni posso fare il catechista?
Risponde Gianfranco Venturi

«Il mio vice don Gianfranco mi ha detto che sono troppo giovane per fare catechismo. Voi che ne dite? Ho 15 anni e mi piacerebbe molto occuparmi dei bambini» (Simone).


• Anche se non sono il tuo prete, tuttavia puoi pensare che a risponderti sia proprio lui,  quel don Gianfranco a cui tu  - se intuisco bene – vuoi bene e vuoi aiutare nel suo lavoro pastorale: anch’io sono chiamato don Gianfranco.
• Il desiderio che porti dentro è bello e grande, ti fa onore. In fondo manifesta che non vuoi tenerti la fede solo per te, ma la vuoi comunicare anche agli altri. Ogni battezzato, anche se bambino, deve sentirsi chiamato ad annunciare il Vangelo: chi ha incontrato Gesù non può tenere per sé questo dono, perché finirebbe per isterilirsi e morire. Perfino un adulto catecumeno, che non ha ancora ricevuto il battesimo, è chiamato a rendere partecipe gli altri del suo primo incontro con Gesù e il suo primo Vangelo. Come vedi, con questo desiderio sei in buona compagnia e stai rispondendo a una responsabilità che forse molti tuoi coetanei non sentono minimamente.
• Tu hai dei doni che solo tu possiedi: il dono della giovinezza, della vicinanza di età ai bambini, di un linguaggio attuale e fresco… Un giorno, durante una estate ragazzi, guardavo i vari gruppetti di ragazzi dispersi nel cortile, seduti in cerchio  con il loro giovanissimo animatore; stavano tutti scoprendo, riflettendo e attualizzando il messaggio nascosto nel racconto del giorno. Una catechista presente, che fungeva un po’ da crocerossina per gli eventuali infortunati, meravigliata di quella scena, mi disse: «Guarda come riescono a tenere quei ragazzi che poco fa erano così sfrenati. Come mai io non ci riesco a catechismo?». «Sai», le dissi, «non è solo una questione di età; quegli animatori parlano la lingua dei ragazzi, conoscono i loro codici verbali, le loro fantasie; sanno quali sono i loro punti deboli, i punti di contatto attraverso cui entrare, cose che noi non abbiamo».
• Quando Don Bosco incominciò a radunare i ragazzi nel primo oratorio, cercò di farsi aiutare da alcuni adulti; alla fine però capì che per riuscire nella sua opera aveva bisogno dei giovani stessi, di adolescenti. Conosciamo alcuni nomi: Domenico Savio, Magone Michele, Rua Michelino… A essi proponeva di fare a metà con Don Bosco.
Naturalmente Don Bosco non li mandava allo sbaraglio, se li andava formando man mano che lo aiutavano nelle varie attività di animazione dell’oratorio. Il suo metodo non è stato però «prima di formo e poi ti mando», ma «ti formo mandandoti, aiutandoti a fare». Era il metodo usato da Gesù: mentre andava formando i suoi discepoli, mentre li evangelizzava, li inviava a evangelizzare.
• A questo punto mi dirai: «Allora posso o non posso». Potrai se accetterai la legge del «formarti facendo». Cioè non andrai a fare catechismo prendendoti in mano un gruppo di bambini da solo. Devi essere come i ragazzi di Don Bosco, come i discepoli di Gesù: incominciare gradualmente, lasciandoti guidare … dal tuo don Gianfranco, dando una mano a una catechista o a un catechista esperto.
• Imparerai facendo. Soprattutto imparerai a essere un testimone autentico: devi essere uno che ha davvero incontrato Gesù, che è diventato un suo fan discreto e autentico, che sa seminare gioia e libertà. Tra un anno sappimi dire come è andata e se altri hanno seguito il tuo esempio.
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Tempi difficili: che fare?
Risponde Pietro Damu
Mi chiamo Luana, ho 16 anni e sono una catechista. Solo da poco mi sono avvicinata così alla Chiesa. Ma c’è ancora qualcosa che mi disturba. Vedo che molti non vanno a messa e credono poco; e questo secondo me avviene perché si sono stancati di credere a persone che parlano tanto e agiscono poco. I preti ci ripetono che quello che annunciamo agli altri, dobbiamo farlo noi per primi. Forse è così, ma se non abbiamo un esempio concreto da seguire, come facciamo?

Cara Luana, quanto scrivi rivela che sei una ragazza disponibile all’impegno: infatti, dopo aver richiamato un disagio diffuso in ambito ecclesiale, che anche tu senti, domandi: «Che fare?».
Si parla tanto, si agisce poco
Di fronte alla pesante crisi religiosa del nostro tempo, giustamente tu cerchi di individuarne le cause e ipotizzare vie di uscita. Senza mezzi termini, tu dici che responsabile di questa difficile situazione è la carenza nella testimonianza da parte di coloro che annunciano il Vangelo. Tu li qualifichi come persone che «parlano tanto e agiscono poco». La tua non è però una semplice denuncia del comportamento incoerente, o almeno inadeguato, degli altri. Tu infatti riconosci che è impegno di tutti - quindi anche tuo - «fare per primi» quanto si crede e si annuncia. Piuttosto tu evidenzi la difficoltà di agire così quando non si ha un esempio concreto da seguire.
Che cosa possiamo fare?
A questo punto poni la domanda fondamentale: «Che fare?», che non è solo tua, ma è di tutti i cristiani e in particolare dei catechisti.
Ecco qualche riflessione a proposito di questo duplice impegno.
• È verissimo che l’annuncio del Vangelo, non accompagnato dalla testimonianza di vita, rischia di apparire semplice suono di parole, chiacchiera. È un annuncio così poco vero e significativo che non ha nemmeno cambiato la vita di chi se ne fa portatore. Detto questo, bisogna ricordare che il rifiuto del Vangelo può dipendere anche da chi ascolta.
• Difficoltà ad accogliere e a vivere il messaggio cristiano provengono anche dal tempo in cui viviamo. Senza dimenticare infine un dato fondamentale: il Vangelo che annunciamo ha una forza tutta sua, capace di produrre frutto nonostante la nostra povertà di annunciatori.
Come catechisti
Tu dichiari di essere una giovane catechista agli inizi del suo servizio, e così - implicitamente - chiedi un qualche aiuto per farlo bene (o per farlo meglio). Che cosa dirti in proposito? Non ti spaventerò prospettandoti l’esigenza di una preparazione così lunga, approfondita e impegnativa da apparire irrealizzabile! Non voglio scoraggiarti e farti abbandonare l’impresa! La preparazione è certo necessaria, ma bisogna ricordarsi che è progressiva, e si fa anche e soprattutto cammin facendo.
Comunque sono sempre necessarie le condizioni che seguono:
• chi fa catechesi è impegnato seriamente nel credere e nel vivere coerentemente la sua fede;
• è cosciente del dovere di continuare e perfezionare la sua preparazione contenutistica, pedagogica e didattica;
• prima ancora, deve provare la gioia di essere catechista, il «piacere» dello stare e del fare insieme con i ragazzi: più «accompagnando» che «insegnando».
E tutto il resto, che pure è importante, poco alla volta verrà.
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Ho accettato, ma non mi sento preparata
Risponde Gianfranco Venturi

«Vorrei farvi una domanda che avrete sentito tante volte: il mio parroco mi ha invitata a fare il catechismo, ma io non mi sento preparata. Non sono un’insegnante e non ho mai fatto scuola. Trovarmi davanti 12 bambini da tenere a bada e da portare a una fede viva è una grossa responsabilità. Lo faccio volentieri, ma non so se faccio le cose bene» (Caterina).




Chissà quante catechiste si sono trovate nella tua stessa situazione. Quello che dici anch’io me lo sono sentito dire molte volte. Di solito rispondo così:
1. Dio fa sentire la sua voce in forme molto diverse. La chiamata a divenire catechista - anche questa è una vocazione - avviene spesso attraverso la voce del parroco. Prima di farti questo invito il parroco ci ha pensato su, magari si è consigliato con qualcun altro, ci ha pregato sopra. Cioè il suo invito è frutto di un discernimento. Può darsi anche che là dove c’è un consiglio pastorale che funziona e si occupa non solo della gestione economica (non so se sia il tuo caso) è proprio questo organismo che con il parroco fa delle scelte e delle proposte di questo genere.
2. Quando Dio visita o chiama a compiere un servizio sorgono in noi due diversi sentimenti. Il primo è quello della paura. L’ha provata anche la Madonna davanti all’angelo; Anche Isaia si è sentito «perduto», un «uomo dalle labbra impure» (Is 6,5). Il secondo sentimento è quello della propria incapacità e impreparazione. Amos dirà di sé a chi lo respinge: «Non ero profeta, né figlio di profeta; ero un pastore e raccoglitore di sicomori. Il Signore mi prese di dietro al bestiame e mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele» (Am 7,14-16). Geremia obietterà a Dio: «Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane» (Ger 1.6-7). Qualcosa del genere dirà anche Mosè.
Ma davanti a tutte le nostre obiezioni (anche giuste) il Signore dice: «Non temere! Io sono con te». In altre parole, «Tieni presente che in questa faccenda sono io l’interessato, io che faccio; tu segui quello che ti dico, fai come ti indico».
3. Bisogna fidarsi di Dio, ma è giusto anche chiedere di non essere mandata allo sbaraglio e domandare di potersi preparare, pur sapendo che se pensiamo di incominciare quando saremo pronti, non faremo mai niente. Non era pronto il card. Ratzingher per essere papa; poteva dire come Zaccaria: «Ormai sono avanti negli anni»; ora vediamo che fa da papa come se l’avesse sempre fatto. C’è una competenza che si acquista facendo. Don Bosco ha scelto i suoi collaboratori tra i suoi giovani: li formava mentre facevano da catechisti, maestri, direttori di oratori.
4. Portare a una fede viva è certo un obiettivo del catechista; non si tratta tanto di trasmettere della nozioni, come in una scuola. Ma non devi sentirti sola: con te è la Chiesa e, soprattutto lo Spirito di Gesù: è lui il vero maestro della nostra fede che ci «guida alla verità tutta intera» e ci fa dire «Gesù è il Signore».
5. Non aver paura, dunque. Fidati di Dio. Di’ al tuo parroco e agli altri catechisti/e di starti vicino. Incomincia anche a pregare per quella dozzina di «ragazzi da tenere a bada», incomincia ad amarli, a fare loro attenzione, a chiamarli davvero per nome, perché, come diceva don Bosco, che era un grande catechista: «L’educazione (e il catechismo) è una questione di cuore».
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La tentazione di mollare
Risponde Pietro Damu

Mi chiamo Stefano e sono da settembre catechista di un gruppo di ragazzi di quinta elementare della mia piccola parrocchia. Con questi ragazzi che incontro settimanalmente insieme a Silvia, il problema principale è quello di riuscire a cogliere la loro attenzione che viene sempre messa a repentaglio dalla loro, secondo me, esagerata esuberanza  che sfocia sempre in un ridicolizzare tutto quello che io e Silvia proponiamo. Non sono tutti così in questo gruppo di 11 ragazzi però quelli che fanno confusione creano un clima che diventa sempre più incandescente. Sicuramente non ho un'esperienza come catechista, però Silvia che ha seguito questi ragazzi fino dalla prima, l'anno scorso aveva preso la decisione di non fare più la catechista proprio per questo loro comportamento. Sono fiducioso nel ricevere un vostra risposta e cordialmente vi saluto.

Caro Stefano, anzitutto un messaggio… urgente a Silvia: non abbandonare la «barca», ma continua a remare finché non c’è qualcuno che possa sostituirti bene…
Prima di darvi qualche consiglio, voglio dirvi una cosa che mi sta particolarmente a cuore: voi vivete di fede e seminate nella speranza! Nonostante le difficoltà che incontrate, cari  Stefano e Silvia, voi non state perdendo tempo; e questo non perché, come «martiri», vi state guadagnando il paradiso, ma perché siete impegnati in una straordinaria avventura. Nel vostro piccolo, voi siete chiamati a compiere un «miracolo»: cambiare gli occhi e il cuore dei vostri ragazzi. Fare «miracoli» non è… facile, ma neppure  impossibile. E voi il miracolo lo state già compiendo…
Per i vostri ragazzi voi siete persone strane, decisamente alternative: gente  fondamentalmente ottimista, che non si perde in cose inutili, che non rincorre le mode, che ci prende gusto a fare il bene. E per di più siete gente normale, non «maniaca» e «impallinata». Con semplicità e naturalezza voi state mostrando che si può pensare e vivere in modo diverso rispetto a quello che fanno tutti e che i mass media esaltano: e questo non rende infelici, ma al contrario è la via giusta per realizzarsi nella verità. Ovviamente essere persone alternative costa, perché esige coerenza con l’ideale cristiano, integrazione fra fede e vita…E questa coerenza è da rinnovare ogni giorno!
I ragazzi hanno difficoltà a stare attenti e ad ascoltare? E se mostraste che voi siete capaci di stare attenti quando sono loro a parlare, quando dicono o vorrebbero dire qualcosa che li interessa, che sentono come problema, che sta loro a cuore?
Ricordate poi che ci sono tanti modi di «parlare» oltre all’usare le parole. Se fondamentalmente il vostro parlare sarà un riprendere e riesprimere in forma più chiara, completa e matura le loro domande, nelle vostre parole sentiranno più se stessi che voi: e non sarà né facile né spassoso banalizzare e  ridicolizzare quanto essi stessi hanno detto. Ovviamente voi darete anche informazioni e farete proposte: i ragazzi devono coglierle non come la ripetizione di cose scontate, ma come risposte vere alle loro domande vere.
Quanto alla loro esuberanza, quando è incanalata, può essere un elemento molto positivo, perché fa supporre la presenza di fantasia, creatività, voglia di agire. Le esagerazioni si possono spesso correggere e superare, permettendo e organizzando giusti momenti di sfogo e di relax. Ricordate, tra l’altro, che responsabile dell’indisciplina è sovente la noia… 
A proposito dei leader, promotori di confusione, si può dire che, «convertiti alla causa», possono diventare  alleati. Ma il problema è «convertirli», direte voi. Dedicate a essi molta attenzione, esagerate nell’avere pazienza, date fiducia, sollecitate il loro impegno, affidate qualche servizio che sia anche gratificante… pregate per loro… fateveli amici.
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I bambini e la messa
Risponde don Marino Gobbin

«Ho quattro figli. È sempre più difficile convincerli ad andare a Messa alla domenica mattina. È una vera lotta. Personalmente non mi sento nemmeno di biasimarli. Ritengo infatti che la Messa sia una celebrazione su misura per gli adulti. Essa poi ha poco a che vedere con il linguaggio utilizzato da Gesù stesso per parlare con i più piccoli. La televisione di oggi, se pur utilizzata con parsimonia, esprime concetti in modo molto più pratico e sbrigativo ai bambini. Penso che costringere fermi dei bambini per un’ora è inutile e controproducente. Ma qualcuno a Roma si è mai posto la domanda «cosa apprende un bambino di 8 anni durante una Messa?». Io sono un perito elettronico e non uno psicologo, ma di libri sui bambini ne ho letti, e i miei piccoli li osservo tutti i giorni. Personalmente sono tentato di organizzarmi una «Messa fatta in casa», basata sulle letture (interpretate su misura per loro) e sul Padre Nostro. Facendo così la mattinata passata a casa non dovrebbe essere da buttare. E la festa, in qualche modo, penso possa considerarsi santificata. Vorrei sapere cosa ne pensate» (Marco Dal Prà).

Carissimo papà Marco,
la sua domanda è impegnativa e i quesiti sono tanti. Chiama in causa non solo la liturgia, ma la psicologia e la pedagogia. Tutto il vivere ecclesiale. Le sue perplessità sono importanti e profondamente vere.
• Esiste tutta una letteratura pastorale sul problema da lei sollevato. È una preoccupazione che accompagna la vita della Chiesa dal Concilio Vaticano II in qua. È un argomento dibattuto sulle riviste specializzate e ci sono anche pubblicazioni e studi. La Chiesa ha pubblicato al riguardo due volumi dal titolo più che significativo: La Messa dei fanciulli e Lezionario per la Messa dei fanciulli (Libreria Editrice Vaticana 1976).
• Forse questi sussidi non sono conosciuti e utilizzati. Non vorrei dirlo, ma forse qualche prete non conosce questa possibilità. Qualcuno, spero molto raramente, la rifiuta. Forse qualche sacerdote trova scomodo occuparsi dei fanciulli. Insomma, mancano animatori preparati che vogliano farsi carico di un gruppetto di ragazzi. Sta di fatto che la Chiesa il problema se l’è posto e ha tentato una qualche soluzione. Ce ne possono essere altre, le dobbiamo cercare insieme. Anche se credo che valga di più aiutare a crescere partecipando alle celebrazioni della comunità ecclesiale. Altrimenti quando una persona diventa adulta che farà? C’è un po’ ovunque il tentativo di abbassare il livello, ma poi? Visto che comprenderemo solo più un linguaggio televisivo, realizzeremo maxischermi nelle chiese?
• Con le dovute attenzioni e con particolari accorgimenti, credo che ogni figlio di Dio debba partecipare alla vita della comunità ecclesiale, così come partecipa alla vita della comunità umana. Lentamente verrà a capire un linguaggio, il significato dei riti. Riuscirà cioè a capire l’importanza di pregare con la comunità-Chiesa. D’altra parte in famiglia non si allontana il bambino dal televisore perché c’è il telegiornale, ma lo ascolta con gli adulti, eventualmente chiede spiegazioni e lo si aiuta subito a capire. Perché anche in questo modo egli viene ad appropriarsi della vita della comunità umana e sociale.
• Non voglio sviluppare oltre il tema: è un argomento molto importante e di non facile riduzione a piccole formule o a soluzioni occasionali. Ci vuole la disponibilità di ogni comunità a lasciarsi interpellare e a rendersi disponibile per soluzioni attente a tutti i figli di Dio. Il tema a questo punto travalica lo spazio di una risposta per innestarsi nella vita stessa della Chiesa e dei fedeli.


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